mercoledì 30 dicembre 2009

Su Storia e romanzo, ancora (le scelte di "Rapsodia su un solo tema")

Prima di optare per un’ambientazione russa, ho tentennato parecchio. Mi sono chiesto se non fosse più opportuno collocare le vicende di Dvoinikov (o meglio, di un suo equivalente) in un contesto più familiare, come l’Italia del fascismo; ma la compromissione dei musicisti italiani con il fascismo non è stata così carica di valenze drammatiche, nel senso che il fascismo non si è mai preoccupato di dare chiare e drastiche linee estetiche in campo musicale. I compositori più attempati (Mascagni), per loro natura conservatori in musica, hanno aderito senza problemi al partito; anche alcuni di quelli più giovani, della cosiddetta generazione dell’ottanta (Casella in particolare), hanno suonato il tamburo, per così dire, al regime imperante. Chi si è opposto o si è tenuto lontano (Malipiero, Ghedini) non si differenziava davvero nel linguaggio dai più avanzati sostenitori del fascismo. E non dimentichiamo che Mussolini amava darsi arie da sostenitore delle nuove tendenze, e se Stravinsky passava per Roma, ecco che veniva invitato a Palazzo Venezia.
Se una collocazione italiana avrebbe difettato di dramma, una collocazione nella Germania hitleriana o in qualunque paese occupato dalle truppe naziste avrebbe posto problemi di ordine opposto. L’accusa di arte degenerata mossa ai movimenti artistici più avanzati costringeva al silenzio, o all’isolamento più totale, alla fuga (qui i nomi sarebbero davvero troppi) o portava alla morte nei campi di sterminio (Schulhoff, Haas, Pavel…). In quel deserto di idee, sopravvivevano casi singolari, monstra (Pfintzer, il vecchio Strauss, il giovane Orff, Egk), o figure complesse e ambigue come certi direttori d’orchestra che però mi sono sembrati già troppo praticati (Furtwängler, il giovane Karajan).
La storia della musica sovietica mi offriva invece numerosi esempi straordinari di compositori che con tormento hanno vissuto sulla propria pelle il conflitto tra le proprie esigenze espressive e le direttive dall’alto (Shostakovic, certo, a cui Dvoinikov assomiglia, e a cui viene spesso accostato, ma anche Prokofiev, e decine e decine di altri nomi). Nelle loro vite e nelle loro musiche sentivo il dramma di personalità potenti costrette all’umiliazione dell’ossequio ma non del tutto rinunciatarie – ma anche la farsa, o la tragedia, a seconda dei momenti.

lunedì 28 dicembre 2009

Da "Letteratitudine": il romanzo storico (e "Rapsodia su un solo tema", già che ci siamo)

Scrivevo qualche settimana fa, su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/12/13/dibattito-sul-romanzo-storico/.
È magnifico che il romanzo storico sia ancora così vitale! Chi lo avrebbe detto, solo pochi decenni fa? I problemi che lo scrittore di romanzi storici affronta, e che sono delineati nelle domande di questo blog, sono quelli di due secoli fa, è vero, e il fatto che ci si interroghi ancora su questi problemi rivela forse l’impossibilità di risolverli in modo definitivo: ma questa per me è una forza, un vantaggio. Non c’è una ricetta per il romanzo storico, un dosaggio perfetto tra vero e verosimile, tra documentazione e invenzione. Probabilmente la cosa più essenziale è che ci sia vita, in quelle pagine, che l’erudizione non soffochi i caratteri, che la ricostruzione non schiacci le figure, o non ne faccia delle figurine. Il rischio dell’incongruo c’è sempre, ma forse non è così importante: in fondo, nel più ingombrante modello di romanzo storico della nostra letteratura non ci sono popolani lombardi del Seicento che parlano come borghesi fiorentini dell’Ottocento?
Allo stesso modo, la storia con la esse maiuscola (perdonate il luogo comune) non dovrebbe fare da fondale, l’epoca non dovrebbe essere intercambiabile con altre epoche. Credo sia importante che abbia una sua necessità – e che siano tirati dei fili tra quell’epoca e la nostra, ma sottili, o diventa tutto troppo facile.

E continuavo, rispondendo a una cortese suggestione di Massimo Maugeri.
il “romanzo storico” di cui mi chiedi conto (te ne sono davvero grato, en passant) è bell’e che finito, e attraversa quella fase tormentata che precede la stampa. Si intitola “Rapsodia su un solo tema” e uscirà a marzo nella collana Pretesti di Manni. È “storico” a modo suo, nel senso che, dopo due romanzi che erano, anche se in parte e tra molte virgolette, riconducibili alle indeterminatezze nebbiose del genere gotico, ho sentito il bisogno di cambiare atmosfere e temi per misurarmi, sia pure di sbieco, con alcuni aspetti della storia del Novecento. Ho dato vita così a un vecchio compositore russo che le vessazioni subite in passato hanno reso disincantato e stanco, e a un giovane e ambizioso compositore di Philadelphia, e li ho fatti incontrare. Nel ricostruire i decenni più controversi della storia dell’Unione Sovietica ho inventato situazioni e personaggi, facendo emergere, accanto alla storia reale, una storia immaginaria, sotterranea, fatta di figure torve e paradigmatiche, musicisti falliti e potenti e capricciosi censori; ho seguito lo stesso procedimento nel delineare il milieu intellettuale statunitense di oggi (della metà degli anni novanta, cioè), mescolando a nomi reali nomi fittizi. Una delle domande che “Rapsodia” romanzo si pone è: si può mantenere una certa dose di libertà espressiva in una condizione di continua prevaricazione? Si può rimanere se stessi, come artisti e come uomini, anche sottostando alle imposizioni di un potere coercitivo?
Ho alternato pagine diaristiche ad appunti, ad abbozzi saggistici, a verbali di interrogatori, a schede critiche di analisi di partiture inesistenti, e ai capitoli della fantasticheria settecentesca Viaggio musicale nel secolo ventesimo, un libello alla Swift (o alla Cyrano de Bergerac, o alla Rétif de la Bretonne) scritto da un antenato del russo; vorrei insomma dare al lettore l’impressione di trovarsi tra le pagine di un’opera in fase di elaborazione, la cui calcolata incompiutezza troverà una ragion d’essere solo alla fine del romanzo.

Concludevo - ma fino a un certo punto - così.
Secondo me, uno dei rischi che corre lo scrittore che si dedica al romanzo storico è di ingombrare la scena di oggetti di antiquariato, viscontianamente, colto dall’ossessione di trasmettere il colore, il senso, l’odore dell’epoca. Il buon romanzo (anche quello storico), credo, sa evitare il sovraffollamento, l’affastellamento di oggetti, la carta da parati i soprammobili i capi di vestiario i complementi d’arredo le armi i cappelli le parrucche i fregi gli stucchi i ricettari, e sa applicare la provvidenziale tecnica della reticenza e dell’ellissi anche nella ricostruzione del passato.
La storia della Unione Sovietica appare di sfuggita, nel mio prossimo romanzo: eccola nelle note a piè di pagina, o in certi inquadramenti delle pagine più analitiche. Allo stesso modo, l’ambientazione statunitense resta implicita, il mondo universitario in cui lavora il giovane americano è appena accennato – lo stesso si può dire della ricostruzione storica del Settecento. Prendono più spazio i momenti privati, in entrambi i casi, le vicende individuali, o un tipo particolare di storia parallela che si sovrappone alla storia reale, ne amplifica determinati aspetti, ne è la parodia o la versione iperbolica. Mi sono sforzato di non colorare con riferimenti convenzionali la vita dei personaggi, la loro collocazione in determinati ambienti: va bene, c’è un samovar, ma è elettrico – soprattutto, non scorre vodka a fiumi.

domenica 27 dicembre 2009

Letture: "Appuntamento", di Marco Codebò


“Appuntamento”, il nuovo romanzo di Marco Codebò (Manni, 2009) inizia sornione, come la rivisitazione dei luoghi comuni della narrativa giallistica di provincia. Sembrerebbe quasi di trovarsi nelle pagine di un poliziesco della Frilli, ambientato in una Genova percorsa con una nostalgia golosa di dettagli, di topografie – sembrerebbe, se non fosse per la superiore qualità di scrittura di Codebò e per l’insinuarsi di elementi disturbanti, per l’affastellarsi di segnali che i giallisti di provincia non praticano se non di rado. Ma proprio quando il lettore si è affezionato a quel che di convenzionale che i personaggi si portano addosso, e si dice che sì, in fondo siamo tutti fatti di convenzioni, mastichiamo luoghi comuni (qualcuno di noi lo fa sapendo che lo sono, e spera così di salvarsi, ma lo fa comunque, perché, come dire, è la vita), e condiamo le nostre giornate con gli ingredienti che sono gli stessi per tutti, e quel lettore si è abbandonato al piacere del gioco – proprio a quel punto Codebò butta all’aria tutto, prende le distanze (con una severità inaspettata) con quanto abbiamo appena letto, e ricomincia da un’altra parte, con altri personaggi, e tiene in sospeso il lettore finché non lascia che tra la parte A e la parte B si allaccino fili via via più intricati. In questa seconda parte, non meno coinvolgente della prima, l’approccio si fa più intellettuale, più apertamente narratologico. Se in A (ormai chiamo così per comodità la prima parte) è la vita ad invadere le pagine, a intasarle di luoghi, cibi, bevande, marche, vie, quartieri, in B sono i libri, o meglio la dimensione narrativa e l’analisi delle strutture e delle forme (delle strutture e delle forme di A in particolare), a prevalere (fino ad un certo punto, a dire il vero: c’è ancora vita, ci sono ancora vie, quartieri, e cibo, cibo italiano o all’italiana), a fornire un possibile senso:e a questo punto anche quelle che ci erano sembrate, in A, rassicuranti convenzioni di genere, ci appaiono nuove, sotto una luce diversa.
Qui, in B, in queste pagine arrovellate, si trova la chiave per comprendere l’operazione di Marco Codebò: “Non crediate… che un romanzo che si spegne lasciandovi nel dubbio vi tradisca, al contrario è un amico che in fraterna povertà vi offre il dono del suo poco sapere, che invece di spiegare il mondo si fa con voi pellegrino verso un’irraggiungibile Santiago”. E poco più avanti, a proposito del “poliziesco incompiuto”: “quando i casi della vita impediscono al romanzo, e al giallo in particolare, di compiersi, lo trasformano in un mirabile strumento di conoscenza, nel racconto che chiede al lettore di dargliela lui una conclusione”. In questa dichiarazione di intenti, che commuove tanto è in sintonia con quanto pensa ogni lettore avveduto, e non solo del giallo, e che faccio mia senza riserve, non senti solo il piglio dello studioso e dell’insegnante di letteratura italiana (alla Long Island University), ma anche lo scrittore che non smette di riflettere sul proprio ruolo e sul rapporto con chi legge e sulla funzione della letteratura e della scrittura.
Marco Codebò ha un modo personalissimo di giocare con i propri ricordi, le nostalgie, il proprio passato e insomma con quel bagaglio di autobiografia che ogni scrittore dovrebbe saper coltivare con accortezza ogni volta che prende la penna. Lo usa con evidente piacere, ma se ne distacca attraverso un puntiglio critico che pochi potrebbero concedersi, lo filtra attraverso altre voci, lo sbircia attraverso altri sguardi, lo mette alla prova attraverso un serrato confronto con il presente. Lo stesso atteggiamento avevo notato nel precedente romanzo pubblicato da Manni, “Via dei serragli”, del 2003, intriso di anni settanta e contemporaneità, Italia e America, rimpianto e distacco. Nella dedica che compare in esergo a “Appuntamento”, ha un nome, l’unico possibile in effetti: “arte della memoria”.

