martedì 28 ottobre 2008

Un'intervista

Compare oggi su http://www.thrillermagazine.it/rubriche/7084 una bella intervista su "Le larve" a cura di Barbara Baraldi. Ne riporto un paio di estratti.

Il paesaggio ha molta importanza nella vicenda. A tratti sembra interagire con i personaggi…
È vero, è un paesaggio che sembra vivere di vita propria. Gli esterni sono visti con gli occhi della memoria: sono come li vedevo da bambino quando li attraversavo per andare in vacanza, immensi, misteriosi. Gli interni sono quelli dei miei sogni: corridoi, stanze, altre stanze, altre ancora… Mi piace far muovere i miei personaggi in questi ambienti, in esplorazione: non accade nulla, ma potrebbe accadere di tutto.

Il dipinto del capofamiglia riveste un ruolo predominante. Inquieta perché mostra la cattiveria di chi ritrae. Mi ricorda in qualche modo il ritratto di Dorian Gray. Cosa ne pensi?
Il ritratto è legato al tema del doppio, che attraversa tutto il romanzo e che è probabilmente una delle ossessioni più forti e persistenti della letteratura fantastica. Quindi sì, c'è Wilde, ma ci sono anche Hoffmann e Poe dietro quel ritratto — un'idea non certo di prima mano, su cui ho insistito in vari momenti della storia proprio per la sua "classicità", per l'appartenenza al buon vecchio trovarobato gotico. Più concretamente, per quel dipinto del nonno mi sono ispirato a un sorprendente autoritratto di Savinio del 1936, conservato alla GAM di Torino: un autoritratto con il volto di gufo, lo sguardo acuminato, una manona in primo piano…
(...)

Leggendo "Le larve" non ho potuto fare a meno di notare similitudini con "Nora e le ombre", il tuo primo romanzo. La casa infestata da presenze che turbano, un personaggio femminile dalla sensibilità straordinaria tormentato e isolato in una stanza…
In effetti, ho cominciato a scrivere le prime pagine del secondo quando ancora non avevo terminato il primo, e la stesura de "Le larve" ha coinciso con il lungo lavoro di revisione di "Nora" per la pubblicazione. Così, si può dire che ho mantenuto gli stessi ambienti per immaginarvi lo sviluppo di un'altra storia. Ne "Le larve" il palazzo è ancora più astratto, indefinito nell'architettura; inoltre, si sdoppia e si moltiplica nel sottosuolo. Attorno, le stesse campagne che si perdono a vista d'occhio nella parte ottocentesca di "Nora e le ombre", e che su di me, che vivo circondato dalle montagne, esercitano un fascino irresistibile. Aggiungi che diversi sensi di "ombre" e "larve" combaciano. Ed è anche vero che ne "Le larve" i personaggi, pur non essendo revenant, o spettri, si comportano come tali: scivolano lungo i muri, appaiono e scompaiono, si muovono come in uno stato di ipnosi, sembrano stare al confine tra questo e un altro mondo. È come se l’esplorazione di certi temi in "Nora" non mi fosse bastata, e avessi sentito il bisogno di insistere, cambiando giusto la prospettiva, e adottando con Le larve un punto di vista maschile, dopo aver tentato quello femminile.

Il tema della fanciullezza emerge tramite i ricordi dei protagonisti, sogni e racconti. È un simbolo o lo utilizzi per far conoscere meglio la psicologia del personaggio tramite flash back del suo passato?
Per me scrivere storie è soprattutto esplorare il passato dei personaggi, alla ricerca di quel che è già avvenuto: è muovermi liberamente tra presente e passato. Scoprire il passato dei personaggi aiuta, come è sempre stato, a chiarire le loro azioni e i loro pensieri al presente: ma spesso in realtà, invece di dare risposte, questa ricerca costringe a farsi altre domande, non spiega, divaga, aggiunge mistero, suona incongrua. La fanciullezza, l’adolescenza sono un serbatoio senza fine di spunti narrativi: i bambini e i ragazzini vivono già come se si sentissero personaggi di un romanzo interminabile, o come prigionieri di "un lungo sogno minaccioso". Le loro paure, i loro momenti di esaltazione, le scoperte e le esitazioni hanno un sapore fortissimo, che la letteratura può sperare di recuperare almeno in parte.
(...)

