domenica 30 novembre 2008

Sintonie, 5: Guido Conterio


Recupero da una lettera inviata a suo tempo a Guido Conterio alcune noterelle sul suo romanzo “Città Caffè” (Mobydick, 2005), tirate giù a caldo o quasi. Le pubblico volentieri, perché credo non si sia parlato abbastanza di quel libro, un graziosissimo esempio di grottesco onirico, con una punta di petulanza e un'inclinazione per l’apologo paradossale - e non se ne sia parlato anche per effetto della forte riservatezza dell’autore. Il “tu” delle noterelle è appunto lui, il Conterio.


“Per prima cosa, ho notato una leggerezza stilistica che nelle precedenti prove – forse – avevi cercato di evitare. Ovviamente, dico leggerezza per indicare quel divertente guazzabuglio di registri tra il solenne, il cavilloso e il triviale – assai più consistente che in passato, quest’ultimo – con cui decori gli episodi della vicenda. L’impressione a questo proposito è simile a quella che altre volte ho avuto leggendo certe novelle di Pirandello – quelle più arzigogolate, cavillose appunto, e diciamo più labirintiche –, soprattutto nella costruzione capricciosa e nervosa dei periodi; o certe bizzarrie landolfiane – per il lessico, stavolta –, ma soprattutto, e non voglio suonare irriverente o peggio offensivo perché anzi per me è un complimento – certi monologhi della Franca Valeri, somma umorista, in particolare quelli della Signorina Snob – l’eco della Valeri si fa assordante quando ti delizi a passare senza soluzione di continuità dal sublime all’infimo, o quando indugi in frasi ellittiche. E ancora: stilisticamente, oltre a questo giocherellare – che suona disinvolto, ti assicuro, anche se so che è frutto di fatica se non di sofferenza –, mi piace in particolare il tuo uso del discorso indiretto quando si tratta di riassumere dei dialoghi; in tal caso, il gusto per la tecnica mi fa talvolta dimenticare il contenuto, ma pazienza. Sappiamo bene che, come forse ti ho già detto in passato, le avventure più appassionanti nei tuoi libri le corrono le parole.
Ho poi trovato buffamente riusciti certi personaggetti, palazzeschiani diciamo, che partecipano qua e là allo sviluppo della storia.
Mi è sembrato di notare – ma potrei sbagliarmi – una curiosa assenza, frutto anche questa presumo di sforzo di volontà: l’assenza di dramma. Nel senso che è tutto così leggero, arrendevole, grazioso, innocuo, che non può non essere il frutto di uno sforzo eroico da parte tua – di uno cioè che, perdonami se lo dico, tende un pelino a drammatizzare – lo riconosco, in questo siamo simili. Quanta fatica ti è costata abolire paure, angosce, morte, malattia dal tuo romanzo? O hai vissuto la stesura di “Città caffè” come una sorta di terapia antidolore? È la tua idea di paradiso, per quanto provvisorio, di eden diciamo, la città rigenerante della storia? Senz’altro è la tua palestra ideale quella in cui si immagina solo di fare esercizi”.

martedì 25 novembre 2008

Wunderkammer, 5


Ancora dal La Mettrie:

7) "Prendete un pulcino ancora nell'uovo e toglietegli il cuore: osserverete gli stessi fenomeni, più o meno nelle stesse circostanze", vale a dire balzi del muscoletto gettato su una fiamma. "Le stesse esperienze che dobbiamo a Boyle e a Stenone si fanno coi piccioni, i cani, i conigli: semplici pezzi del loro cuore si muovono come cuori interi. Lo stesso movimento si può osservare nelle zampe di una talpa recise dal corpo (...)".

9) "Un soldato ubricaco portò via con un colpo di sciabola la testa di un tacchino. L'animale restò in piedi, poi camminò, corse; incontrato un muro, girò, battè le ali, continuando a correre, e alla fine cadde. Steso in terra, tutti i suoi muscoli si muovevano ancora. Ecco ciò che ho visto; ed è facile riscontrare pressappoco gli stessi fenomeni nei gattini o nei cagnolini ai quali si sia tagliata la testa".

lunedì 17 novembre 2008

Un'altra intervista mancata - 3

Cosa stai leggendo e ascoltando adesso?
I miei ascolti musicali vertono ormai sulla scoperta dei minori e dei minimi della musica del novecento. I maggiori (Stravinsky, Bartòk, Hindemith, per citarne qualcuno) continuano ad accompagnarmi, ma nei minori amo rintracciare le impronte lasciate dalla scuola dei grandi modelli, e insieme il tentativo di forgiarsi uno stile personale. È molto piacevole scoprire i loro tratti di originalità in mezzo alla routine, al lascito delle scuole, ai manierismi delle accademie. Nel jazz seguo ormai soltanto certi continuatori del Miles Davis del periodo elettrico.
La musica che ascolto è per me una fonte di ispirazione che non finisce di sorprendermi. Non parlo di atmosfere, sensazioni; mi riferisco al linguaggio, alla struttura, a ciò che meccanismi complessi, architetture vaste, uso e metamorfosi del materiale tematico possono suggerire a chi, scrivendo, si esprime con un linguaggio diverso. A volte ho l’impressione di trattare motivi narrativi, personaggi o situazioni secondo un impianto simile alle strutture che governano le grandi forme musicali. E a volte anche la sintassi, il cursus delle frasi, mi sembra di sentirli suonare come una sorta di orchestrazione di una partitura (lo dico da dilettante, e mi rendo conto che può suonare ingenuo).
Le mie letture oscillano tra nuovi narratori che sento affini, e che scopro per conto mio, al di là delle classifiche (i primi nomi che mi vengono in mente sono Rosa Matteucci, Pier Paolo Giannubilo, Annalena Manca, Gabriele Cremonini, Stéphanie Hochet), e classici che torno a rivisitare, di cui insomma mi nutro: pilucco sovente dalle pagine di Landolfi, di Tozzi, di Manganelli, Palazzeschi, Gadda, Pavese… In entrambi i casi, inseguo libri che siano appaganti per la tenuta stilistica, per l’invenzione linguistica, e che non si siano riconducibili alle mode, ai generi.