sabato 19 dicembre 2009

Da "Letteratitudine": letteratura e scuola, 3: William Golding


Ho scritto in quell'oasi civilissima di confronto che è http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/09/28/letteratitudine-chiama-scuola/:

C’è un romanzo che sembra funzionare, in prima liceo: è buona letteratura, e allo stesso tempo racconta un’avventura eccitante; e sembra solo avventura, invece smentisce le attese, e diventa per i ragazzi l’occasione per una riflessione profonda su loro stessi, sul mondo degli adulti, sui ruoli, sui pregiudizi, sulle paure. È “Il signore delle mosche”, di William Golding. Non ha la frettolosità della letteratura di consumo, non prende le scorciatoie comode della narrativa di evasione; suggerisce, invece di proclamare; richiede pazienza, certo, ma sa restituire (credo, spero) emozioni anche ai lettori più restii. Parla di ragazzini, il che consente un certo grado di coinvolgimento; evoca uno dei sogni più forti dell’adolescenza (l’essere soli, senza adulti tra i piedi) e lo ribalta in una delle paure più forti (l’essere abbandonati dagli adulti, l’essere totalmente responsabili e privi di alibi in un mondo ostile).
Ne leggiamo pagine da anni, in prima, e funziona. Ne tentiamo un’analisi (tempi, luoghi, ruoli, punto di vista, quelle cose lì) e il romanzo sopravvive alla dissezione, l’approccio analitico non ammazza il piacere di leggere. La traduzione del vecchio Oscar ha oltretutto un vago sapore di antico che non stona.
Certo, se i ragazzi arrivassero in prima con quel bagaglio di letture personali che noi da ragazzini affrontavamo per conto nostro, ci sentirebbero l’eco di secoli di narrativa d’avventura; ci sentirebbero Verne, Defoe (ridotto per lettori in erba), Omero, Stevenson, Swift, che ne so, ma anche Molnàr, perfino Collodi e De Amicis, to’, anche se quest’ultimo tirato dentro per i capelli. Invece, a differenza dei giovanissimi personaggi del romanzo, che hanno fatto queste letture (o altre simili) e sanno ritrovare riferimenti letterari alla loro situazione, i ragazzi di oggi al massimo sanno citare qualche film visto per lo più in dvd, o, quando va male, qualche trasmissione televisiva. I rimandi, gli echi li costruiamo in classe, li mappiamo alla lavagna – è già qualcosa, hai visto mai che da quelle mappe nascano nuovi desideri di lettura –, ma è un peccato che a tracciare quelle frecce con il gesso sia sempre e solo io. (Per dire: noi insegnanti di lettere del biennio stiamo mettendo in piedi una piccola libreria scolastica con testi per ragazzini, visto che riteniamo che non ci si possa accostare con profitto alla grande letteratura senza quel passaggio intermedio ; gradus ad Parnassum, insomma; è triste, ma sembra davvero l’unica via possibile).
“Il signore delle mosche” non è “Il fu Mattia Pascal” o “La coscienza di Zeno”: è una sorta di via di mezzo tra le frenesie della narrativa d’avventura e i lenti tormenti di una narrativa “alta” troppo povera di azione per adolescenti agitati come personaggi da cartone animato, troppo austera (solo per ora, almeno, per la loro età, spero).

E più avanti:

Torno su “Il signore delle mosche” di Golding: una sua virtù, lo so per esperienza, (una delle tante, oltre al nitore dello stile), sta nel gioco con le attese dei lettori. I ragazzi che leggono sono abituati a romanzi (anche imponenti) che danno loro esattamente quello che loro si aspettano: avventure, sentimenti primari, eroi, o comunque figure in cui identificarsi comodamente. Golding invece frustra queste attese, smentisce le premesse: non è avventura, ragazzi, e non è così divertente come credevate. Non è una delle fantasticherie ad occhi aperti che vi piacciono – non è nemmeno uno degli incubi ad occhi aperti con cui amate farvi venire i brividi: è riflessione, amara, aspra, su ciò che non riusciamo ad essere.
I personaggi non hanno nulla degli eroi: sono goffi, inadeguati, spaventati, soli. Tutto questo potrebbe far pensare che “Il signore delle mosche” non sia esattamente il romanzo più adatto per degli adolescenti: eppure, pur nel pessimismo di fondo, è chiaro che il discorso morale è delineato con grande precisione (ed è questo che mi interessa, oggi). La distinzione tra bene e male è netta: questo è bene, anche se è molto più difficile (anzi, è bene proprio perché è così difficile); quello è male, ed è anche terribilmente facile. Le dittature e le autocrazie hanno dalla loro il vantaggio della facilità (è così comodo essere sudditi! Così difficile fare i cittadini!). Insomma, Golding delinea questi rischi, e incarna nella figura di Jack il paradigma del “grande dittatore” del ventesimo secolo, e fa di Ralph il rappresentante di un sistema democratico che non sa come proteggersi dai pericoli dell’autoritarismo.
A me, tutto questo discorso sembra vitale, nella scuola di oggi.

Da "Letteratitudine": letteratura e scuola, 2

Così ho risposto a Maria Rita Pennisi, su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/09/28/letteratitudine-chiama-scuola/.

Emergo solo ora dalla revisione delle bozze, e mi scuso del ritardo con cui ti rispondo. Ha ragione, ci dimentichiamo (è un noi retorico, in realtà: io cerco di non dimenticarmi mai, come anche tu) della sensibilità dei nostri allievi; e invece dobbiamo vederli come persone, e persone complesse. A volte, con diversi allievi, ho l’impressione di essere il primo a farlo (ti parlo del primo anno di liceo, in particolare). In effetti la televisione si rivolge a loro come a dei promettenti consumatori, e null’altro, e i loro genitori continuano a trattarli come bambini. Arrivano in prima liceo, e di colpo (no, non di colpo: sono cose graduali, il loro adattamento richiede attenzione) ecco che ci si rivolge a loro come a dei grandi, dei futuri grandi cioè, dei professionisti dello studio.

E più avanti, nello stesso blog:

Ma non è solo questo: penso che il confronto con le profondità della letteratura (della grande letteratura, a patto che sia adatta alla loro età) possa affinare la capacità degli studenti di osservare la complessità del mondo (ma questo l’ho già detto) e possa soprattutto dare loro le parole giuste per raccontare ciò che hanno dentro e che non saprebbero esprimere. Funziona con noi tutti (la forza universale dei classici sta soprattutto in questo esprimere quello che siamo speriamo e temiamo in un modo che a noi non è concesso, ma che dopo la lettura diventa il nostro). Il rispetto degli studenti come persone, per me, passa anche attraverso queste immersioni in una ricchezza inesauribile di contenuti e di stili, di visioni del mondo; dopo anni di insegnamento, scopro cose nuove nei libri che affronto con i miei alunni: loro lo sentono, si accorgono di questo condividere con loro la sorpresa di sentir parlare i libri.

domenica 6 dicembre 2009

Da "Letteratitudine": letteratura e scuola

Trascrivo un paio di contributi che ho postato (pardon) su "Letteratitudine", http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/09/28/letteratitudine-chiama-scuola/, invitato da Massimo Maugeri ad esprimermi sul mondo della scuola.


Insegnare in Valle d’Aosta permette di lavorare senza dubbio in tranquillità, lontano da certe emergenze drammatiche con cui si scontrano quotidianamente molti colleghi delle scuole di quartieri a rischio, di licei della cintura urbana. Però si lavora in una sorta di bolla di vetro. Ciò che succede nel resto del paese (nelle scuole del resto del paese) giunge con un ritardo fisiologico, e resta ovattato. Credo poi che manchi da noi lo stimolo di una sana concorrenza da grande città (un solo liceo scientifico, come ho detto, e un solo classico, ecc.).
Per il resto, i problemi sono gli stessi. Progressivo svuotamento di senso del ruolo del docente – agli occhi della società, e ai propri. Aumento preoccupante della parte burocratica, che per ora l’informatica non ha semplificato, ma ha solo moltiplicato. Confronto quotidiano con un impoverimento del linguaggio, con una percezione sempre più offuscata delle relazioni tra le cose, una visione sempre più orizzontale, cumulatoria, della realtà, con figure di riferimento sempre più estranee. Finisco per lavorare su questo. Sull’esercizio alla pazienza, per esempio, contrapposta al tutto-e-subito che sembra invece dominante oggi in quella facile scaletta di valori che molti giovanissimi e varie famiglie si portano dietro. Sull’esercizio alla complessità (e la complessità come ricchezza, come valore, non come ostacolo in nome di un presunto primato della semplificazione, o del semplicismo). Sull’importanza della chiarezza, della correttezza anche formale, contro l’approssimazione, il buona-la-prima.
È curioso, ma quando scrivo mi muovo nella stessa direzione. Non vedo la scrittura come una terapia per curarmi dai guasti della scuola, ma come un completamento di quanto a scuola faccio come insegnante, anche se ovviamente pubblicare un romanzo non è fare lezione.

E il giorno dopo:

Chi insegna e insieme scrive sente uno sdoppiamento di ruoli che mi pare salutare: a scuola si mette nei panni del maestro; quando scrive torna in quelli dell’allievo (del discepolo? Posso usare questo termine desueto? Anche maestro, in effetti, lo è). Intendo dire che l’apprendistato dello scrittore (di quello consapevole, se non altro) non ha mai fine. I maestri sono lì, nei libri che continuiamo a leggere, su cui continuiamo a formarci una voce. Li abbiamo scelti noi, nel corso di anni, oppure siamo incappati nelle loro pagine per caso: ad ogni modo, ci hanno cambiato – continuano a cambiarci, anche se li immaginiamo sempre un po’ insoddisfatti di noi. È una salutare lezione, che smentisce l’opinione corrente – diffusa presso certi colleghi, ahimè, che non scriverebbero mai, se non verbali – l’opinione, dicevo, che chi scrive, e ha la ventura di essere pubblicato, metta su una boria da nouveau riche. In realtà scrivere, e rivestire il ruolo dell’allievo perenne, aiuta a riscoprire un po’ di umiltà, e tutto sommato a sentirsi solidali con gli allievi veri. I loro errori, per chi scrivendo è addestrato a scoprire i propri refusi (non finirò mai di sorprendermi di tutte le sciocchezze, le incongruenze che sopravvivono a riletture anche accanite), sembreranno non meno gravi, ma meno colpevoli.

martedì 1 dicembre 2009

Da "Letteratitudine": letteratura e sud

Riprendo qui un paio di interventi che ho lasciato su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/11/24/il-sud-nella-nuova-narrativa-italiana/, quell'oasi di idee che Massimo Maugeri cura con entusiasmo contagioso.

(Caro Massimo, io, che vivo ad Aosta, mi sento di intervenire in questa discussione solo tra parentesi, e dopo aver tentennato per giorni. Un giorno ti racconterò com’è lavorare – e scrivere, anche – quassù, in una piccola regione dalle tendenze culturali autoreferenziali. Posso solo dire che la tradizione letteraria del meridione va guardata con profondo rispetto, quei giganti sulle cui spalle si sente posato Alajmo sono modelli ancora attualissimi, vivi. Per dire, lo sguardo di Verga sul mondo e sugli uomini ha educato il mio, il suo stare addosso ai personaggi per osservarne i gesti, le smorfie, per odorarne il fiato, mi hanno insegnato moltissimo. È possibile che la scuola abbia provocato traumi con letture forzate di Verga e Pirandello, perfino di Sciascia, ma questo non toglie nulla alla forza delle loro pagine, all’approccio problematico e incontentabile alla realtà, alla nitida complessità della loro lingua. La Porta a Fahrenheit concludeva, se non sbaglio, parlando del sud come metafora di una condizione di diversità, o di estraneità, e auspicava un “sentirsi sud” indipendentemente dalle proprie radici. Ecco, mi ci sono riconosciuto in pieno. E ora chiudo la parentesi, non prima di aver salutato tutti).