lunedì 27 ottobre 2008

Sintonie, 2: Riccardo Mantelli


Riccardo Mantelli indaga da anni le derive misteriose dei dati nell’etere (misteriose per tutti noi, assai meno per lui), insegue con ogni mezzo le dispersioni degli impulsi lungo tracciati obliqui. Da anni lavora con le imperfezioni, con gli scarti e gli errori, con i rumori di ogni colore, e ne fa oggetti sensati, gustabili esteticamente, se ne appropria con voluttà quasi, con golosità fanciullesca, e insieme con una ostinata lucidità professionale. Le sue ricerche, in cui indovini fondamenti di sociologia, architettura, linguistica applicata all'informatica, urbanistica, psicogeografia, endofisica, patafisica, diventano un vero e proprio girovagare, fatto di peregrinazioni, appostamenti, traiettorie browniane, deviazioni, tornanti, svolte a U, dita puntate su mappe algoritmiche, spazi hertziani, che offrono un senso geografico nuovo, nascosto, e consentono di appropriarsi dello spazio secondo coordinate nuove.
Riccardo esplora la città e le campagne alla ricerca di cose: oggetti, detriti, disturbi, basse frequenze, fantasmi elettromagnetici, pulsazioni misteriose (per noi, non per lui), cavi, e tubi, diagrammi, spazzatura, brandelli di conversazione captati per caso, linee pubbliche o segrete, fasci di luce, feticci, frammenti di codici generativi, prospettive di fili dell’alta tensione, turbine, rumori di fondo.
Nel corso di queste peregrinazioni riempie taccuini su taccuini di immagini, schizzi, macchie colorate, collage, ma soprattutto di frasi, che esprimono un forte desiderio comunicativo, la necessità di una condivisione, e per farlo usano un linguaggio che contamina le metafore auliche della poesia e il gergo informatico. Ci leggi un bisogno impaziente di conoscere, di insinuarsi, ma anche un’avversione a fissare, a catalogare, a legiferare sugli oggetti del suo interesse. L’estetica del disordine e della decostruzione si accompagna in lui a un sostrato epistemologico che rende le sue esperienze qualcosa di molto più della ricerca della bellezza nello strano da parte di un amateur dell’irregolare o dell’erratico: ci intuisci la contemplazione ammirata della complessità del mondo, e l’idea che a contare non siano la definizione ultima, la dimostrazione incontrovertibile, ma l’indagine in sé, il percorso accidentato, la scarpinata apparentemente svagata.

Riccardo Mantelli sta organizzando per sabato 8 novembre 2008, dalle 14 alle 21, un Open Studio Day: un'opportunità preziosa per visitare il suo studio ad Aosta e vedere da vicino i progetti ed i lavori presentati ai festival negli ultimi due anni.