Cosa prepari di nuovo?
Ho un romanzo pronto, “Rapsodia su un solo tema”, di ambientazione musicale, che, se va bene, uscirà nel 2009: e sto mettendo ordine tra le pagine del successivo, che per ora non ha titolo, e che procede come una specie di romanzo picaresco passato al frullatore. Con l’amico compositore Alessio Elia sto lavorando con entusiasmo a un’opera da camera per la quale ho scritto il libretto: misurarmi con le esigenze della rappresentazione teatrale e della scrittura musicale, e allo stesso tempo travasare alcuni dei temi su cui lavoro da tempo in un ambito nuovo, e sentirli esaltati, trasformati dalla musica è un’esperienza esaltante.
Sono in vista altri progetti con Luca Dipierro, che ha in mente una rivista letteraria e artistica online, e con Riccardo Mantelli. Sono progetti a cui tengo molto, perché mi permettono di uscire dalla dimensione tutto sommato solitaria dello scrivere e di confrontarmi con persone con cui sento una forte affinità artistica.

Wunderkammer, 4


Nel severo pamphlet Réflections sur la guillotine, Albert Camus riporta casi impressionanti di permanenza di talune tracce di vitalità nei volti e nei corpi dei condannati alla pena capitale decapitati di fresco. “Il sangue esce dai vasi al ritmo delle carotidi sezionate, poi si coagula. I muscoli si contraggono e la loro fibrillazione è stupefacente; l’intestino oscilla e il cuore ha dei movimenti irregolari, incompleti, affascinanti. La bocca in certi momenti si contrae in un’orribile smorfia. È vero che in quella testa scissa dal corpo gli occhi sono immobili con le pupille dilatate; per fortuna non guardano, e non hanno nessuna anomalia, nessuna opalescenza cadaverica, non hanno più movimenti; la loro trasparenza è viva, ma la loro fissità è mortale. Tutto ciò può durare parecchi minuti, anche ore nei soggetti sani, la morte non è immediata… Ogni elemento vitale sopravvive alla decapitazione. Non rimane al medico che questa impressione di un’orripilante esperienza, di una vivisezione omicida seguita da un funerale prematuro”; sono le parole di due dottori dell’Accademia di Medicina di Francia, Piedelièvre e Fournier.
Andiamo avanti. “Un aiuto carnefice, quindi poco sospetto di coltivare sentimenti romantici o morbosi, descrive come segue ciò che è stato costretto a vedere: Abbiamo gettato sotto la mannaia un forsennato in preda a un’autentica crisi di delirium tremens. La testa muore subito. Ma il corpo letteralmente salta nel paniere, tira le corde. Venti minuti dopo, al cimitero, ha ancora dei fremiti”.

domenica 16 novembre 2008

"Le larve": l'opinione di uno scrittore

Mi ha scritto giorni fa Pier Paolo Giannubilo, l'autore tra l'altro dei sorprendenti racconti di "Questo è il mio corpo" (Palomar, 2004) e soprattutto del romanzo "Corpi estranei" (Il Maestrale, 2008), sensibile e sconvolgente trasposizione di una storia vera:

"Non frequentavo letteratura nera da un bel pezzo, e leggere Le larve è stata una stuzzicantissima reimmersione nelle atmosfere con cui sono cresciuto e di cui, come sai, ho anche scritto parecchio.
Ha ragione Rossi: scrivi davvero bene. Soprattutto stupisce la tua felicità creativa nell'inventare personalità oscure, ctonie (l'incontro, sul finale, del protagonista e di Saverio nel cunicolo è emblematico), la densità e la pertinenza delle metafore ("codazzo luminescente di domestici infreddoliti" dietro al vecchio nelle notti degli ululati, cazzo!!! - mai pensato di fare poesia?) e la capacità di tenere alto il conflitto fra i personaggi.
Si nota subito che con la storia che racconti è impossibile annoiarsi, che il ritmo è serrato, e che dòmini con sicurezza la tecnica del flashback, una modalità insidiosissima, per chi non sa usarla a dovere.
Il tuo libro è barocco (nel senso migliore del termine, intendiamoci, come è barocca La cognizione del dolore di Gadda o Lolita di Nabokov), mentre da noi si è imposto uno standard di lingua asciutta quasi fino al rinsecchimento, che lascia poco spazio a espressioni alternative.
Tornando al plot, guarda che è davvero avvincente. Il capovolgimento del padre piagnone in satanista dà un certo brivido, come molte altre situazioni in cui emerge quella che ieri sera Gian Ruggero Manzoni (pronipote di Alessandro, con cui ho visto un Macbeth a teatro) chiama "la bestia", che lui ha rilevato anche nelle torbide vicende del mio Corpi estranei, l'aspetto ferino, buio della nostra umanità che ha appena qualche migliaio di anni o poco più, e non si è emancipata ancora dal suo retaggio animale.
Ma è tutto l'insieme, direi, tutta l'atmosfera a saper evocare quei odori e colori terragni che costituiscono l'aspetto più intrigante del tutto. E il modo in cui scruti i fenomeni naturali (le orge dei batraci sono scioccanti, bravo, bravissimo!) rivelano un talento di osservazione fuori dal comune".