Aggiungevo, un paio di giorni dopo, stimolato dall'interesse di Massimo Maugeri
In apparenza, la Valle d’Aosta è una terra di confine, che ama guardare a ciò che accade oltralpe e operare una sintesi culturale tra Italia e Europa. Purtroppo questo è vero in minima parte. Da qualche decennio ho l’impressione che prevalga una tendenza opposta, all’arroccamento su una posizione – come dicevo – autoreferenziale. Si esalta una originalità locale, si costruiscono miti culturali che poi si alimentano ostinatamente. Si guarda a un passato idealizzato, con nostalgia si ripropone l’esaltazione di valori pastorali, e si finisce per delineare un mondo bucolico, irrealistico, una piccola Vandea in posa in un dagherrotipo. Sento, nella posizione ufficiale, crescere la diffidenza per tutto ciò che non corrisponde a questo disegno revisionistico. Per fare un esempio, uno dei miti più ossessivi è da tempo – non ridere, ti prego – la mucca. La mucca è ovunque, una presenza totemica, da civiltà minoica. La città è attraversata periodicamente dalle mandrie che tornano dagli alpeggi – e non perché debbano davvero passare per il centro, ma perché si vuole attraverso questo evento marchiare un territorio sostanzialmente estraneo ai valori pastorali come la città o il fondo valle. L’arte e il teatro di ricerca ricevono foraggio economico dall’amministrazione a patto che, in un modo o nell’altro, compaiano mucche, o almeno qualche altro emblema di specificità locale. Un discorso analogo andrebbe fatto sulla difesa ad oltranza del dialetto – sull’accanimento terapeutico con cui lo si preserva dal declino – o sul francese come lingua pari all’italiano.
Nella discussione sulla letteratura del sud Italia molti interventi vertevano sul rapporto sulla tradizione, cioè sui grandi, talvolta ingombranti modelli letterari, con cui avere un continuo dialogo, una costante resa dei conti. Ecco, quassù modelli così, con cui confrontarsi, su cui formarsi magari per buttarli all’aria, non ci sono. La cultura valdostana del passato è costituita per lo più da figure di eruditi di provincia, curati spulciatori di archivi parrocchiali, cronisti, verseggiatori, compilatori: e ancora oggi una discreta produzione locale è in mano a compilatori di compilatori, a cronisti di cronache altrui, a eruditi di secondo o terzo grado. Nessun modello insomma con cui avere un vero dialogo: per fortuna altre terre di confine, come il Piemonte, ci regalano figure irrequiete sulle cui pagine formarsi una voce. Pavese, certo, e Fenoglio, e la Romano, ma prima ancora altri, Alfieri perfino, addirittura Faldella.
Uno si guarda attorno, insomma, e tesse per conto suo relazioni con autori geograficamente lontani, scopre affinità in pianura, o sull’Appennino, o in mezzo al Mediterraneo. Che so, Landolfi è un maestro di isolamento, ma anche, come dire, di dissipazione di sé sulla pagina, nel senso che aveva individuato Manganelli. Un altro splendido isolato è Mari. Isolamento e inquietudine, insoddisfazione e sguardo lungo – ecco quello che ho trovato via da qui. Ma non voglio attaccare con l’elenco dei maestri inconsapevoli, o non finisco più.
C’è anche chi preferisce non allungare troppo lo sguardo, si lascia coccolare dentro confini troppo stretti ma comunque rassicuranti, e dà il suo contributo alla costruzione di questa Arcadia un po’ operettistica. Sarà portato in palmo di mano, ma, a non misurarsi con il mondo al di fuori, non saprà mai davvero quanto vale.

domenica 29 novembre 2009

Le fonti di "Nora e le ombre": Giovanni Bosco, 9


Si venga ora a uno degli esempi portati da Giovanni Bosco alle sue giovani (giovanissime, anche) lettrici: ecco san Luigi Gonzaga (1568-1590), il quale “ancor fanciullo mortificava le innocenti sue carni con assidui digiuni. Giunse a restringere il suo cibo ad un’oncia al giorno. Si flagellava a sangue; metteva sotto le lenzuola pezzetti di legno per tormentarsi anche nel sonno; sotto le vesti nascondeva speroni da cavallo, perché non aveva cilici; cercava il suo maggior incomodo nello stare, nel sedere, nel camminare. Anzi il suo ardore di penitenza andò tant’oltre, che, essendo moribondo, chiese con lacrime al suo superiore di essere in quell’ora estrema flagellato senza compassione da capo a piedi. Il che non avendo ottenuto, supplicò di essere almeno gettato sulla nuda terra, e così morire da vero penitente”.
Altrove Bosco dice di lui: “Digiunava sovente a pane e acqua” per vincere le tentazioni, “si flagellava per modo, che le vesti, le pareti ed il pavimento erano tinti del suo sangue innocente”. Un episodio tra tanti: “Una volta, a Chieri, invitato al ballo, fuggì sbigottito, e si nascose in una stanza a pregare e a flagellarsi a sangue”. In sintesi, “ogni volta che veniva da altri disprezzato, oppure pativa dolor di testa o altro incomodo di sanità, n’era lietissimo e bramava patire di più per amor del Signore”.
L’imitazione del suo fervore e della sua vita, da non prendere certamente alla lettera, doveva in ogni caso riempire l’esistenza delle giovinette volenterose. Alle quali però forse non sfuggiva che, di tutte le tentazioni dei sensi, il santo tanto esaltato dal loro precettore non aveva saputo evitare la più perversa: il piacere dello staffile.
(La vita di san Luigi Gonzaga ha lasciato qualche traccia negli eccessi di sofferenza e di sacrificio a cui, in “Nora e le ombre”, si sottopone o si lascia sottoporre la piccola Aurora. Fanciulli entrambi, Luigi e Aurora; entrambi animati da una devozione allucinata, che potrebbe essere interpretata anche come grave disturbo psichiatrico, e da un certo esaltato orrore per la vita all’esterno – più Luigi che Aurora, a somme fatte. Cercano il dolore, lasciano zampillare il proprio sangue, cercano l’agonia come frutto d’amore).
Tutto ciò, comunque, cozza in modo irrimediabile con quello che gli esegeti di Giovanni Bosco dicono concordi: “Molto più di Gian Giacomo Rousseau e senza perdersi nelle sue utopie, il prete torinese praticò e fece praticare un’educazione attraverso l’attrattiva e la gioia, che trova le sue risorse nell’affetto e nelle confidenze, con un risultato straordinario che s’afferma sempre più” si legge nella trionfale “Enciclopedia Apologetica della Religione Cattolica” (Ed. Paoline, 1955). Ma noi, dopo aver letto varie pagine de “La figlia Cristiana provveduta”, non ne saremmo così sicuri.

sabato 28 novembre 2009

"Le larve": una recensione

Leggo su anobii la lusinghiera recensione di Matteo Di Giulio ("La Milano d'acqua e sabbia", tra l'altro), che riporto volentieri:
"Le larve sono gli uomini, gli uomini sono larve. Il secondo lavoro di Morandini ricorda, per stile e per ambientazione quasi gotica, i grandi romanzi d'appendice. Prosa pomposa, ricercata e sempre elegante, è il fulcro più della storia, autorialità espressa senza arroganza, anzi cercando di cesellare le finiture di una trama che si dipana lentamente, avvolta su personaggi di grande caratura. Un grande romanzo di formazione che nella singolarità del suo protagonista, autoritario timido accentratore, si fa corale grazie all'apertura dello sguardo. Ed è al tempo stesso narrativa, teatro, pittura, o in una sola parola: arte su carta."

venerdì 27 novembre 2009

Le fonti di "Nora e le ombre": Giovanni Bosco, 8


Molto meno convincente ci pare la meditazione su “Il Paradiso”, da farsi il sabato. Bosco si sembra trovarsi più a suo agio nel maneggiare i cascami teologici sul castigo eterno, che su quel luogo di neghittose delizie che è il Paradiso: gli piace più spaventare che allettare – di certo gli riesce assai meglio – e questo ci conforta nell’opinione che la persuasività tutte le grandi religioni sia fondata sulla paura del castigo più che sulla ricerca disinteressata e amorosa del bene. È curioso a questo punto l’assenza, nelle meditazioni, di qualsiasi riferimento al purgatorio, altrove nello stesso libro ben presente – come se a parlare del regno di mezzo si rischiasse di rendere meno orrendo l’orrore di quel regno infernale così spalancato e ingordo di anime, mostrandone un’alternativa più blanda e provvisoria.

Le fonti di "Nora e le ombre": Giovanni Bosco, 7

Di giovedì, si medita sull’inferno. “La prima pena che i dannati patiscono nell’inferno si è la pena dei sensi, i quali sono tormentati da un fuoco che brucia orribilmente senza mai diminuire. Fuoco negli occhi, fuoco nella bocca, fuoco in ogni parte. Ogni senso patisce la propria pena. Gli occhi sono accecati dal fumo e dalle tenebre, atterriti dalla vista dei demoni e degli altri dannati. Le orecchie giorno e notte non odono che continui urli, pianti e bestemmie. L’odorato soffre oltremodo pel fetore di quello zolfo e bitume ardente che soffoca. La bocca è crucciata da ardentissima sete e fame canina. (…) Onde quegli sventurati, arsi dalla sete, divorati dalla fame, tormentati dal fuoco, piangono, urlano e si disperano. Oh inferno, inferno, quanto sono infelici quelli che cadono nei tuoi abissi! Che ne dici, figliola mia? Se tu avessi a morire in questo momento, dove andresti? Se ora non puoi tenere un dito sopra la fiammella di una candela, se non puoi soffrire nemmeno una scintilla di fuoco sulla mano senza gridare, come potrai reggere allora tra quelle fiamme per tutta l’eternità?”.
La meditazione continua trattando l’atroce rimpianto del dannato che ha conosciuto finalmente ciò che ha irrimediabilmente perduto con il peccato.
Il venerdì, il tono non cambia e l’argomento si fa ancora più tetro, perché si parla de “L’eternità delle pene”. “Considera, figliola mia, che se andrai all’inferno, non ne uscirai mai più. Là si patiscono tutte le pene e tutte in eterno. Passeranno cent’anni da che tu sarai nell’inferno, ne passeranno mille, e l’inferno incomincerà allora; ne passeranno centomila, cento milioni, passeranno milioni di secoli, e l’inferno sarà da principio. (…) Almeno il povero dannato potesse ingannar se stesso e lusingarsi col dire: Chi sa, forse un giorno Dio avrà pietà di me, e mi caverà da questo baratro! Ma no, neppur questo: egli si vedrà sempre scritta dinanzi la sentenza della sua eternità infelice. (…) Quello poi che ti deve colmar di spavento, è il pensare che quella orrenda fornace sta sempre aperta sotto i tuoi piedi, e che basta un sol peccato mortale a farviti cadere. Capisci, figliola mia, ciò che leggi? Una pena eterna per un sol peccato mortale, che commetti con tanta facilità. Uno scandalo, una profanazione dei giorni festivi, un furto, un odio, una parola, un atto, un pensiero osceno basta per farti condannare alle pene dell’inferno. (…) Oh quante nel fior di loro età abbandonarono il mondo, la patria, i parenti, e andarono a confinarsi nelle grotte, nei deserti, vivendo soltanto di pane ed acqua, anzi talvolta di sole radici d’erbe, e tutto questo per evitare l’inferno!”.

giovedì 26 novembre 2009

Letteratura e corpo, 4

*Quale romanzo scegliereste come testo rappresentativo del rapporto “corpo/letteratura”? E perché?*
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Molti romanzi di oggi sembrano voler affrontare il racconto dei corpi in modo cinematografico, imponendone la presenza in inquadrature, lasciando che quell’ingombro di corpi invada la scena e si imponga da sé. Ma questi corpi si muovono troppo velocemente, procedono con una sicurezza studiata a tavolino, vivono di una vita convenzionale, hanno facce troppo spesso riconducibili a quelle di attori, recitano insomma una parte, sono pensati con uno spirito da sceneggiatori più che da autori di romanzi.