sabato 25 ottobre 2008

"Nora e le ombre": le fonti, 5b

(Trascrivo gli appunti presi anni fa - vent'anni fa e più! - dalle vecchie riproduzioni di Francis Bacon a cui ho fatto riferimento giorni fa. Qualcosa di queste righe è finito nella scena al museo del capitolo VIII di "Nora").
Dal “Trittico” del marzo 1974:
Nel dipinto centrale si vedono un uomo ritorto, bagnato, sospeso nell’aria, rosa e grigio insieme, come carne di coniglio esposta nella vetrina di una polleria, e un’esile ombra teleplasmatica che cola a terra dalle sue viscere. Sull’uomo, o su quel che ne resta, scende una lampadina gialla.
Ai lati sono raffigurati un macellaio che pulisce una finestra, e un uomo in camicia che fotografa chi lo sta osservando – ma da come tiene in mano la macchinetta, lo si direbbe un dilettante.
Dal “Trittico” del maggio-giugno 1974:
Nel primo dipinto si vede un uomo su una spiaggia, intento a ripararsi le carni bluastre sotto un ombrello nero da un solo che non compare. L’uomo sembra avere tre natiche, un’unica gamba molto muscolosa, e una schiena informe da cui spunta a un certo punto la nuca di una testa, descritta da dietro con una certa pignoleria – l’orecchio, i capelli radi. Egli è inginocchiato, parrebbe, su una improvvisata sedia a sdraio, fatta di assi e di tubi verniciati di bianco, tutt’altro che comoda. Di lontano, lungo la spiaggia che costeggia un mare immobile, avanzano due figure allampanate a cavallo.
Il secondo quadro mostra un interno, dalle pareti oscillanti su cui sono appese due gigantografie: un signore con barba e baffi e l’aria severamente grifagna, molto fin de siècle, a sinistra, e a destra il suo presumibile nipote, dall’espressione idiota, lo sguardo cavo, il gran naso largo, le labbra gonfie, il cranio pelato. Su una piattaforma ovale al centro della stanza, stanno due figure. la più grossa è una specie di Torso del Bevedere in avanzata putrefazione, privo di braccia e con la testa piegata di ottanta gradi sul petto; le gambe, prive di estremità, sono legate al tronco da un compiaciuto paio di natiche. L’altra figura è sdraiata su un fianco, nuda ed erotica come interiora di manzo; le si indovina la posizione del cranio dalla vistosa montatura d’occhiali che esaltano i due occhi a mandorla.
Il terzo quadro è di nuovo un esterno male illuminato: la spiaggia deserta di prima. Il personaggio con l’ombrello pare aver trovato finalmente una posizione confortevole sulla sdraio costruita di scarti; nel frattempo gli sono spuntati una seconda gamba, ben rotuluta, i piedi, e un moncherino di braccio: dal fondoschiena, inoltre, gli partono lunghe manate di carne azzurrognola. Il volto, nero e verde, per effetto dell’ombrello, è ora di profilo, e rivela un talpone cinquantenne dal gran naso, forse addormentato.

giovedì 23 ottobre 2008

"Le larve": l'opinione di un lettore

Ecco che cosa ha scritto Alessio Elia su IBS a proposito de "Le larve":
"Inconfondibile uso della lingua italiana. Ci sono altri scrittori in Italia che se ne servono in modo così pregevole, raffinato e ricercato ma allo stesso tempo senza alcun sentore di affettazione? Il ritmo cadenzato della parola di un linguaggio parlato colto, una lingua cesellata fin nel dettaglio che mai tradisce però il certo lavorìo che v'è sotto. Di un'immediatezza meditata che coglie il presente nel suo rendersi incarnazione di un ricordo passato o presagio o anticipazione di un evento futuro. Nella stesura della trama è soppresso il nesso domanda-risposta. Fatta eccezione per il caso delle mignatte e della dislocazione delle ossa del Figlio del Padre, in cui il lettore può solamente sospettare della colpevolezza di Saverio, il resto è tutto scoperto. Viene sapientamente evitata anche la costruzione di un caso da giallo: l'omicidio è preannunciato, non esiste interrogativo da solvere, né colpevoli da rintracciare, se non la caccia a colpevoli che colpevoli non sono. In questa abolizione di nessi tra aspettative, supposizioni e risoluzioni, vere o presunte che siano, il romanzo diviene una descrizione di una realtà immodificabile, ingiustificabile, indiagnosticabile. È una realtà oggettiva, ossia una realtà lanciata contro (nel senso etimologico del termine), in cui poco importa se è l'io-narrante nella veste di Saverio, o Saverio nella veste dell'io-narrante ad essere colpevole. In qualche modo sono analoghi l'uno dell'altro, e dunque perché no, la stessa persona. E davvero è di poco conto che questa coesione tra i due uomini sia avvenuta nella mente di una donna malata di mente. In virtù di essa Saverio è colpevole, mentre il vero colpevole è innocente, non potendo essere nuovamente se stesso, dal momento che non è data la possibilità di un triplo (e la figura del doppio è già incarnata da Saverio). A questa necessità oggettiva Saverio si arrende, e la cosa comica è che è proprio lui, che perde la sua identità di soggetto, a diventare veramente soggetto (subiectum, sottomesso). Ottimo".

lunedì 20 ottobre 2008

Sintonie, 1: Stéphanie Hochet


Chi conosce il francese potrà leggere i romanzi arguti e intensi di Stéphanie Hochet, purtroppo non ancora tradotta in Italia nonostante il plauso critico in Francia. Il suo esordio, sorprendente, avviene nel 2001 con “Moutarde douce” (Laffont), che fa rivivere in modo credibile e brillante il romanzo epistolare, applicandone gli stilemi all’ambiente culturale e editoriale di oggi (o di uno ieri molto vicino): è una commedia di grazia settecentesca, in cui si agitano scrittori giovani e già celebri, amici, lettrici pervase da passioni intrattenibili. Sempre di scrittori tratta, ma con allegra asprezza, con crudeltà ironica, il più recente “Les Infernales” (Stock, 2005), che ammicca sin dal titolo a Clouzot.