Un'altra intervista mancata - 2

Il lavoro che c'è dietro a "Le larve" e le differenze con "Nora e le ombre".
Ho scritto “Le larve” nel corso di tre anni, dal 2002 al 2005, a partire da alcuni nuclei narrativi da cui a poco a poco è germinato tutto il resto. Ho accumulato pagine e pagine di immagini, narrazioni, dialoghi, lasciando che un po’ alla volta si creassero delle connessioni tra le situazioni, una geografia attorno, si sviluppassero dei rimandi (...).
Rispetto a “Nora e le ombre”, ho privilegiato atmosfere e temi che nel romanzo pubblicato nel 2006 erano limitate alla parte ottocentesca della storia; ne ho recuperato in parte l’ambientazione, il palazzo signorile isolato in una campagna non priva di desolazione; ho invece indagato paesaggi mentali maschili, amplificati dalla scelta di far raccontare tutto a un io narrante. Come in “Nora”, impiego divagazioni, sospensioni, ellissi, false partenze, e gioco sull’alternanza di passato e presente, sul tema del conflitto, meno sui contrasti (di tono, di registro…). Continuo a pensare che in letteratura non sia necessario spiegare e giustificare tutto, e che anzi talvolta il non detto sia più forte e importante del detto, il sottinteso dell’esplicitato, il casuale del programmato, la deriva del rigore, la digressione della tenuta dell’intreccio, l’attesa della soluzione. (È, a ben pensarci, un approccio molto simile a quello che ho avuto in musica, quando con Simone Riva ho registrato le lunghe improvvisazioni di funk sperimentale dei Commandmentz).
Infine, come in “Nora” gioco con l’orizzonte d’attesa del lettore: là fingevo di muovermi in una ghost story, con “Le larve” fingo di muovermi tra il romanzo d’appendice e la storia gotica.

La collaborazione con Riccardo Mantelli per il video.
Riccardo è un amico: quando gli ho proposto di realizzare un booktrailer per “Le larve” ha subito accettato con entusiasmo. Credo che Riccardo abbia subito notato nel mio romanzo, pur nella diversità di linguaggi, una affinità profonda con i temi delle sue ricerche: entrambi lavoriamo sulla deriva, la frammentarietà, la combinazione di elementi eterogenei, le interferenze, gli errori, anzi, per usare una sua espressione, sull’“estetica dell’errore”.
Per il video abbiamo lavorato su pochi elementi, foto pescate qua e là, suoni, musiche, brevi citazioni dal romanzo, e pure pause, neri, silenzi, per suggerire i temi e le atmosfere del libro. Ne è risultato un breve film insieme malinconico e inquietante, che recupera molto del romanzo, larve comprese, tranne forse la dimensione da commedia grottesca che hanno certe pagine.
Non è la prima esperienza con i booktrailer: già il precedente romanzo, “Nora e le ombre”, è stato accompagnato da un piccolo film realizzato da Luca Dipierro, scrittore, editore e filmmaker che all’epoca abitava a Baltimora e che mi aveva già inserito nell’antologia italoamericana di racconti “Santi – Lives of Modern Saints”. Luca ha coinvolto nella realizzazione Brent Green, autore di brevi sequenze animate in stop-motion: io da Aosta ho contribuito con l’invio di disegni a china, sequenze parlate, filmati… Alla fine, il video si è nutrito di tanti linguaggi e registri diversi, in un modo spiazzante, giocando su conflitti e contrasti, come il libro.

sabato 15 novembre 2008

Un'altra intervista mancata - 1

(Si tratta di una serie di domande e risposte destinate a http://www.iltrillodeldiavolo.it/ e non più utilizzate. Immagino di poterle presentare qui, a puntate. En passant, le interviste mancate stanno diventando - per me, almeno - un sottogenere pieno di sottintesi: relativizzano, suggeriscono di non darsi troppe arie, sussurrano in un orecchio una specie di modesto memento mori. Hanno una loro acerba validità morale).