È un limite, secondo me: il vero corpo ha una sua lentezza, una sua inerzia, che il cinema (quello che riempie le sale, per lo meno) non sa riprodurre e forse nemmeno capire. Il sonno del corpo, gli odori, la fatica, il male, la nausea, l’ebetudine, gli affanni, la ribellione, il tremore, il sudore, le reazioni incomprensibili, l’abbandono tramortito, la fisiologia, i tempi morti, i gesti segreti – questo mi manca, nel cinema e in molta letteratura di oggi. Troppo spesso mi imbatto in impeccabili architetture, in strutture narrative in cui tutto è dosato, educati automi che non sorprendono perché sono fatti per accontentare, e che rischiano di assomigliarsi tutti.

Perciò, per rispondere, sparo fuori il romanzo imperfetto, necessariamente imperfetto per eccellenza, il “Moby Dick” di Melville, gigantesco, solenne imprendibile organismo marino. E butto lì la “Recherche” di Proust, sonnacchioso pachiderma malato di finissima memoria adagiato su un lettone comunque troppo stretto.

E, andando indietro nel tempo (le cronologie non servono, quando si parla di classici, che continuano a parlarci e convivono fianco a fianco nelle nostre librerie e ormai sono ricoperti, per noi, che li prendiamo in mano, da fitte ragnatele di rimandi impliciti), cito le opere che hanno fatto soffrire i loro autori, per decenni, continuamente rimaneggiate, purgate, ricucite, riaperte, disinfettate. La “Gerusalemme” di Tasso, che so (non è un romanzo, va bene, ma è anche narrazione) , “I promessi sposi”, immane corpo mummificato, dalla vita travagliatissima, al cui giaciglio ogni generazione ha dovuto recarsi, volente o nolente, e che talvolta sembra di veder muovere ancora.

(Sempre da http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/11/20/quando-la-letteratura-prende-corpo/)

Letteratura e corpo, 3

Riporto ancora i miei interventi da http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/11/20/quando-la-letteratura-prende-corpo/. Le domande sono di Massimo Maugeri.

*E nell’ambito della letteratura contemporanea?*
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Il corpo ingombrante, la fisicità che invade la pagina, il corpo che cambia (sempre in peggio: che casca, si sfalda, si ammala, reagisce male, si lascia invadere, si ribella, si sfibra, impallidisce, muore) forse lo sanno raccontare solo gli ipocondriaci. Solo gli scrittori che, per lunga e dolorosa e angosciosa dedizione, hanno imparato ad ascoltare o osservare o supporre i minimi segnali del loro corpo come segni di un codice criptato, e che, se solo si concentrano, sentono cambiare il loro corpo, lo sentono (ma non vorrei suonare melodrammatico) lavorato dall’interno da forze ostili, e attraverso la scrittura sanno attribuire un valore simbolico forte e per così dire universale a quei segni al momento di trasferirli sul corpo di un personaggio.

Il primo nome che mi viene in mente non è uno scrittore, ma un pittore: Bacon. Ha una qualità narrativa più che descrittiva molto particolare, nell’isolare un dettaglio (orecchio naso occhio occhiale denti) per consegnarlo al nostro sguardo attonito come una possibile chiave d’accesso alla vita e alla storia di quel corpo che si sta contorcendo davanti a noi in quel tinello.

Ma, per rispondere più appropriatamente, cito subito la “Diceria dell’untore” di Bufalino, vasto rimuginio splendidamente scritto sulla malattia, la stanchezza del vivere, la vecchiaia e la morte. Poi torno a citare alla rinfusa, tra i libri che ho amato: “Corpi estranei” di Giannubilo, “Je ne connais pas ma force” di Stéphanie Hochet (prima di morire vorrei veder riconosciute anche in Italia le qualità di questa brillante e profonda scrittrice francese), i romanzi di Rosa Matteucci (“Lourdes” in particolare, ma anche “Cuore di mamma”), “Fosca Bis” di Guido Conterio. “Bondville” di Barbara Gussoni. E il Michele Mari di “Verderame”, sicuro – di Mari tutto, anzi.

C’è poi un piccolo romanzo di DeLillo, “Body art”, in cui la presenza di un corpo si misura con l’assenza dell’altro, e con la permanenza di tracce, ombre, ricordi.

martedì 24 novembre 2009

Le fonti di "Nora e le ombre": Giovanni Bosco, 6


“Apri un sepolcro” insiste Bosco “e vedi a che è ridotta quella giovane ricca, quell’ambiziosa, quella superba. Leggi attentamente queste righe, figliola mia, e ricordati che si applicano anche a te come a tutto il genere umano. Adesso il demonio, per indurti a peccare, vorrebbe distoglierti da questo pensiero e scusare la colpa, dicendoti che non c’è gran male in quel piacere, in quella disobbedienza, nel tralasciare la Messa nei giorni festivi; ma la morte ti scoprirà la gravezza di questi e di altri tuoi peccati, e te li metterà innanzi. E che farai tu allora, sul punto di incamminarti per la tua eternità? Guai a chi si trova in disgrazia di Dio in quel momento!”.
Non è da meno il seguito. Ma il mercoledì si medita su “Il Giudizio”. “Quando, o uomo, comparirai davanti al Creatore per essere giudicato, avrai sopra di te un Giudice sdegnato; da un canto i peccati che ti accusano; dall’altro i demoni pronti ad eseguire la condanna; dentro una coscienza che ti agita e ti tormenta; al di sotto un inferno spalancato che sta per ingoiarti. In tali strette dove andrai, dove fuggirai?” chiede Giovanni Bosco con Agostino. Il “divin Giudice”, dinanzi al quale sale l’anima appena sciolta dal corpo morto, rammenterà a questa le “promesse fatte nel santo Battesimo” e i “tanti doni” e le “tante grazie” da Lui ricevute. “Ma tu” dirà Dio “a dispetto di tanti doni… Oh quanto male hai corrisposto alla tua professione di cristiana! Già nell’età in cui appena cominciavi a conoscermi, cominciasti a offendermi con bugie, con mancanze di rispetto in chiesa, con disobbedienze a’ tuoi genitori, e con molte altre trasgressioni de’ tuoi doveri. Almeno col crescere degli anni tu avessi meglio regolate le tue azioni; ma no, coll’età purtroppo crebbe in te anche il disprezzo alla mia legge. Messe perdute, profanazioni de’ giorni festivi e del nome santo di Dio, vigilie non osservate, Confessioni mal fatte, Comunioni talvolta sacrileghe, scandali dati alle tue compagne: ecco quel che hai fatto invece di servirmi”.
All’anima peccatrice vengono mostrati i nefandi effetti della sua cattiva condotta: ragazzine traviate che vagano sulla terra o già consegnate ai demoni dell’inferno; infine, dopo uno struggente addio a compagne, amiche, cari parenti, Angeli e santi tutti del Paradiso, “i demoni, resi padroni di lei, trascinandola ed urtandola la faranno piombare nei loro abissi di pene, di miserie, di tormenti eterni”.
(Ma che razza di pedagogo è chi agita, come criterio principe, la paura? La paura, intendo, di un castigo irrimediabile, al di là del tempo, e di una sanzione che proprio per la sua drasticità non è commisurabile a nessuna infrazione? Quale effetto potevano avere queste minacce, questo agitarsi di demoni, questo Dio inalberato, sulla mente di ragazzine che poco altro avrebbero letto nella loro vita?).

lunedì 23 novembre 2009

Letteratura e corpo, 2

Ancora da http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/11/20/quando-la-letteratura-prende-corpo/comment-page-4/#comment-82135.

*Pensando alla letteratura del passato (italiana e internazionale)… in quali opere il corpo, la “fisicità”, diventano elementi caratterizzanti delle opere medesime?*
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Alla rinfusa, e immagino con gravi lacune di cui mi vergognerò presto: le opere della letteratura greca e latina in cui si insinua il realismo, e attraverso il realismo il corpo, anche nelle sue funzionalità più basse e private; dunque la narrazione antica, Petronio, Apuleio, perché il realismo è narrazione, per gli antichi, ed è comico. Ma anche le opere in cui il mito di trasformazione viene stilizzato con eleganza, e attraverso la metamorfosi i corpi si scoprono in affanno, in doloroso spostamento verso forme dalla fisiologia sconosciuta: Ovidio, dunque. Poi su, a Dante: l’Inferno dei ladri, ad esempio. Rabelais, ma su di lui dovrei riempire pagine e pagine. Swift, altri giganti altri sguardi sgomenti. Mary Shelley. Verga: corpi affaticati, ostinati, piegati dal lavoro e dalle ossessioni, racconti come referti clinici. La “Fosca” di Tarchetti, certo. Il dottor Semmelweis raccontato da Céline. Le riflessioni della Woolf sul rapporto tra malattia e letteratura. L’”Amedée” di Ionesco, quel cadavere che cresce e invade con i piedoni tutta la scena. Il “Gilles et Jeanne” di Michel Tournier, così lucidamente crudele nell’indagare il contraddittorio rapporto tra santità e ferocia. “Fame” di Hamsun. E, paradossalmente vividi, i testi dei mistici cattolici – stavo per dimenticarli – che raccontano di corpi provocati, martoriati, martirizzati, abbandonati a se stessi, lasciati sanguinare, derisi, percossi dall’interno. E forse soprattutto – stavo per dimenticare pure questi – certi saggi vasti come vite, appassionanti come narrazioni (Praz, Camporesi, Barthes…).

Letteratura e corpo, 1

Ho risposto così ad alcune domande di Massimo Maugeri sul blog http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/11/20/quando-la-letteratura-prende-corpo/comment-page-4/#comment-82135 a proposito del rapporto tra letteratura e corpo. La discussione è nata da un intervento di Barbara Gozzi.

*Che rapporto c’è tra “corpo” e letteratura?*
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La stesura dell’opera letteraria può essere vissuta dall’autore come la formazione di una creatura vivente – ecco la prima cosa che mi viene in mente. La genesi di un romanzo (di un racconto, anche, ma il romanzo ha davvero la complessità di una vita, e le dimensioni, le lungaggini pure) fa pensare (mi fa pensare, sempre) allo sviluppo di una organismo, animale più che vegetale. Davvero sento le frasi combinarsi in sequenze, le sequenze in capitoli, i capitoli in un corpo. E le stesure, le revisioni, i rifacimenti, i pentimenti, i rimaneggiamenti, diventano come fasi di una vita, momenti di una crescita. Non c’è bisogno a questo punto che il corpo del romanzo sia perfetto (non esistono corpi perfetti in natura): è importante che, nutrito di parole, alimentato di pensieri, quel corpo si muova.

E si muove, eccome. Spesso si muove in direzioni che l’autore non ha previsto. Striscia verso soluzioni non programmate, o si intestardisce a non procedere. Credo che sia un bene, in questi casi, assecondarlo, le gabbie progettuali non gli fanno bene, ne limitano la visuale, ne azzerano la libido. Impediscono anche a noi, che lo abbiamo scritto e continuiamo a nutrirlo di parole, di provare lo stupore di chi assiste a qualcosa di inaspettato.