Stéphanie eccelle nella pittura di caratteri complessi e sfuggenti, nel racconto della tensione che si scatena quando in dinamiche che paiono stabili si insinua una presenza perturbatrice. Ne “L’Apocalypse selon Embrun” (Stock, 2004) e in “Je ne connais pas ma force” (Fayard, 2007) queste presenze portatrici di caos sono una bambina sgraziata come uno gnomo e un adolescente che, scopertosi malato di cancro, decide di diventare il führer del proprio corpo. Attorno a loro, esplodono i precari equilibri sociali e familiari; sono figure che con una sorta di impassibile ferocia infieriscono sulle pietose certezze degli altri, sulle piacevoli convenzioni borghesi, logorandole attraverso un continuo lavorio fatto di frasi violente, sguardi cattivi, silenzi minacciosi, ostinazioni incomprensibili, menzogne gratuite, gesti incongrui. La loro “forza” è osservata dall’esterno, raccontata (con un distacco ironico che non esclude una commozione pudica) attraverso lo sfaldarsi progressivo dei legami attorno a loro, ma anche rivelata dall’interno, attraverso la complessa strategia dei loro pensieri. E qui scopriamo che anche quei personaggi crudeli e perturbanti - che le loro vittime finiscono per interpretare quasi come incarnazioni del male, come creature del caos - nascondono una loro contorta fragilità. Sono bambini, e adolescenti.

domenica 19 ottobre 2008

"Nora e le ombre": le fonti, 5




Pochi sanno unire precisione e indeterminatezza come Francis Bacon. Nell’intrico convulso di arti e capi d’abbigliamento spicca la nettezza di un orecchio preciso come su un manuale d’anatomia. In quelle nebulose di carne grigia e rosa che sono i volti, è incastonato un occhio attento, con una pupilla che ti fissa e pare viva. In interni essenziali e scombinati insieme, dalle prospettive sghembe, ecco il dettaglio impeccabile, il complemento d’arredo rifinito minuziosamente, la lampadina giusta, il tavolino di pregevole fattura, la poltroncina, il quadretto appeso in bella cornice (un Bacon, of course).
Le prime riproduzioni di dipinti di Bacon le ho trovate, ragazzino, su vecchi ritagli di “Epoca”, di cui però non so più il numero e la data precisa (ma l’anno era il 1974, l’occasione una mostra di Bacon al Metropolitan Museum di New York). L’articolo di commento, che mi pare di ricordare arguto, portava la firma di Raffaele Carrieri. Ho conservato quelle pagine per anni, prendendo appunti e trascrivendone spunti, prima di gettarle perché logorate dall’uso.
A quei dipinti popolati di forme ectoplasmiche, indecise se mantenersi composte pur nella sofferenza o lasciarsi andare a scenate ringhiose, ho fatto più volte riferimento, anche in modo esplicito, nel mio “Nora”. A volte per rendere le figure dei visitatori, ma soprattutto per ambientare la scena al museo del capitolo ottavo, e il vagare di Nora e De Mastris tra i grandi trittici appunto di Bacon.
A Milano, mesi fa, ho vagato anch’io tra le urla silenziose e le mani contorte e i colletti abbottonati e le gambe accavallate di quei trittici e di altre opere del pittore di Dublino, nella mostra allestita a Palazzo Reale. Vedevo una spaventosa passione per la vita in quelle figure, e rimanevo a bocca aperta dinanzi a quella “disperazione esilarante” che lo stesso Bacon rintracciava nel suo modo di leggere il mondo e di esprimersi. Quando ritrovavo uno dei quadri che da ragazzino avevo scoperto su “Epoca”, attratto allora da quel che di orrido che promanava da quelle forme, scoprivo di sentirmene quasi intenerito.