Qual è il tuo approccio alla scrittura?
Da tempo ho la netta sensazione che le parole vivano, tra le pagine di un libro, avventure parallele a quelle dei personaggi. Ogni scelta lessicale o sintattica, ogni esclusione, formano una specie di secondo intreccio, che ora coincide ora entra in collisione con quello principale delle figure del romanzo. È probabile che chi legge non avverta questo piano narrativo nascosto, implicito, ma io che scrivo e riscrivo per anni, e rimugino e cancello e butto via e riprendo e modifico e salvo, seguo ormai le vicende delle parole con una partecipazione forte, a volte con un certo grado di sofferenza, o almeno di esasperazione.
Ho presenti alcuni modelli letterari: tra i meno antichi Landolfi, sempre e comunque, Géza Csàth… Certi eccessi della trama, certi colpi di scena non di prima mano, vengono da reminiscenze della narrativa d’appendice ottocentesca; altre convenzioni sono mutuate dal romanzo o dal racconto gotico, da Hoffmann, dal Gotthelf del “Ragno nero”, o dal solito Poe. Va bene, non sono certo modelli recenti, ma almeno sono modelli “alti”, che rispetto agli emuli attuali del gotico garantiscono una straordinaria freschezza di invenzione e soprattutto una impeccabile tenuta stilistica e linguistica. Sono convinto che solo una lingua precisa, ricca, complessa, possa governare il viluppo caotico di cui è fatta la realtà, o almeno possa dare l’illusione che sia possibile dar senso, attraverso la scrittura, all’insensato.
Non ho in mente riferimenti cinematografici quando scrivo. Trovo che molta narrativa di oggi sia troppo legata all’immaginario cinematografico, per non dire alle convenzioni, ai clichés, e soffra anzi di una sorta di complesso di inferiorità del tutto ingiustificato (è il linguaggio del cinema che ha preso tutto dalla narrativa, non ha alcun senso che oggi si cerchi di fare il contrario).

Quale messaggio vuoi dare?
Mi trovo un po’ in imbarazzo a rispondere a questa domanda. Ho raccontato storie, intrichi di storie, ho indagato, attraverso la voce dell’io narrante, sull’inclinazione al male, sull’attrazione esercitata dal nulla, sugli effetti di passioni, impulsi ed emozioni, sulla forza di una ragione che tenti di dominare l’oscuro, il morboso, l’onirico, e sul rischio che se ne lasci attrarre e vi si perda. Non avevo una tesi da dimostrare, avevo una manciata di suggestioni, un groviglio di situazioni a cui dare unità e coerenza (...).

Wunderkammer, 3


Già verso i tre o quattro anni Teresa (del Bambin Gesù) manifestava una sua tendenza tutto sommato pudica e discreta a rivestire di veli corporei il male - così come faceva, e con maggior frutto, riguardo al bene. Così inizia il cosiddetto "sogno dei due diavoletti":

"Ero sola a passeggiare in giardino, quando scorsi a un tratto, vicino alla pergola, due diavoletti orribili che ballavano sopra un gran recipiente di calcina con un'agilità sorprendente, nonostante i ferri pesanti che avevano ai piedi. Essi gettarono da prima sopra di me i loro sguardi di fuoco, poi, come assaliti dalla paura, li vidi precipitare in un batter d'occhio in fondo a quel vaso, uscirne quindi non so da quale apertura, e correre finalmente a nascondersi nella guardaroba (sic), che era al livello del giardino. Nel vederli tanto poco coraggiosi, volli sapere che cosa andassero a farvi, e, superando il primo terrore, mi avvicinai alla finestra... Quei poveri diavoletti erano là che correvano sulle tavole, non sapendo come sfuggire al mio sguardo; ogni tanto si avvicinavano, spiavano con occhio inquieto dai vetri della finestra, ma poi, vedendomi sempre lì, ricominciavano a correre come disperati".

Con ciò, forse, il Signore avrebbe inteso mostrare alla futura santa che "un'anima in istato di grazia non ha nulla da temere dai demoni che sono dei vili".

Sintonie, 4b: Fabiana


“Invece di startene lì imbambolata a guardarmi, fa’ qualcosa, per carità!”
“Io guardarti?! Ma come osi? Non ti sto affatto guardando!”
“Va bene, va bene, va bene: è un peccato mortale, e non mi stavi guardando. Ora mi aiuti con questo settimo?”
“Acciderba… E va bene, ma la mia è solamente carità cristiana, non montarti la testa! E non ti guardo! Guidami tu”.
“Bene. Hai presente il cl... il clit…”
“Non osare!”

“Ah, scusa – e chi se l’aspettava? -, volevo dire: ha presente la clit…”
(urletto di impazienza) “Non è questione di… Io non ti licenzio l’ignobile scilinguagnolo!”
“Ma…”
“O smetto all’istante”.
“Oh, santa pazienza! Va bene. Hai presente quel cosino… Simile ad un pomellino… Che disgraziatamente hai anche tu – e che disgraziatamente non usi?”
“Risparmiati lo spirito. Questo qui?”
“No, un po’ più su”.
“Qui?”
“No, un po’ più giù”.
“E qui?”
“Ma sai che sei proprio brava? Bel tocco, delicato…”
“Spudorata! Non osare, non giocare con me o… O… Ecco di nuovo il mancamento…” (sbandando)
“No! I miei esercizi dello Czerny! Perdonami! Perdonami. Ecco, abbiamo finito. Hai trovato il settimo. Ora tira”.
“Ma no, non credo… Insomma è troppo duro… Sembra di plastica…”
“Sì, appunto. Ehm… Non ti avevo detto che era di plastica?”
“Muoio!” (afflosciandosi a terra)

“Dove sono?”
“Bentornata”.
“Ma… Che cosa sta diventando, in nome di dio, teatro?”
“Sì, teatro da camera!”