Detto questo: la letteratura racconta essenzialmente di corpi. Gesti compiuti da arti. Movimenti nello spazio di corpi. Sguardi, sfioramenti, approcci sensoriali alle cose, elaborazioni di organi sensoriali. Anche i pensieri sono prodotti di reazioni chimiche – chi si addentra nell’interiorità dei personaggi non dovrebbe dimenticarlo. Tutto è materia – cioè parole che rappresentano la materia.

domenica 22 novembre 2009

Le fonti di "Nora e le ombre": Giovanni Bosco, 5


Il martedì, “La morte”. Si inizia in tono didattico, ingannevolmente pacato. “La morte è una separazione dell’anima dal corpo, con un totale abbandono delle cose di questo mondo”. Considera pertanto, figliola, che l’anima tua avrà da separarsi dal corpo: ma non sai dove avverrà questa separazione”. I toni si fanno ben presto più ombrosi. “Non sai se la morte ti coglierà nel tuo letto, o sul lavoro, o per istrada, o altrove. La rottura di una vena, un catarro, un impeto di sangue, una febbre, una piaga, una caduta, un terremoto, un fulmine, basta a privarti della vita. Ciò può essere di qui a una anno, a un mese, a una settimana, a un’ora, e forse appena finita la lettura di questa considerazione. Quanti la sera si posero a dormire stando bene, e la mattina furon trovati morti! Quanti, colpiti da qualche accidente, morirono all’istante! E poi dove andarono? (…) Dimmi, figliola mia, se tu dovessi morire in questo momento, che ne sarebbe dell’anima tua? Guai a te se non ti tieni apparecchiata! (…)
“Quantunque sia incerto il luogo e incerta l’ora di tua morte, ne è però certa la venuta. Speriamo pure che l’ora estrema di tua vita non venga in maniera repentina o violenta, ma lentamente e con ordinaria malattia. Verrà ad ogni modo un giorno in cui, stesa in un letto, sarai vicina a passare all’eternità, assistita da un sacerdote che ti raccomanderà l’anima, col crocifisso da un canto, una candela accesa dall’altro, e attorno i parenti che piangono”.
È l’ora di qualche dettaglio macabramente digrignante. “Avrai la testa addolorata, gli occhi oscurati, la lingua arsa, le fauci chiuse, oppresso il petto, il sangue gelato, la carne consunta, il cuore trafitto. Spirata che avrai l’anima, il tuo corpo vestito di pochi cenci verrà gettato a marcire in una fossa. Quivi i sorci ed i vermi ti roderanno tutte le carni, e di te non rimarrà niente altro che quattr’ossa spolpate ed un po’ di polvere fetente”.
(Anche Nora si sarà trovata tra le mani, da fanciulla, l’ennesima ristampa della “La figlia Cristiana provveduta”? Gliel’avrà regalata qualche parente pia o distratta, o l’avrà trovata tra le carte di sua madre? E quale effetto avrà avuto sulla sua mente, leggere queste pagine che ricercano l’angoscia fingendo di fornire materia per meditazioni, che costruiscono architetture di paura infantile aggirando dubbi e ipotesi, che descrivono geografie dell’aldilà con la sicurezza di chi vi è stato davvero, e preferiscono la vivida praticità dell’ipotiposi all’astrazione del ragionamento? Le pagine belle, consolanti, positive, che pure non mancano, avranno compensato l’impressione e i brividi delle pagine che stiamo citando? E Nora avrà avuto, di suo, qualche difesa, qualche strumento culturale per non lasciarsi torturare la coscienza dalle visioni infernali e dall’orrore del peccato?).

Le fonti di "Nora e le ombre": Giovanni Bosco, 4


Quei medesimi concetti vengono ribaditi nei seguenti “Evitare i cattivi discorsi”, “Evitare lo scandalo”, “Eviatre le cattive letture”, ed “Evitare gli spettacoli cattivi” (questi ultimi sono aggiunte postume dei curatori de “La figlia cristiana”, tratte da altri scritti dello stesso Bosco).
Ancora più lugubri, compiaciutamente lugubri (e dunque minacciose e spaventevoli per le giovanissime lettrici) ci paiono le “Sette considerazioni per i giorni della settimana”, letture spirituali propedeutiche che conchiudono il secondo capitolo. La meditazione di domenica, “Fine dell’uomo”, così suona: “Considera, o figliola, che questo tuo corpo, quest’anima tua ti furono dati da Dio senza alcun tuo merito, col crearti Egli a sua immagine. (…) Sicché non sei al mondo solamente per godere, né per farti ricca, né per mangiare, bere e dormire come le bestie; il tuo fine è di gran lunga più nobile e più sublime: il tuo fine è amare e servire il tuo Dio, e salvarti l’anima. (…) Se salvi l’anima, tutto va bene, e godrai per sempre; ma se la sbagli, perderai anima e corpo, Dio e Paradiso, e sarai per sempre dannata. Non imitare quelle disgraziate che vanno illudendosi col dire: Fo questo peccato, ma dopo me ne confesserò. Non ingannare in tal modo te stessa: Dio maledice colui che pecca colla speranza del perdono: Maledictus homo qui peccat in spe. Ricordati che tutti quelli che sono all’inferno, avevano speranza di emendarsi poi, e intanto si sono eternamente perduti”. E così via.
Il lunedì si medita su “Il peccato mortale”. “Chi pecca, dice col fatto al Signore: Va’ lontano da me, io non ti voglio più obbedire, non ti voglio più servire, non ti voglio più riconoscere per mio Signore: Non serviam. Il mio Dio è quel piacere, quella vendetta, quella collera, quel discorso cattivo, quella bestemmia. Si può immaginare un’ingratitudine più mostruosa di questa?”.
Ed ecco, in prosopopea, la risposta del Signore, sdegnatissimo: “Figlia, io ti creai dal niente, ti diedi quanto hai presentemente, ti feci nascere nella vera Religione, ti feci fare il Santo Battesimo. Potevo lasciarti morire quando eri in peccato: ti conservai in vita per non mandarti all’inferno: e tu, dimenticando tanti benefizi, vuoi servirti di questi stessi miei doni per offendermi?”.

giovedì 19 novembre 2009

Bacon, ancora

L’occasione: un bell’articolo di Stéphanie Hochet apparso su “Libération” qualche giorno fa a proposito di Francis Bacon – in realtà, di un saggio di Franck Maubert pubblicato in Francia, “L’Odeur du sang humain ne me quitte pas des yeux”. L’oggetto della riflessione: la capacità descrittiva, anzi narrativa, di Bacon, o se vogliamo l’affinità – che sento forte, non pretestuosa – tra il modo del pittore di evidenziare certi dettagli lasciando sfocato il resto, e l’occhio dello scrittore, che si posa (l’occhio, come un’ape, o una mosca: ormai il discorso si colora irrimediabilmente di metafore) su questo o quel particolare di una persona, lasciando che una sorta di nebbia ricopra l’attorno. Quei dettagli, che in Bacon sono spesso anatomici – un orecchio, un naso, un ginocchio, un occhio – e talvolta appartengono all’abbigliamento – una cravatta, una montatura d’occhiali, un orologio –, talvolta infine emergono dall’ambiente chiuso come complementi d’arredo, quei dettagli, dicevo, sono caricati di senso – di sensi – proprio per l’accanimento da miniaturista con cui il pittore li delinea, li colma di colore, di pennellate lineari: rendono, quei dettagli, personaggio quella figura umana deformata e in posa, ci costringono a chiederci della sua vita ipotetica, a penetrare (attraverso quel naso, quell’orecchia, quell’occhio) nei suoi pensieri. Quell’orecchio vivo, nell’intrico di carni non definibili, ci è imposto con forza, con la forza di un orecchio raccontato più che descritto. La chiave d’accesso per penetrare nel mondo interiore – per provarci, almeno – dell’uomo che si contorce (e magari è solo in posa, un amico del pittore in posa, mica una vittima in agonia) è lì. E lo sguardo che si posa su quell’orecchio – o quell’occhio, o quell’occhiale – scegliendolo tra tutti gli altri dettagli è uno sguardo che opera per sintesi ed ellissi, come – necessariamente – quello dello scrittore.

Le fonti di "Nora e le ombre": Giovanni Bosco, 3


Segue, ne “La figlia Cristiana provveduta" di Giovanni Bosco, il paragrafo su come “conservare la bella virtù”, cioè “la virtù regina, la virtù angelica, la santa purità”, che rende “simili agli Angeli di Dio nel Cielo… le giovanette le quali la possiedono”. Per preservarla si raccomanda “la ritiratezza”, e per “prevenire gli assalti del demonio” si richiama alla memoria “l’avviso del Salvatore che dice: Questo genere di demoni, ossia le tentazioni contro la purità, non si vincono se non col digiuno e colla preghiera”. Altri paragrafi trattano la “Divozione a Maria Santissima”, gli “Avvertimenti per le giovani ascritte a qualche Congregazione od Oratorio”, la “Scelta dello stato” delle giovani.
La piccola demonologia ad uso delle giovanette di Giovanni Bosco prosegue e si incrementa nel sottocapitolo titolato “Cose che la giovane deve fuggire”. Nel paragrafo “Fuga dell’ozio” si legge: “Il laccio principale che il demonio tende alla gioventù è l’ozio, sorgente funesta di tutti i vizi. (…) Non v’è cosa che tormenti maggiormente i dannati nell’inferno, che il pensiero di aver passato in ozio quel tempo che Dio aveva loro dato per salvarsi. Al contrario non v’è cosa che tanto consoli i beati in Paradiso, quanto il pensare che un po’ di tempo impiegato per la gloria di Dio procacciò loro un bene eterno”. Certo, non si può trascorrere le giornate “senza nessun sollievo”: e Bosco concede “volentieri quei divertimenti che non sono peccati”: a patto di “fuggire come la peste le cattive compagne”.
Costoro sono l’argomento del successivo paragrafo, “Fuga dalle cattive compagne”. Appurato che vi sono tre tipi di compagne: le buone, le cattive, le così così; e appurato che trattenersi con le prime è vantaggioso, e con le ultime può non essere dannoso se si agisce “senza contrarre familiarità”, “si devono assolutamente fuggire” le cattive. “Tutte quelle giovani, le quali in vostra presenza non arrossiscono di fare discorsi osceni, di proferire parole equivoche o scandalose, mormorazioni, bugie, spergiuri, imprecazioni, bestemmie, oppure cercano di allontanarvi dalle cose di chiesa, vi consigliano a rubare, a disubbidire ai vostri genitori o a trasgredire qualche dovere, tutte costoro sono compagne cattive, ministre di Satana, dalle quali dovete guardarvi più che dalla peste e dal diavolo stesso. Ah! mie care, colle lacrime agli occhi io vi supplico di fuggire ed aborrire simili compagnie!”.
Come disse il Signore, “guardati dal cattivo compagno come dal morso di un serpente velenoso: quasi a facie colubri (Eccl., XXI, 22)”. Si cammini con le virtuose, non con le bacate, e se ce n’è poche o punto in giro per il mondo si stia pure sole, in compagnia di Gesù Cristo, della Beata Vergine, del proprio Angelo Custode.

lunedì 16 novembre 2009

Le fonti di "Nora e le ombre": Giovanni Bosco, 2


Per chi pensi che gli accenni al demonio sian frutto appunto di una scelta meramente retorica, di un “concreto” in luogo dell’”astratto”, è bene buttare l’occhio al paragrafo seguente, titolato “Rimedi a certe astuzie che usa il demonio per ingannare la gioventù”. E a chi obietti che si tratti di vezzi catechistici dell’Ottocento, tutto sommato innocui, conviene dare uno sguardo alle date delle ristampe. La copia che ho tra le mani reca una dedica (a mia madre, per la fine delle scuole elementari) risalente al 2 luglio 1945. Altro che Ottocento.
“Il primo laccio che il demonio suol tendervi per rovinare l’anima vostra, è il presentarvi alla mente come sarà mai possibile che per quaranta, cinquanta o sessant’anni che vi promette di via, possiate camminare per la difficile strada della virtù, sempre lontane dai piaceri.
“Quando il demonio vi suggerisce questo, voi rispondetegli: Chi mi assicura che io giunga fino a quell’età? La mia vita è nelle mani del Signore; può essere che questo giorno sia l’ultimo di mia vita. Quante della mia età erano ieri allegre, piene di brio e di salute, ed oggi sono condotte al sepolcro! (…) E non potrebbe accadere a me altrettanto? E quand’anche dovessimo faticare alcuni anni pel Signore, non ne saremo abbondantissimamente compensate da una eternità di gloria e di piaceri nel Paradiso? Del resto noi vediamo che quelle le quali vivono in grazia di Dio, sono sempre allegre, ed anche nelle afflizioni hanno il cuor contento. Al contrario quelle che si danno ai piaceri, vivono arrabbiate, inquiete, e più si sforzano per trovare la pace nei loro passatempi, più si sentono infelici: Non est pax impiis dice il Signore.
“Soggiungerà ancora qualcheduna: Noi siamo giovani: se ci mettiamo a pensare all’eternità, all’inferno, questo ci farà divenire malinconiche, anzi potrebbe anche farci girar la testa. io vi concedo che il pensiero di un’eternità infelice, il pensiero di un supplizio che non finirà mai più, sia un pensiero tetro e spaventoso. Ma ditemi: se ci fa girar la testa al solo pensarvi, che sarebbe l’andarvi? È meglio dunque pensarvi adesso per non cadervi in avvenire; giacché è certo che se vi pensiamo a dovere, ne saremo preservate”.