sabato 18 ottobre 2008

"Le larve": le fonti, 10b


Mi scrive Fabiana, a proposito di Verga e dintorni:
"C'è un passo alla fine dell'introduzione ai Malavoglia che trovo interessantissimo: Chi osserva questo spettacolo non ha il diritto di giudicarlo; è già molto se riesce a trarsi un istante fuori del campo della lotta per studiarla senza passione, e rendere la scena nettamente, coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com'è stata, o come avrebbe dovuto essere.
Fra le maglie di questa dichiarazione di poetica si frammischia molto della genesi della tua ispirazione - ma questo lo sai, te lo dico da sempre. Questo tuo porre il lettore dall'altro lato del cannocchiale e questo tuo costringerlo in vari modi a sospendere il giudizio; questo tuo porre il fiato sul collo di chi non è immune alle passioni, ma che, se dotato di un intelletto un poco più fine, tenta disperatamente di ribellarsi a questo, al fine di uno - appunto - studio spassionato; questo tuo lasciare alla complessità delle cose e del sentire ogni posteriore ipotesi di causa - e ogni posteriore chiedersi se ne vale, poi, realmente la pena."

Io, indeciso se arrossire o gongolare, riporto.

"Le larve": le fonti, 10


Un lettore de “Le larve” ha accennato di recente a lontane ascendenze verghiane. Io, che con un po’ di apprensione cominciavo a sospettare di suonare soprattutto manzoniano, dal momento che su “I promessi sposi” torno da più di vent’anni per motivi professionali e qualcosa di quello stile deve essermi rimasto appiccicato alle dita, tiro un sospiro di sollievo. Dell’imprinting di Verga non ero cosciente, a parte le pagine affilate, disperate de “La lupa”, che credo di avere già citato altrove: ma sento che potrebbe esserci del vero, e che l’influsso del corpus narrativo dello scrittore verista potrebbe essere più esteso.
Vediamo, allora: una lingua che si nutre di parlato e dialettale, attinge a proverbi e convenzioni popolari, riporta i rimuginii e i borbottii o le improvvise esplosioni d’ira dei parlanti, e lo fa per fingersi strumento di analisi di una realtà da osservare con occhio scientifico, ma non rinuncia alla ricchezza dello scritto illustre, proprio perché a realtà complessa non ci si può riferire se non con una lingua complessa – una tale lingua è vittima di un equivoco metodologico nel fingersi strumento di analisi eccetera, ma assurge a risultati altissimi, ed è questo che conta. Ma forse non è tanto questione di scrittura.
C’è in Verga un’essenzialità di sguardo che lavora di taglio sulla realtà, di sintesi: riduce le descrizioni, limita i ritratti, accenna appena agli elementi paesaggistici, e questi accenni lirici se li lascia quasi scappare. Questo modo ellittico di raccontare, questo non dire – questo sì lo sento come uno strumento di rara potenza espressiva. Allo stesso modo, il raccontare azioni e gesti senza voler indagare nelle motivazioni, senza rovistare nei pensieri, l’osservare dal di fuori, da vicino ma dall’esterno, lo stare ad alitare sul collo dei personaggi, per non perderne un atto, non lasciarsene sfuggire una parola, nemmeno le più casuali, lo sento come un metodo di indagine sulla realtà molto più efficace della ricerca a tutti i costi di una spiegazione psicologica per ogni batter di ciglia.
Ma c’è dell’altro. Vite schiacciate da una sorte segnata; sforzi di cambiare logoranti e in deriva verso il fallimento; un attaccamento ostinato, brutale, cieco alle cose, alla terra, alla considerazione sociale, alla rispettabilità; un senso oppressivo e intriso di tensione dei rapporti umani, tra generazioni, tra ceti, tra acculturati e illetterati, ricchi e poveri, contadini e gente di città, patriarchi e figli ribelli; la percezione di un destino collettivo e individuale che però non ha nulla di sacro, il che non lo rende meno soffocante.
E il muoversi con lentezza nel seguire i personaggi, come se questi andassero alla cieca, o come se nel perseguire un obiettivo fossero sempre distratti, rallentati da qualcosa o qualcuno; e d’improvviso, il verbalizzare le accelerazioni, le sbandate travolgenti, i crolli o gli scontri.
Quel lettore dell’inizio ha ragione, eccome, anche se temo che il suo accenno a Verga non volesse suonare elogiativo.