(sipario, applausi)

giovedì 13 novembre 2008

Sintonie, 4: Fabiana Piersanti


Credevo perduto questo dialoghetto via via più sconveniente, scritto a quattro mani con Fabiana l'anno scorso, pubblicato a suo tempo su un blog di myspace e poi svanito con lo svanire di quel blog. Ma Fabiana, che lo ha ricostruito a partire da frammenti conservati, me ne ha fatto dono: e sono felice di riproporne una prima parte. Da qui non lo leverà nessuno.

“Che diamine stai facendo con quella mano lì in mezzo?” (piedino battente; braccia a mo’ di brocca)
“…”
“Suvvia! Rispondi alla domanda che ti è stata rivolta!”
“È il posto più confortevole che io conosca”.
“Sfacciata! Ecco perché sei eretica… Anzi, no… Sei eretica perché ti metti la mano lì in mezzo!” (avvampando)
“La mano è mia. Anche quello che c’è qui in mezzo è mio. Ed è il posto più confortevole che io conosca”.
“Ma che razza di impertinente… Tutto è tuo! Tutto è tuo! Non ho mai ascoltato in vita mia rivendicazione più ignobile e discutibile! Mi sento mancare…” (in deliquio)

“Allora, dicevamo?” (rinvenendo)
“Non me lo ricordo, mi sono distratta…” (sorrisetto)
“Sfrontata!”
“Ma no, dovresti provare anche tu…”
“Non ti permettere! Aiutami piuttosto, dammi una mano…”
“Non posso”.
“E perché mai?”
“Sono impegnate entrambe…”
“Oh, Signore…” (di nuovo in deliquio)

“Sono di nuovo mancata…”
“Così pare”.
“…”
“Senti, io avrei finito ma…”
“Ma…?”
“Non riesco ad estrarre il settimo e vorrei anche tornare agli esercizi dello Czerny”.
“Il settimo? Il settimo cosa?”
“Il settimo dito”.
“Il settimo dito?”
“Va da sé, perfeziona gli arpeggi”.
“E l’ottavo, allora?” (in tono di sfida)
“L’ottavo?! Mi prendi per un mostro?!?”

mercoledì 12 novembre 2008

Passeggiata browniana


La città è piccola, ci è familiare da sempre. Chi vi abita da anni, soprattutto chi vi è nato, ne percorre le vie principali con un senso di sazietà distratta, di saturazione infastidita; e ha imparato presto le poche strade parallele, le deviazioni, i percorsi poco conosciuti, facendone l’itinerario per passeggiate alternative che ormai sono ordinarie come tutto il resto. In pochi minuti si raggiungono i quartieri periferici, anche questi ormai battuti da anni, in ogni direzione; altri minuti e si è oltre la periferia, in zone già collinari, o ai confini degli altri comuni, tra case e cantieri e ritagli di terreno incolto.
Per questo un’esplorazione della città secondo un approccio insolito, in un contesto urbano come Aosta, è una sfida. Riccardo, sabato sera, ci conduce lungo traiettorie impreviste. Un software sul suo cellulare, collegato a un navigatore portatile, ci dice dove andare, se a destra o a sinistra: e noi procediamo lungo vie obbedendo a un algoritmo. La nostra è una deriva relativa, vincolata agli impulsi generati dal software: ma andare dove non andremmo ci dà una sensazione nuova – ci costringe, se non altro, a osservare le cose in modo nuovo.
Ben presto usciamo dalle luci stolidamente rassicuranti del centro e ci spingiamo in quartieri bui. In un cortile chiuso attendiamo un segnale che non può che dirci di tornare indietro – ma lo attendiamo. Passiamo attraverso un varco sotto la cinta delle mura romane, finendo su un’arteria in cui il traffico ci costringe a marciare in fila indiana. Sotto un cavalcavia scopriamo una cassetta di mele marce, che ci appare subito come un segnale di abbandono – uno di quei segni incomprensibili di cui il mondo sembra costellato, e che in effetti non sono segnali di nulla, ma il punto finale di vicende che ignoriamo del tutto. Ci inoltriamo in parcheggi oscuri, deserti, che il buio rende immensi. Incerti, su uno stretto marciapiede lungo la ferrovia, aspettiamo dalla vocetta (femminile, gentilmente severa, o severamente gentile) una parola che ci riporti indietro. Altre zone buie però ci attendono, quartieri nuovi, dalle vie non illuminate, cresciuti tra il fiume e gli orti abusivi, le autorimesse e i magazzini. Cantieri ancora aperti, tracciati in cui già osano spuntare erbacce. Profili pretenziosi di condomini e palazzine, dalle linee oblique, che suggeriscono poppe e prue di navi, o astronavi. Cani che abbaiano appena visibili – dietro un cancello vecchio stile.
La voce non si esprime spesso: resta in silenzio a lungo, e tace proprio agli incroci, quando vorremmo che ci dicesse qualcosa; parla invece lungo vie prive di sbocco, in cui è possibile solo andare avanti, in cerca di un bivio – non sono previsti lo scavalcamento di muri o recinzioni, l’attraversamento di proprietà private, lo sfidare cani o allarmi.
Parliamo a voce alta – siamo gli unici in giro. Il gruppo si sfilaccia, ma dopo un’ora di marcia alla deriva sentiamo tutti il bisogno di puntare verso casa. Non ci ammutiniamo agli ordini della voce (“left”, “right”), ma cominciamo a interpretarli a nostro vantaggio: dal momento che destra e sinistra non sono assolute, ci disponiamo in modo che la direzione indicata sia proprio quella che vogliamo prendere.