Le fonti di "Nora e le ombre": Giovanni Bosco


Vi sono libri minori di grandi personalità che rivelano a volte lati insospettati dei loro autori. Così è per un manualetto dal titolo “La figlia Cristiana provveduta, per la pratica dei suoi doveri e degli esercizi di cristiana pietà” di Giovanni Bosco, che mi è giunto tra le mani in un’edizione SEI del 1944 (la ventinovesima!). Questo vivido catechismo, ben più di altre opere di maggiore impegno, come “Il sistema preventivo nell’educazione della gioventù” del 1877 e i “Regolamenti” del medesimo anno, tradisce la persistenza di particolarissime ossessioni. Vediamo.
Nel primo capitolo, “Mezzi necessari ad una giovane per divenire virtuosa”, della prima parte, “Letture rituali e considerazioni”, si parte dalla consapevolezza della “predilezione di Dio per la gioventù” e si giunge a definire il concetto che “la salvezza dell’anima dipende ordinariamente dal tempo di gioventù” attraverso la pratica di varie virtù, la prima delle quali è “l’ubbidienza a’ propri genitori e superiori”, la seconda (nell’ordine di trattazione, naturalmente) è il “rispetto che dobbiamo alle chiese ed alle cose di religione”; seguono i consigli sulle “buone letture” e su come evitare le cattive. Fin qui, direi, nulla che faccia saltare dalla sedia.
Il secondo capitolo, “Mezzi di perseveranza”, contempla dapprima una serie di direttive sulle “cose che la giovane deve fare”: e qui gli accenni, che nel capitolo precedente parevano meri ritrovati retorici, al demonio tentatore e ai castighi eterni si fanno più insistenti, anche se non raggiungono ancora l’apice. “Anche nella vostra tenera età” scrive Bosco nel “Modo di comportarsi nelle tentazioni”, “o care giovani, il demonio vi tende lacci per farvi cadere in peccato, e così rendere l’anima vostra schiava di lui, e nemica di Dio. Perciò dovete stare bene attente per non soccombere quando siete tentate, ossia quando il demonio vi suggerisce di fare del male. Gioverà moltissimo a preservarvi dalle tentazioni il fuggire le occasioni, le conversazioni scandalose e i pubblici spettacoli, dove non c’è niente di bene e per lo più s’impara sempre qualcosa di male. Procurate di star sempre occupate nell’arte, nello studio, nel canto, nel suono, e quando non sapete che fare, adornate altarini, aggiustate immagini o quadretti, o andate a passar qualche tempo in onesto divertimento, ben inteso con licenza dei genitori. Procura, dice San Girolamo, che il demonio non ti trovi mai disoccupata.
“Quando poi siete tentate, non fermatevi aspettando che la tentazione prenda possesso del vostro cuore, ma fate subito qualche cosa per liberarvene, o per mezzo del lavoro, o per mezzo della preghiera. Se poi la tentazione continua, fate il segno della santa Croce, baciate qualche oggetto benedetto, dicendo: Maria, aiuto dei Cristiani, pregate per me: oppure: O Luigi santo, fate ch’io non offenda il mio Dio”.

domenica 8 novembre 2009

Sintonie: Guido Conterio, "Fosca bis"


Nel suo nuovo romanzo (“Fosca bis”, Mobydick, 2009) Guido Conterio torna a far recitare la sua compagnia di caratteristi malinconici e quietamente dandy (qui si chiamano Imbonati, Bartoldi, Settembrini, Plissé, Fontinazzoli…), amanti dei piccoli piaceri, delle passeggiate, di conversazioni capziosette e sempre più simili a incastri di monologhi che a veri e propri dialoghi. Questa volta, gli spazi si dilatano da Milano a Bari o giù di lì, e i tempi lambiscono la fine del nostro secolo, una fin de siècle che si direbbe appena uscita da una profonda crisi chiamata Épuisement (che forse è già la nostra epoca, accidenti) e che sembra già sfociare in un’altra irrimediabile crisi. Conterio immagina un futuro che non è postmoderno, ma la parodia perfida del postmoderno, ricreata con i cascami della tecnologia ottocentesca, manate ironiche di reminiscenze letterarie, certi rimasugli dell’immaginario protonovecentesco e un tot di fantascienza, ma di serie B, e impedisce al tutto di funzionare, lo ricopre di polvere e untume, lo costringe a cilecche continue, lo abbandona all’incuria.
Qui, in questo mondo in rovina, che però (o proprio per questo) si aggrappa a convenzioni rassicuranti, a un galateo d’altri tempi, l’autore trasferisce quella che grosso modo è la vicenda della “Fosca” di Tarchetti: cambiandone sì dettagli, nomi (tranne il suo, Fosca, la femme fatale sul cui corpo si vede la morte all’opera) e altra minutaglia, ma mantenendo l’essenza, i ruoli dei personaggi e i momenti clou, compreso, che so, il duello finale. Detto questo, la contemplazione di Conterio è più crepuscolare che scapigliata (ma quanti scapigliati coltivavano una stanchezza già crepuscolare nel vivere!): ma forse è ancora più bufaliniana che altro. Ugo, il protagonista, è seguito dal suo autore con affetto insieme trasognato e trepidante: i due si somigliano, per certi versi, nel temperamento, nello sguardo sul mondo: da qui quell’oscillare tra il passato di Ugo (che in realtà sarebbe un futuro rispetto a noi che leggiamo) e il presente del narrante, tra l’egli e l’io, tra il dentro e il fuori.

Rispetto ai romanzi precedenti, qualcosa è successo: in “Nirvana Falls” e in “Città caffè” erano ostinatamente perseguiti un bisogno di quiete, di pace, un’idea di letteratura come garanzia di difesa dagli orrori e dallo schifo della realtà, come rifugio pulito, sereno, ordinato. In “Fosca bis” questo bisogno continua ad esserci, ma qualcosa sembra essersi inceppato, perché il mondo raccontato si incrina, si deturpa, si macchia di secrezioni, si ammala, comincia a puzzare. E quanto più Ugo e il suo autore inseguono quell’armonia da paraolimpo, se vogliamo anche un filino sonnacchiosa, tanto più spalancano porte sul dolore, sulla malattia, sulla vecchiaia (no, anzi, proprio sulla decrepitezza), sulla morte, e provano allora a coniugare l’atarassia agognata con l’esercizio del disgusto. “Il mondo lui (Ugo, cioè) lo conosce lavato e stirato dalla letteratura, che, come essa per prima sa, è una tata laboriosa ma alle volte un tantino reticente. Lui si aspettava eccome di trovarci brutture, ma mica così addensate; e demoralizzanti” (p. 116). A parziale conforto, ecco la pratica di una carnalità vorace, umorosa, umida e a tratti quasi lurida, che viene ora studiata ora assecondata, e che si carica via via anch'essa di tratti lugubri.

Conterio è cosciente di superare con “Fosca bis” la soglia del decoro e di rovistare nell’inappropriato, di rimestare nel nauseabondo: lo fa ricorrendo a una lingua di capriccioso rigore nel flusso e nel ritmo, e di vivida ricchezza nel lessico, una lingua tutta contrasti, spinta in basso più del solito e con una voluttà che talvolta stordisce. Che quest’operazione non sia un puro esercizio di stile lo suggerisce il fondo di autentica sofferenza che si sente sotto il virtuosismo delle parole: sofferenza per com’è il mondo, com’è la vita, come si riduce il nostro corpo. A questo punto anche appropriarsi della scapigliatissima “Fosca” assume il significato di una scelta in un certo modo obbligata.

sabato 7 novembre 2009

Letture: "Lingua ipermedia"


L’indagine di Giuseppe Antonelli sulla lingua dei narratori italiani dagli anni novanta a oggi (“Lingua ipermedia”, Manni, 2006) mette a fuoco, con l’oggettività che solo la linguistica riesce ad avere, alcuni fenomeni che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare la scrittura in prosa in Italia. Intanto, colpisce – e deprime un po’ – il distacco dalla lingua letteraria, evidente ormai da qualche decennio: i modelli non sono più, o quasi più, rintracciabili nella tradizione verticale della prosa letteraria, universo chiuso, certo, impermeabile alle intemperie dei linguaggi contemporanei, ma proprio per questo stabile, durevole, meno soggetto alla precarietà e all’invecchiamento; i narratori di oggi li trovano nella parafrasi dei nuovi linguaggi, quelli della televisione, del cinema, di internet, della pubblicità, o nelle diverse coniugazioni possibili del parlato (dei parlati). La riproduzione di questi nuovi linguaggi sta portando nuovi ritmi e nuovi colori alla letteratura, come era capitato con il parlato e il dialetto nella narrativa neorealista, ma procede comunque per approssimazioni, per accumulo, per stereotipi. La lingua ipermedia è proprio questa, più media di quella media per sottrazione, o emula di quella dei nuovi media, oppure intasata per così dire di medietà.
Il vantaggio di un approccio prettamente linguistico al problema consente di riflettere sul rapporto verticale con la tradizione letteraria, ma anche su quello orizzontale con i linguaggi di oggi; sui tratti sintattici, morfologici e lessicali che caratterizzano la ricerca di una nuova espressione narrativa non letteraria; sulla relazione tra scelta linguistica dell’autore ed effetto sull’orizzonte d’attesa del lettore; sul concetto di postmoderno applicato alla narrativa.
Che poi questo approccio sia rigoroso ma non freddamente oggettivo lo dichiara lo stesso Antonelli, e lo dimostra nell’esame, non privo dell’apporto di un gusto personale, delle voci di diversi autori di oggi.