martedì 14 ottobre 2008

"Le larve": altre recensioni

Altre recensioni de "Le larve" sono comparse in questi giorni sulla rete. Barbara Baraldi, su "Milano nera", http://www.milanonera.com/?p=1412, del mio romanzo ha colto benissimo il lato buio e folle, da gotico rurale: "Campagne desolate, buio che inghiotte e nasconde peccati e peccatori, fango e paludi, dove strisciano creature fameliche e la terra. Una terra che accoglie tra le viscere larve affamate ma anche uomini stravolti dai languori primordiali. La terra come madre a cui tutto fa ritorno. “Le larve” è un racconto di formazione che procede con salti temporali tra passato, presente e guizzi come schegge provenienti da un futuro poco rassicurante."
Anche Carlotta Vissani, su "Mangialibri", http://mangialibri.com/?q=node/2938, sottolinea la natura gotica e enigmatica del romanzo.

"Nora e le ombre": le fonti, 4




E poi ci sono Johann Heinrich Fussli, i suoi due incubi fin troppo famosi e citati. Quei languori, improbabili sin nell'anatomia... Quel fare buuu un po' infantile... Quel senso di melodramma tutto contrasti di luci ed ombre... A colpirmi, sin da bambino, più che l'incubo accucciato sulla donna, con un'aria fastidiosamente convenzionale (soprattutto nel primo dipinto), era l'allucinazione del cavallo, che sbuca incongruo (incongruo!) dai panneggi, strabuzza gli occhi, pare voglia precipitarsi nella stanza a devastare, o sul letto a far di peggio, o vuol solo esprimere puro sentimento di orrore.
Si sostituisca alla dama dal sonno pesante una delle fanciulle imbronciate della Cameron; e al gravare del male raffigurato da Fussli nelle due creature oscure il gravare altrettanto soffocante dei visitatori raccontati dalla Eugenie von der Leyen: si insista per un duecento pagine sul paradosso di un bene che pare male, portando il tutto ad estreme conseguenze. Et voilà.

domenica 12 ottobre 2008

Rimuginii

Credo sia importante, oggi, per chi scrive, dotarsi di uno stile che si faccia carico delle complessità del mondo. Mettiamola così: uno stile complesso ha oggi (oggi!) una sua valenza pedagogica, e anche politica. Troppi si danno a presentare la semplificazione come una soluzione, la via più facile come la più giusta. Non è così, credo (credo, ritengo, spero: visto che opto per la complessità, non posso dirmi sicuro che sia solo così). La realtà è un intrico di cause ed effetti, cercarne un senso vuol dire sprofondare in strati e sottostrati di presenti e di passati; la letteratura, la buona letteratura lo fa: scava, rovista, mette sottosopra, mette un po’ di ordine, d’accordo, ma senza accontentarsi della soluzione più spiccia, stende uno sguardo sull’inestricabile molteplicità del tutto, divaga, si sofferma sulle zone d’ombra, si concentra con sgomento sul mistero (umano, terreno), sull’inesplicabile, esercita la strategia del dubbio (pedagogica anche questa, doverosa in tempi di eccessive certezze, o di fatue parole d’ordine spacciate come certezze), disattiva dogmi, sparpaglia luoghi comuni divenuti, per pigrizia o per calcolo, principi indiscutibili, alle parolone in quella neolingua violentemente povera oppone l’eloquenza fertile di un balbettio continuo, alla superficie della denotazione oppone (ci prova, via) le profondità della connotazione, ribatte agli slogan con argomentazioni che si perdono via via in lontananze indistinte. Lo fa con le parole: con tutte le parole che la logica semplificatoria di oggi vorrebbe dimenticare, quelle che rimandano a una visione obliqua, quelle che risuonano di echi, quelle che fanno pensare, che fanno rallentare nella lettura, che costringono a consultare un vocabolario. Lo fa con la sintassi: con la laboriosità dell’ipotassi, con la libertà straordinaria dell’ipotassi, che si spinge a scovare i legami tra i fenomeni, e che allo stesso tempo invita a pensare che quelli non sono gli unici legami, che ve ne sono altri, perché allora questi e non quelli? Lo fa con la vitalità di uno stile riconoscibile, non etichettabile: che può far nascere in chi legge la percezione di una visione soggettiva (una, accanto a mille altre), di un lavorio di mente alla ricerca della parola più giusta, o bella, di un pensiero (uno, accanto a mille altri) che racconta, attraverso le parole, la difficoltà di raccontare, di capire.