martedì 11 novembre 2008

Wunderkammer, 2


Julien Offroy de la Mettrie, ne L'uomo macchina, enumera diverse "esperienze" di osservazione dell'azione involontaria del principio motorio di un corpo.
1) "Tutte le carni degli animali dopo la morte palpitano tanto più a lungo quanto più a lungo l'animale è freddo e traspira meno. Ne fanno fede le tartarughe, le lucertole, i serpenti, ecc.".
2) "I muscoli separati dal corpo a pungerli si contraggono".
3) "Le viscere conservano a lungo il loro movimento peristaltico o vermicolare" (...).
5) "Il cuore della rana, soprattutto se esposto al sole o meglio ancora su un tavolo o su un piatto caldo, si muove per un'ora e più dopo essere stato strappato dal corpo. Se il movimento sembra finito senza rimedio, basta ungere il cuore e questo muscolo cavo batterà ancora".
6) "Nella sua Storia della vita e della morte Bacone da Verulario... parla di un uomo accusato di tradimento che fu aperto vivo per strappargli il cuore e gettarlo nel fuoco. Là questo muscolo compì dapprima salti di un piede e mezzo d'altezza; poi, perdendo a poco a poco le forze, saltò ogni volta di meno per circa sette o otto minuti".

Wunderkammer, 1


Leggiamo nella Storia naturale dell'anima di J. O. de la Mettrie (in Opere filosofiche, Laterza, 1978): "In origine il corpo umano non è altro che un verme, le cui metamorfosi non hanno nulla di più sorprendente di quelle di ogni altro insetto". E altrove, ne L'uomo macchina: "Ci dicano loro", cioè "i nostri osservatori", "se non è vero che l'uomo nascendo è solo un verme, il quale diventa uomo come il bruco diventa farfalla. I più autorevoli studiosi ci hanno insegnato come si deve fare per vedere questo animaletto (...). Poiché ogni goccia di sperma contiene un'infinità di questi vermicelli, quando essi vengono lanciati nell'ovaia soltanto il più abile e il più vigoroso di loro ha la forza di insinuarsi e di impiantarsi nell'uovo fornito dalla donna, che gli dà il suo primo nutrimento". Il resto si sa: "Sebbene in nove mesi di crescita" l'ovulo fecondato "divenga mostruoso, esso differisce dalle uova delle altre femmine solo perché la sua pelle (l'amnios) non si indurisce mai e si dilata prodigiosamente, come possiamo vedere paragonando il feto già in posizione e sul punto di uscire (il che ho avuto il piacere di osservare in una donna morta un istante prima del parto) con altri piccoli embrioni ancora assai vicini alla loro origine".

mercoledì 5 novembre 2008

"Spiral Tales", Marta Raviglia Quartet (Alfa Music, 2007)


Quella di Spiral Tales è musica di un'eleganza rara, fresca e classica assieme. I brani, tutti firmati da Marta Raviglia e da Simone Sbarzella, insieme o da soli, tranne una cover di David Crosby, rivelano per i grandi modelli del passato un rispetto che non è mai sottomissione, ma confronto, voglia di emulazione, a momenti con un briciolo di irriverenza che non guasta.
La voce di Marta Raviglia concede con discrezione ornati e vibrati; saggia sovente (in Surprises, ad esempio) con autorevolezza il registro grave, con improvvise impennate verso gli acuti. Assecondata dai suoi compagni, ama le melodie saltellanti, con intervalli ampi e talvolta capricciosi, che intona con nonchalance, come se fossero la cosa più facile. La voce è uno strumento con gli altri: tiene spesso per sé l’enunciazione dei refrain, lascia spazio ai partner e all’ospite Tino Tracanna, e si ritaglia un assolo verso la fine dei brani, attenta al valore e al carico di sfumature di ogni singola nota.
In un album di jazz vocale come questo, tutti tendono a una cantabilità inquieta ma distesa, sempre discreta, mai condiscendente; canta il pianoforte di Simone Sbarzella, che pennella meditativo le composizioni sue e di Marta; canta il contrabbasso di Fabio Penna, cui fa da contrappunto la batteria precisa e vivace di Alessio Sbarzella. Anche Tino Tracanna, al sax soprano e tenore, si muove quasi con delicatezza nelle atmosfere piene di souplesse del disco.