Non è detto che uno scrittore debba ragionare in termini linguistici sulla propria scrittura – ci sono appunto i linguisti per questo. Però prendere coscienza della varietà delle scelte stilistiche di oggi, della relazione tra scrittura, linguaggi e tradizione, della natura dei propri mezzi espressivi, diventa fondamentale, soprattutto – mi viene da chiosare – in un panorama come quello di oggi, in cui sembra di assistere a un appiattimento verso forme e formule standardizzate, al dilagare di una koinè tutta orizzontale (di nuovo), fatta – ma qui sono io a dirlo – di perdite e di approssimazioni.

venerdì 6 novembre 2009

Musicisti sintetici


Trovo al Museum für Modern Kunst di Berlino due opere che presentano qualche sintonia con pagine del mio prossimo “Rapsodia”.
Il primo è un olio di Iwan Puni, “Musicista sintetico”: a colpire è lo sguardo compassato, la nonchalance velata di stanchezza dell’uomo con i baffetti, il suo adattarsi a far parte dell’intrico di superfici geometriche e strumenti stilizzati. L’uomo con bombetta, guanti, ghetta e cravatta rimanda a un’epoca (il dipinto è del 1921) in cui il rivoluzionario in arte non dimenticava il bon ton, il ribelle passava sempre del tempo nel boudoir prima di uscire a fare la rivoluzione. Anche i futuristi italiani, da qualche anno, amavano portare scompiglio a teatro senza mai lasciare a casa bombette e cravatte, senza mai dimenticarsi di curare i baffetti: ma l’omino di Puni ha un che di sognante, sonnolento anzi, che me lo rende più simpatico: come se si fosse addormentato, dopo una serata in società, stringendosi al petto i suoi giocattoloni preferiti, e ora camminasse nel sonno, con quei giocattoli scompigliati addosso.
L’altra opera, di Wladimir Wassiljewitsch Lebedew, è una scultura senza titolo, ma è conosciuta come “Strumento musicale sintetico”. In essa, è lo strumento stesso a farsi figura umana: l’analogia, piuttosto elementare, tra forma di uno strumento a corda e sagoma umana suggerisce all’autore una silhouette di strumento con cappello e monocolo, in cui forme geometriche essenziali e materiali poveri e variamente colorati rimandano a dettagli anatomici o dell’abbigliamento (Ma di questa, purtroppo, non ho trovato nessuna riproduzione).

In queste opere, ho riconosciuto il fermento di idee, il rimescolio di linguaggi e di stili, il senso rivoluzionario dell’arte così come lo ha vissuto Rafail Dvoinikov nei suoi primi anni di compositore.

lunedì 2 novembre 2009

Letture: Chessex


La raccolta di ritratti più sorprendente che mi sia capitato di leggere è “Les têtes – portraits” di Jacques Chessex (Grasset, 2003). In quelle pagine, l’oggetto dell’attenzione dello scrittore svizzero è proprio la testa, il cranio, l’erma che ognuno di noi si porta sul collo, e che nelle pagine dello scrittore svizzero sembra vivere una vita propria, indipendente dal busto su cui si appoggia. «Les têtes que j’aime, ou que j’admire, qui me retiennent, sont des têtes à vieille histoire» annota Chessex nella prefazione. E più avanti : «J’ai la curiosité des têtes. Regarder vieillir, regarder mourir les têtes comme on surprend des scènes de haine, de folie, de désir, scènes de trouble, scènes sexuelles. Sortez, dansez les têtes sur la fenêtre précaire des vivants!». Per descriverne poeticamente l’autonomia rispetto al corpo, l’unicità, la pregnanza, Chessex ricorre a metafore prese dalla mineralogia, dalla botanica, spesso dalla biologia animale e dalla paleontologia – talvolta, più semplicemente, le apparenta a sculture antiche, talvolta molto antiche, a maschere, a mascheroni. Ne coglie le analogie con crani di mammiferi e uccelli, come nelle caricature di un tempo e nella favolistica, ne studia il comportamento con lo sguardo del surrealista, porta alle estreme conseguenze la fisiognomica classica con un piglio alla Beckett. Le vede come organismi indipendenti riemersi dalle tenebre, i cui tratti antidiluviani sono sopravvissuti alla selezione naturale – sembra di vederle vagare nello spazio, spesso, folle di teste plananti, come in sogno. Tra queste, molte appartengono (appartengono? O non è piuttosto il contrario?) ad amici, a scrittori o ad artisti: lo studioso Gilbert Guisan ha la testa di corvo, Charles-Albert Cingria reca sul collo una cucurbitacea, e fin qui il gioco è piuttosto semplice, arcimboldesco; ma i ritratti di Alain Robbe-Grillet, James Baldwin, Balthus sono assai più complessi, intricati, crudeli anche – quello che leggo di Baldwin lo è, senza vergogna.
In molte di quelle teste, Chessex coglie le tracce della morte – o meglio, ne interpreta l’aspetto come metafora visibile della morte. In tutte, sfogliandole come vecchi libri, nota il lavorio del tempo.

domenica 1 novembre 2009

C'è musica e musica

(Rileggendo la nota precedente, constato che vi è qualcosa di ingenuo, nella mia sofferenza di fronte ai compromessi e alle viltà dei compositori del Novecento, o alle loro ambiguità – come se ritenessi il comporre un atto superiore alle bassezze della quotidianità, un ergersi, eroicamente libero per natura, dinanzi alla volgarità di ogni potere coercitivo. Questa visione romantica – in cui talvolta casco ancora – ha un’origine precisa: il ricordo delle puntate di “C’è musica e musica” di Luciano Berio, che vidi in televisione da ragazzino: lì comparivano i compositori di diverse generazioni del Novecento, solidali come le leghe dei supereroi dei fumetti che da bambino avevo adorato. Li vedevo davvero – i musicisti – come eroi dei nostri tempi, maestri di un linguaggio ostico, che sfidavano le piatte convezioni delle masse alla perenne ricerca di nuove strade di espressione artistica. Ad alimentare questa impressione forte ed eccitante c’erano anche quella collana sterminata di dischi 33 giri della Fratelli Fabbri, “La musica moderna”, che da Reger a Stockhausen e oltre testimoniava le avventure di un mondo orgogliosamente fertile, e il Terzo Canale radiofonico di una volta, tutto musica, privo quasi di parlato, nel quale mi immergevo per ore. Astraendo, mi pareva che quei musicisti vivessero o fossero vissuti d’aria, puri come anacoreti, disinteressati alle cose del mondo, indifferenti al danaro, orgogliosi con la committenza, prometeici con il potere. Certo, le cose non stanno così – e Berio, l’ho scoperto dopo, riguardando le repliche di quelle stesse puntate di “C’è musica e musica”, aveva anzi voluto mostrare l’impegno, la combattività politica, la socialità anche, dei compositori, ma io non me n’ero accorto. E mi sfuggiva anche il problema di fondo, il non rimarginabile scollamento della musica colta con la società – o meglio, non mi sfuggiva ma lo ritenevo un motivo di vanto, non appunto un problema.
Per tornare a Ross e alla questione da cui sono partito, mi consolo pensando che la grandezza delle opere non è incrinata dalle piccolezze di chi la compone o la esegue. Certo, per dire, la sbandata nazista di Webern addolora, più della stupida morte che ha interrotto il suo percorso artistico, ma in fondo non leggiamo Hamsun o Céline o Pound nonostante le loro posizioni ideologiche, anche se non rinunciamo a farci domande sulle ragioni di queste ultime – e nonostante certe goffe strumentalizzazioni della neodestra di oggi? E non siamo indulgenti con le opere di, che so, Cocteau o Bontempelli o altri che hanno suonato la grancassa per il regime dominante o sono venuti a patti con gli occupanti?)

"Il resto è rumore"


Il poderoso saggio di Alex Ross, “Il resto è rumore”, pubblicato finalmente da Bompiani, è stato presentato di recente in televisione come un eccitante saggio sull’argomento più noioso che si possa immaginare (la musica colta del Novecento): discutibile modo di parlarne – ma insomma, se ne è parlato. Colto da un certo grado di apprensione, temendo cioè sovrapposizioni e coincidenze del trattatone con il mio futuro romanzetto (“Rapsodia su un solo tema”, o comunque si intitolerà), ho letto vaste parti del libro di Ross. Nessuna sovrapposizione, per fortuna. Anzi, non è detto che, a smentire la sensazione che la musica colta contemporanea sia “noiosa”, o che sia noioso il suo mondo, “Il resto è rumore” descrive un universo vibrante di idee e di contraddizioni, brulicante di uomini dalle molte virtù e dai moltissimi difetti. Di questi – compositori, per lo più, ma anche direttori, interpreti, musicologi – l’autore racconta i gusti, l’elaborazione di teorie, la creazione di opere, le antipatie e le gelosie, le amicizie e le solidarietà anche e per fortuna, i tentennamenti spesso drammatici, le rese imbarazzanti dinanzi al potere – ai Poteri dispotici del ventesimo secolo – ma anche le ribellioni, le fughe. Della situazione in Unione Sovietica veniamo a sapere dettagli che confermano il generale senso di soffocamento che il regime alimentava anche in campo estetico – qui trovo una sintonia confortante con quanto ho inventato e sul poco che ho riportato in “Rapsodia” dalle fonti storiche sul mondo musicale sovietico. Le pagine più dolorose sono quelle in cui emergono l’ambiguità e la debolezza umana dei compositori, per noi che le leggiamo dalla prospettiva di chi conosce gli sviluppi futuri della storia e sa dare il giusto, tragico peso a dettagli che al tempo potevano sembrare irrilevanti. Per fare un esempio: duole, amareggia, spaventa anzi, sapere del desiderio di piacere al potere dei molti compositori tedeschi (Hindemith, anche lui!) quando ormai il nazismo si era assestato al potere in Germania, aveva rivelato la sua natura e si apprestava a far piazza pulita di ogni forma di opposizione e di dissenso. Certo, la piega degli eventi avrebbe costretto poi molti di loro all’esilio, avrebbe aperto loro gli occhi su ciò su cui eran sembrati in un primo tempo disposti a sorvolare.
Il pregio maggiore, non l’unico, del saggio di Ross sta proprio nell’indagine del rapporto tra musica e storia, tra musicisti e potere (politico, ma anche economico). Ma si leggono con gusto anche le pagine che raccontano la genesi e lo sviluppo delle composizioni, coniugando l’esigenza narrativa e divulgativa con lo sguardo analitico della musicologia.

sabato 17 ottobre 2009

Ancora due sonetti di Clodoveo Moro

Non oso più parlarti, amata perla
che sfingea attendi o pur lungi ti poni,
né so se val crederti falsa gerla
o vera proda di mie suspicioni.

Siccome petra attira corbo o merla
pel barbagliar di fint’e fredde fiamme,
così io che m’allatto a le gran mamme
di tua fantasma, vo’ in occhio tenerla.

E fin che mostri l’amate postilla
i’ non mi stacco da tua vista bruna,
e colgo il parco ben che sen dispilla

come ‘l lucore da l’avara luna:
e miro ratto venustà che prilla
pria che ratta mi sia da la fortuna.

*** ***

Che la spoglia mortale abbia perduto
chi saggio e parco dal consorzio humano
givane chino e pur d’orgoglio muto
mostra che forse un tale esiglio è vano.

Che forse al fato aggrada ciò ch’è bruto,
l’intrico sazio, la contorta mano
di chi s’immota, et il delirio acuto
di chi bifronte di comanda a Giano.

Forse: e quel dubbio arretra chi dispera,
e ben rigonfia chi ciancica amaro
pronto a sferrar su la gran norna fera

il bel “t’accuso” che tanto m’è caro,
siccome in broglio tigre ringhia altera
e vinta nulla perde, o come Icàro.

mercoledì 14 ottobre 2009

Chessex


Jacques Chessex è morto il 9 ottobre. Una morte alla Molière, sottilmente ironica, provocata da un infarto, in una biblioteca, durante una conferenza su di lui. In Italia lo si conosce poco e male, addirittura lo si è scambiato per uno scrittore di genere (noir, gotico, fate voi), quando è molto di più. Spero che la sua morte serva almeno a cancellare l'equivoco, e che sia all'origine di nuove traduzioni e di una diversa attenzione critica.
Ne ho conosciuto le pagine solo di recente, lo ammetto, e grazie a Stéphanie Hochet, che lo aveva incontrato e aveva ricevuto da lui parole di ammirazione e di complicità. "Un enfant et un ogre" l'ha definita Chessex, che trovava in lei sintonie profonde con il suo mondo poetico. E aggiungeva: "vous faites partie de mes fous". Chessex se ne intendeva: del 1973 è "L'ogre", che ha vinto il Goncourt; "Le vampire de Ropraz", del 2007, è forse il suo romanzo più noto - certo lo è in Italia.
Ne riparlerò.

sabato 10 ottobre 2009

Altri due sonetti attribuiti a Clodoveo Moro

Chi fu che ti costrinse da me lungi,
il Tedio malo o vero il Lutto insano?
Perché, e forse nol sai, così mi pungi
ch’ogni rimedio, fuor che te, m’è vano?