Nuovi linguaggi tra web e scuola: prove tecniche di contatto

Esplorando la rete
(Ecco la seconda parte del già citato articolo di prossima pubblicazione su "L'école valdôtaine"; il titolo è provvisorio)
Partiamo proprio dall’enunciazione di una difficoltà, nota, credo, a tutti i docenti di lettere: sovente questa pratica linguistica, che non è esclusiva del web, ma sul web prolifera, si infiltra nelle altre scritture, contamina gli appunti, compare sui compiti in classe, togliendo, ai nostri occhi, sensibilità alla precisione lessicale e alla correttezza grammaticale. Se poi ne seguiamo le tracce su internet, essa sembra rivelare un sistema di relazioni istantanee ma superficiali con il mondo, rivela anche e soprattutto ansia di mantenere aperto il contatto (anzi, una rete di contatti in cui la cosa più importante è comparire, più che dire), di sentire che l’altro (gli altri) ti conoscono, ti pensano, forse stanno per risponderti, forse lo faranno, perché non lo fanno ora?
L’iconicità della grafica, ormai inscindibile dal testo, l’uso avventuroso dei colori, della punteggiatura e di emoticon via via più sofisticati, rimediano alla limitatezza di lessico e sintassi, rendono più veloce il messaggio, riducono il rischio di equivoci. I segni visivi diventano didascalie di immediata lettura, che rassicurano sia chi legge, sia, soprattutto, chi scrive, esternandone e fissandone al di là di ogni dubbio le emozioni e le intenzioni.
Da quando è possibile aprire un numero praticamente infinito di blog gratuitamente e velocemente, tutti ne curano almeno uno, postano contributi, discutono degli argomenti più vari: ma quanti li leggono davvero, oltre agli autori? A scorrere rapidamente alcuni dei numerosissimi blog che affollano la rete, si scopre che pochissimi riescono davvero a emergere, e soprattutto a suscitare commenti; e pochissimi commenti diventano occasione di uno scambio non episodico di messaggi. Il blog sembra essere per sua natura autoreferenziale: il creatore del blog parla di sé, e ne parla a se stesso (se poi qualcuno legge, meglio, ma davvero esso sembra aver sostituito le pagine di un diario). Nel migliore dei casi, si alimenta una piccola comunità di amici con cui, più che il contenuto del messaggio, pare sia importante mantenere, anche solo con un emoticon e quattro punti interrogativi o esclamativi di fila, un contatto.
Anche nei forum, molti temi di discussione sono presto disertati o del tutto ignorati, e solo pochi di questi danno vita a confronti che, se troppo animati, diventano un affastellarsi di interventi fuori sincrono.