Spiral Tales presenta diverse facce, diversi umori.
Sail Away, la prima song, e Back Home, l’ultima prima di una ripresa del brano iniziale, sono canzoni di leggerezza quasi pop, dalle melodie accattivanti, rese con un’attitudine jazz che ne indaga le pieghe armoniche; Sail Away contiene anche, quasi subito, un bell’assolo del contrabbasso, che canticchia come un baritono innamorato. La bella melodia di Circle passeggia tra intervalli imprevisti su un ritmo latin un po’ nervoso.
C’è anche un lato più crepuscolare, in Spiral Tales, che si assapora nel canto sospeso di Passato o in Lullaby, una ballad classicamente lenta, di dolcezza pastosa, dall’armonia ricca ma non astrusa, che si evolve rivelando un’ombra di inquietudine più moderna, meno accomodante. Here I Am, notturna e impressionista, ritmicamente libera, suona come un raffinato haiku musicale di poco più di due minuti.
Il recupero, ironico e ammirato assieme, di certi stilemi “classici” del jazz colora altri brani del disco. Prima di Entrare ha una classicità capricciosa e suona come l’elegante parodia di uno swing da big band: qui Marta vocalizza come una tromba anni ’50 in vena di qualche sperimentalismo, e lascia a Simone Sbarzella e a Tracanna il compito di esplorare i territori tonali del pezzo. Quando tocca a Marta, la sua voce si fa strumento in pochi secondi di assolo non esente da echi ultracolti. Si torna a swingare in Big Fish, che si conclude con un intenso inserto parlato tratto da The Man with the Blue Guitar di Wallace Stevens.
L’anima più sperimentale del disco si coglie soprattutto in The Proclaimed Death of Words, un sorprendente pezzo a cappella in cui la voce di Marta si fa coro, percussione, e recupera un timbro tagliente, molto moderno. Triad, di David Crosby, l’unica cover, è resa benissimo, dilatata nelle sue componenti modali; il quartetto non cade nel tranello di gonfiare armonicamente il pezzo, come altri nel jazz hanno fatto con pezzi del rock o del pop, ma si mantiene in un confine in cui l’attitudine jazz si affaccia con rispetto in un altro mondo musicale. Nella lunga coda ipnotica si intuiscono echi orientali.

Spiral Tales rivela un interplay amichevole tra i musicisti, anzi una complicità sorridente e attenta, e nel contributo di tutti un senso della misura e dell’equilibrio che può nascere solo dallo studio appassionato, da una lunga condivisione degli stessi modelli e da una aperta curiosità intellettuale.


(Questa recensione è apparsa nel 2007 sul sito del gruppo, http://www.martaravigliaquartet.it).

Autori: H. H. Ewers

Ho tra le mani “Mandragora”, di Hans Heinz Ewers, romanzo del 1911 pubblicato in Italia nel 1930 da Cappelli nella traduzione di Ada Salvatore. Molti anni fa, spulciando tra le bancarelle di Torino, ho comprato per poche lire questo volume odoroso di muffa, mai più ristampato, che io sappia (su Maremagnum.com se ne può trovare qualche titolo per amateur, in francese e tedesco, non in italiano), e ne ho tentato una lettura che non si è mai conclusa (ma questa è un’altra storia).
È un romanzo verboso ma dotato di un suo fascino, molto agé nel suo prender tempo (ogni scena esordisce con un buongiorno, buonasera dei personaggi, e indulge in preamboli e convenevoli e digressioni, prima d’arrivare al punto; ogni figura è puntigliosamente descritta). Alraune, Mandragora cioè, è la versione eweresca della femme fatale, della divoratrice o meglio distruttrice d’uomini, che ha un po’ della Lulu di Wedekind, anticipa quella di Berg e di Pabst, ma soprattutto pesca nel sicuro trovarobato tardogotico, in quel mondo fatto di predatori e prede e azzanni sul collo e sessualità implicita e svolazzi lirici di seconda mano e erotismo cimiteriale e pose già cinematografiche e sguardi languidi e morti dolci e marsine appena stirate feste esclusive borghesia antiborghese viveurs dandies parassiti studenti con le fregole vecchi che non si rassegnano svenimenti baccanali piogge nel pineto estenuazioni spiritismo scienza occultismo inconsci retorica e vecchia mitologia rivisitata tra voluttà e inquietudine.
Alla base, una vecchia leggenda: dal seme di un impiccato a un crocevia, espulso per effetto appunto dell’impiccagione e caduto tra la terra, nasce una radice di mangragola (con la elle o con la erre, fate voi), versione femminile dell’homunculus dei negromanti. Lo studente Frank Braun, che vuole persuadere lo zio, consigliere ten Brinken, a dar vita a una di esse, attualizza la procedura, sostituendo alla terra una meretrice, e al seme dell’impiccato al crocicchio quello comune di un giustiziato, che il consigliere può procurarsi in un modo che il libro non precisa.
Alraune, appunto, nasce da questo esperimento, raccontato come un saggio tra scienza e magia, come la nascita del Creatura della Mary Shelley – ma a noi una fecondazione simile, a parte la fedina penale dei soggetti coinvolti, sembra ormai prosaica. Nasce, e cresce, e vive. E diventa prima una lolita seducente per istinto, poi quella femme fatale di cui si diceva, che butterà all’aria le vite degli uomini attorno a lei, dominandoli con una sorta di feroce innocenza - la vera femme fatale non conosce, o non conosce fino in fondo, il suo terribile potere.
(Giunto alla fine di questo pezzo, poso il libro odoroso con un certo sconforto, dopo averlo sfogliato in cerca di ricordi. Perché il romanzone è davvero invecchiato, lutulento, prolisso, e le divoratrici di uomini suonano come un pretesto imbarazzante e meschino a giustificazione delle melense bassezze dei maschi).