Segue il meriggio a l’alba, e già l’humano
sperar vacilla co’ fiamma svapora
fiaccata dal soffiar del tramontano;
segue notte a l’occaso e a quella aurora.

Mi s’abbolisce il tuo bel simulacro
di poco in poco, se non v’è alimento
d’atomi novi dal tuo corpo sacro;

e s’esso svane i’ moro, e non ti mento
che via com’esso squaglierommi a l’etra
nemmen lassando a’ vermi nervo o petra.

*** *** ***

Spande roventi lagrime chi Amore
prende per mano e poi lascia per strada,
ché sol l’humano strazio al divo aggrada
e chi di gran dolore si fa attore.

Vedi chi a lui vero grondò cruore
per compiacere femmina, e di biada
umìle sé nutrì e di secca piada
fingendo a sé di manicar del fiore:

persa la speme e gittato nel braco,
gli toccan crude celie e rei pispigli
che lo ritraggon piggiore di Caco;

ma maggior strazio vien dal sovvenire
di tra l’ortiche i rari dolci gigli
or umiliosi, e pronti per le pire.

(Sempre all'antologia "Concettisti minori e manieristi minimi", a cura di Elpidio Falza Calanchi, Bologna 1923)

Due sonetti di Clodoveo Moro

Donna, ché più non fiati? O tu, favella,
ch’a nulla val lassar nel brago vile
chi t’aiutò servente presto e umìle
te riputando savia quanto bella.

Vegg’io gl’amanti andar in lunghe file
ad implorar, come se a Compostella
gìan pellegrini, schiavi d’un’ancella
ch’ora muta li sbuccia in un bacile.

Son io tra lor, e reggo invano un cero:
a te l’infoco, a te mesto m’immolo
se vale a riportar contento vero;

per te mi ficco in un puntuto brolo,
per te spungo dal cor lo spesso siero,
per te sprezzante, ora tutto mi scolo.

*** *** ***

Fato crudel che vuoi ch’i’ lasci Clara,
dunque timor non hai de le vendette
humane? Ghigni d’ogne sorte amara,
e storte rendi quelle che son rette.

Nessuno a te s’oppone, e tu non smette
di dar a ogne letizia grama tara,
sicché questa il piacer che quella mette
ne toglie, e pur vota lascia la gara.

Iniquo fato, d’afflizion ti godi
morendo ciò che la natura impone,
et hai in grazia l’odio ‘n guisa di lodi:

sappi però che mai la donna mia
vorrò scordar nel canto o in orazione
finch’ella giunta al Parnaso non sia.

(Dall'antologia "Concettisti minori e manieristi minimi", a cura di Elpidio Falza Calanchi, Bologna 1923)

venerdì 9 ottobre 2009

Sintonie: Morfeo


Marta Raviglia e Manuel Attanasio sono i componenti di Morfeo, il duo vocale che uscirà a giorni con un cd pubblicato da Monk Records ("A Rhyme"). Ho avuto il privilegio di ascoltarli in anteprima e il piacere di scrivere queste note di copertina. Si veda anche http://www.monkrecords.it/artisti/morfeo

Morfeo non è semplicemente un duo vocale che, moltiplicandosi, si comporta come un coro. Marta e Manuel cantano, certo, ma ringhiano anche, rantolano, soffiano, sbuffano, nel bel mezzo di una melodia distesa si inceppano o si inerpicano innaturalmente, come se qualcuno lavorasse di manopola per dispetto o per sbaglio, ridono, piangono, minacciano, blandiscono, rischiano il soffocamento, tentano polifonie mongoliche, bamboleggiano, russano, si perdono, litigano, si concedono un virtuosismo, poi la parodia del virtuosismo, poi la parodia della parodia… Quello di Morfeo è un gioco serio, concentrato, come i giochi di quando si è bambini e si indagano le possibilità dei suoni che ci escono di bocca e si sfidano le convenzioni e le etichette degli adulti.

Dietro questi guizzi, questi borborigmi, e le urla, i singhiozzi, senti la lezione dei grandi sperimentatori degli ultimi decenni – la Berberian, certo, e in generale lo studio di Berio sulla vocalità e sul folklore, ma anche Meredith Monk, Norma Winstone, Sainkho Namchylak, Demetrio Stratos, Dean Bowman… Ma inseguire le ascendenze e i possibili modelli ha senso fino a un certo punto, di fronte alla ricerca di Marta e Manuel, che partono sempre dalla propria voce, e da quella dell’altro, nutrendosene, e procedono per espansioni e rifrazioni: la combinazione crea attriti, tensioni irrisolte, disturbi stridenti, ma sa aprirsi anche a momenti di intesa e di tenerezza, che non sai quanto potranno durare, ma intanto ci sono, prima che un’ondata inaspettata di suoni o rumori li cancelli o ne alteri il senso.

Pensa alle poche note di pianoforte con cui si apre A Rhyme, e che sembrano introdurre un paesaggio bucolico, che il canto di Marta espande e colora: non fai in tempo a indugiare in un ristagno di malinconia appagata, che quel paesaggio sonoro è turbato da versi trafelati, che lo increspano irrimediabilmente. Oppure pensa a Unn, a quel sottofondo di monaci tibetani, inebetiti dietro al loro mantra, e al folletto capriccioso che declama in primo piano – o a Salty Jewel, in cui la voce un po’ alla volta si discosta dallo stile giocosamente jazzistico dell’inizio, con una libertà che solo chi ha una padronanza perfetta dei propri mezzi può concedersi.

Sono poche le parole intelligibili, concentrate in alcuni momenti. Farfugli, invece, assoli strumentali, melopee in lingue inventate, jodel, falsetti, sibili, cigolii, distorsioni heavy metal, vibrati belcantistici, melismi orientali, filastrocche infantili, loop notturni, versi di uccelli crepuscolari, belati, e i gorgheggi di Manuel che si fanno rumore bianco, poi si trasformano in ritmo percussivo, poi ronzano gravi come un didgeridoo… A volte il contrasto si appiana, e ti chiedi d’improvviso di chi dei due sia la voce che senti stagliarsi sulle altre.

È una musica che nasce da un nulla, da un balbettio o da un canticchiare confuso, da sfarfallii della coscienza, e come i pensieri nel dormiveglia procede tentoni, per associazioni alogiche, per suggestioni analogiche, per sobbalzi, per perturbazioni spaziotemporali… Pesca nel calderone delle esperienze passate, giocherella con i déjà vu, e in questo percorre una via espressiva che non sia definibile o catalogabile per generi, e che sia indifferente alle convenzioni (e figuriamoci alle leggi del mercato). Butta all’aria le strutture consolidate con la giocosità assonnata di un bambino un po’ malinconico colto da un mezzo sonno la sera.

Tra i tanti piccoli gioielli che compongono questo disco si prenda My Bonnie, che sembra seguire un pensiero narrativo. Senti il canto di Marta, che nel silenzio di una stanza enuncia con pacatezza materna la prima strofa, come per indurre al sonno un bambino restio; senti poi aprirsi strati di reminiscenze, paesaggi mentali, vasti come solo nei sogni appaiono, e solo ai bambini; e poi, placatisi questi, torna la voce, ma trasformata, soffocata in un sussurro, e ti chiedi se sia la madre di prima, che per consegnare al sonno completo termina la sua nenia prima di andarsene, o non sia piuttosto qualcos’altro, che posatosi sul cuscino dopo l’uscita di scena della madre ne prende il posto, per sussurrare al bambino un finale imprevedibilmente macabro; e quando Marta lascia in sospeso la conclusione, mangiandosi l’ultima sillaba, resti con il fiato sospeso, in attesa, e scopri di aver smesso di respirare per qualche secondo.

Colpisce l’essenzialità di questi momenti. Capita che un duo, nel tentare di superare i limiti oggettivi dell’essere costituito appunto solo da due musicisti, si lasci cogliere da una tentazione – come dire – sinfonica: e carichi di suoni, gonfi di armonie, attraverso un accanito lavoro di sovraincisioni che suggerisce a volte un horror vacui. Morfeo vuole invece sfidare l’ascoltatore a esplorare gli spazi vuoti, l’immensità dei silenzi attorno alle due voci e ai suoni. Morfeo permette di assaporare questi silenzi come un elemento attivo della costruzione musicale, la sottrazione come un arricchimento del tessuto compositivo. Marta e Manuel procedono spesso in punta di piedi, e per effetto del vuoto quei passi si sentono, come si sentono i respiri, i sospiri, le lievi esitazioni, i piccoli rumori organici che produciamo senza accorgercene. Quanto agli strilli, nel silenzio tagliano la pelle.

Certo, non mancano sorprendenti eccezioni, i pieni, le tumefazioni corali. Red Bug, il primo brano, si satura fino all’inverosimile, fino a sfiorare il rumore bianco, per interrompersi di colpo, sulla soglia del dolore. In Fix in Medio, Manuel detta non solo il ritmo indolente, ma spalma strati di un’armonia dilatata, su cui adagia assorto i suoi vocalizzi. E 1, 2, 3, 4 & 5, uno scherzo tinto di jazz e funk che inizia in sordina e diventa poi una marcetta grottesca, è gonfiato via via di voci e di strilli, e di fronte a questa parata minacciosa non sai se sorridere o rabbrividire, perché tutti i passi di marcia, anche quelli più scanzonati, hanno un retrogusto di armi, polvere e guerra. La traccia fantasma, Daylight, sembra voler chiudere con un bozzetto di serenità impressionista, a due voci. Ma per quell’accartocciare sullo sfondo, e soprattutto per ciò che abbiamo ascoltato fino a quel momento, non ci sentiamo tranquilli. La vera dimensione di Morfeo è quella imprevedibile, volatile, ambigua, talvolta sinistra, del sogno.

domenica 27 settembre 2009

Questioni di stile

"La perle est une maladie de l'huître et le style, peut-être, l'écoulement d'une douleur plus profonde". Questa massima di Flaubert, che avevo trovato in un florilegio di citazioni dotte sul comodino d’un albergo di Grenoble (altro che Bibbie nel cassetto, altro che Vangeli!) mi è tornata in mente nelle scorse settimane, quando ho finito di rileggere (e ho terminato, stavolta) la Diceria dell’untore di Bufalino; sontuoso, esasperante esempio di come la scrittura barocca e il senso di malattia e di morte siano connessi. Va bene, l’io narrante alla fine guarisce: ma gli muoiono tutti attorno, e lui pure morirà, e la sua percezione delle cose è morbosa di una sensibilità sovracuta. È lo stile, sofferente, di chi troppo pensa, troppo si domanda, e non si contenta mai delle risposte.
A distanza di pochi giorni, incappo nell’iperbarocco Nottetempo, casa per casa di Consolo (Giona A. Nazzaro me lo ha consigliato: racconta di licantropia, Sicilia, satanismo e lotte sociali), ancora più scarmigliato ed esasperato nello stile, assai più aperto agli squilibri, ai salti, o ai voli. È un romanzo straordinario che richiederebbe un dizionario – oppure no, che colpisce per l’ansia di mistero che molto del suo lessico rivela, oltre che per la tendenza a imbambolarsi in elencazioni ellittiche, in accumuli ipertrofici, in intrichi di parole che vengon su come vegetazione spontanea in una macchia, o come macchie d’un morbo contagioso su una pelle, e che non sembrano rispondere a una legge, a un criterio riconosciuto.

Postilla al post precedente

(Be', certo, se si volesse mettermi a tacere definitivamente sulla questione dell'autobiografismo in letteratura basterebbe buttar lì il nome di Proust).