domenica 2 novembre 2008

"Nora e le ombre": le fonti, 5c

(Proseguo nella trascrizione degli appunti presi più di vent'anni fa dalle vecchie riproduzioni di Francis Bacon a cui ho fatto riferimento il 19 ottobre. Come ho già scritto, qualcosa di queste righe è finito nella scena al museo del capitolo VIII di "Nora").
Anche i “Tre studi per figure a letto” del 1972 hanno avuto qualche peso nelle descrizioni di certe presenze di “Nora e le ombre”. Il primo studio mostra una camera d’albergo (la solita lampadina gialla che cade a piombo sulla tragedia dell’uomo!); il letto al centro, coperto dal solo materasso a righe: e una figura umana sopra, nuda, dalle carni rosse e color caffè, inevitabilmente maschile, si contorce con una certa ansia di sedurre. Si noti quel piede che si afferra all’orlo del materasso, con una indefinibile voluttà un po’ allarmante. La testa dell’uomo è erosa, sul davanti, da qualche probabile invasione di formiche che l’han colto durante il sonno – ma a lui la cosa sembra non dispiacere.
Il secondo studio è più complesso. Sul letto grava un cumulo abbastanza disgustoso di carni in disfacimento. Ma a noi i corpi sembrano due, colti in un momento di tenerezza macabra tra una copula e l’altra. Il corpo più grasso, dotato d’un gran sedere, sembra stia protendendo la testa formicoide a divorare la schiena dell’altro – o dell’altra, va’ a sapere –, che tranquillamente a pancia in giù subisce i morsi.
Il terzo studio presenta un’ennesima figura maschile solitaria. Accucciata sulla branda, la diresti dedita a una seduta di autoerotismo. Ha le gambe ormai verdastre di un cadavere riesumato, e gli cola dal basso ventre tutto il colore vitale che prima gli riempiva ogni fibra del corpo gommoso: una grossa chiazza bruna si sta espandendo sul materasso, ingrossandosi degli umori spillati dal torace ancora costipato di nero. Della testa si vede un’orecchia tracciata alla perfezione, larga e marcata, e le labbra sottili sopra un mento aguzzo. La figura, come quelle dei due “Studi” precedenti, è inserita in cerchi frecciati, che forse serviranno al pittore – ma non ci si dovrebbe credere troppo – per definirne i movimenti muscolari al momento della stesura definitiva del soggetto.

Sintonie, 3: Gabriele Cremonini


Confesso di essere un lettore accanito ma non sistematico, che difficilmente arriva alla fine di un libro (non me ne vanto, anzi, ne parlo come di un mio limite): nel caso di “Sputasangue”, di Gabriele Cremonini (Pendragon, 2007), mi sono lasciato conquistare dall’impianto del romanzo e guidare da un uso sapiente della suspense fino alle ultime parole.

Ho trovato ammirevole la struttura del romanzo, il gioco tra passato e trapassato, i rimandi discreti tra i due piani narrativi (i tre, nel finale a sorpresa). Mi sono goduto la costruzione attenta, scrupolosa, dei personaggi e degli ambienti, compiuta soprattutto attraverso la ricerca linguistica, e in particolare la vividezza e la precisione di un lessico che dà il sapore di un’epoca (di due, anzi) ricrea gli ambienti rurali, il lavoro e la vita della campagna, i rumori e i suoni dei boschi.

Quella di Cremonini è una narrazione verista intrisa di inquietudine novecentesca; in essa ho trovato una certa sintonia (appunto) con il mio modo di intendere la narrazione – nel gioco dei piani temporali, nel taglio delle scene, nell’attenzione paziente per gli aspetti formali, nello sguardo sui personaggi, ma anche nel desiderio di andare oltre la contemporaneità un po’ facile, l’autobiografismo voluto o meno.

Un po' di rassegna stampa: da "Rumore"

"La densità di Morandini quasi spaventa. Non tanto per il nitore con il quale evoca mostri e pulsioni, quanto per la maturità espressiva così lontana da qualsivoglia cessione al gusto corrente. Le larve è un “astratto furore” che si scava la propria tana sotto la pelle del lettore. Un teatro pulsionale che monta come una feroce marea. Nella cornice di un’ambientazione neorealistica, Morandini sembra lavorare ai fianchi di maestri come Landolfi e Calvino. Del primo rievoca lo sgretolarsi delle periferie del reale, del secondo aspira al controllo razionale della materia sotto forma di fiaba. Le larve inquieta. E inquieta soprattutto Morandini, la cui voce si va delineando con una forza esponenziale davvero insolita per il panorama delle lettere di casa nostra".
(dalla recensione di Giona A. Nazzaro, apparsa nella rubrica “Letture” del numero 202 del novembre 2008 di “Rumore”)