sabato 11 ottobre 2008

"Nora e le ombre": le fonti, 3b

Il 29 giugno, ricompare la creatura minacciosa. A Eugenie viene in mente che potrebbe trattarsi di “Fritz, il pastore assassinato”. E qui il Klimsch riporta la noterella stizzita del parroco Wiesel, secondo il quale Fritz “nella parrocchia era un peso morto; la sua descrizione non interesserebbe nessuno. (…) In chiesa si faceva vedere raramente. Aveva un unico figlio, maligno e bugiardo, che già a scuola portava lo scompiglio e dava molta preoccupazione agli insegnanti (…). Quando costui ebbe 17 anni e fu grande e forte, una sera, verso mezzanotte, uccise il padre ed in seguito fu condannato a morte”.
La principessa chiede conferma dell'identità, ma il fantasma dapprima non reagisce, poi si innervosisce. Ma il 1 luglio, l’identificazione con il defunto pastore Fritz si fa ancora più chiara: “La figura, il naso, gli occhi, sono tutto lui”, anche se il suo viso continua ad essere tanto nero da esser riconosciuto a fatica. Eugenie se lo ricorda, in vita, il pastore Fritz, come un “poveraccio” che faceva “compassione” e da ragazzino appariva sempre “così strano, e da uomo come un individuo piuttosto “rozzo”.
Per la prima volta, il 4 luglio, Fritz parla, e risponde “Sì!” alla domanda sulla sua identità. Seguiranno, nei giorni successivi, dialoghetti sempre piuttosto stringati tra la devota Eugenie e lo spettro. Il 9 luglio, ad esempio, Fritz sveglia la principessa con un colpetto sulla spalla, perché non arrivi in ritardo alla Messa. Il 12 luglio, pregheranno finalmente insieme.
"Che cosa devi dunque soffrire?" insiste la principessa.
"Brucio!" dice Fritz. E imprime con un dito un segno di bruciatura sulla mano di Eugenie.
Dal 21 luglio in poi appare in compagnia di un’altra ombra (tale Alfredo S.). dal 29 luglio diventa “sempre più chiaro”; il 10 agosto rivela di essere “nell’abbandono”: e non si presenterà più. Altre anime tormentate intanto si affollano nella stanza e sulle pagine di Eugenie, pronte a reclamare (oh, sempre con un garbo che le loro omologhe del mio romanzo si scorderanno) l’opera di intercessione della pia aristocratica.

giovedì 9 ottobre 2008

"Nora e le ombre": le fonti, 3


In “Leben die Toten?”, o insomma “Vivono i morti?”, di Klimsch-Grabinsky, pubblicato nel 1955 dalle Edizioni Paoline (dettaglio sorprendente) e mai più ristampato (questo è già più comprensibile), capitatomi tra le mani, più di vent'anni fa mentre rovistavo tra vecchie cose in biblioteca, si trova espressa una tesi nei riguardi dello spiritismo compatibile con la dottrina cattolica (quella di quegli anni, almeno): può darsi che i fantasmi siano apparizioni di anime di beati, di purganti e di dannati, ma è certo che le manifestazioni spiritiche provocate a bella posta durante le sedute medianiche, quando non siano frutto esclusivo dell’illusione dei presenti, sono da attribuire a spiriti ingannevoli e cattivi. Come dice San Tommaso, “i morti appaiono ai vivi… per speciale permesso di Dio che concede alle anime dei defunti di intervenire nelle faccende umane”: ma quando sono i vivi ad invocarli, non può venirne nulla di buono.
Tra i tanti esempi di cui è ricco il libro, particolarmente importante è la trascrizione di ampi stralci del diario della principessa Eugenie von der Leyen, messo a disposizione di Klimsch nel 1926 dal padre spirituale di colei, Sebastian Wieser di Augsburg. Su quelle pagine la principessa ha annotato, quasi ogni giorno, le apparizioni di defunti a cui ha assistito nel corso di vari anni – defunti purganti per lo più. e tutti intenzionati a sfruttare le virtù che la principessa dimostrava nell’intercedere per l’altrui salvezza.
Le ombre si manifestano ogni volta soggette a mutamenti; da mostri animaleschi o da forme indistinte si fanno sempre più umane e chiare. Così è per la “lunga figura grigia, come immersa nella nebbia” che compare, china su Eugenie, la notte dell’11 giugno 1923. il 14 giugno, l’ombra è già in camera prima della principessa, “simile a un tronco d’albero ambulante” dotato di braccia. Il 18 giugno ricompare, e si fa minacciosa. “Nel mio terrore” scrive Eugenie, “pregai e presi in mano il frammento della Croce”. Quell'ombra ancora non parla.
(C’è il diario di Eugenie dietro al diario di Aurora: ma questo porta alle estreme conseguenze, fino al paradosso, le premesse di quello).

Appunti per un racconto di vita scolastica, 3

Ma sono le manifestazioni cutanee le più sorprendenti. E X non pensa ai pallori improvvisi, o agli improvvisi rossori, o a quel colore terreo che si accompagna spesso a un restringimento degli occhi e a un sigillarsi di labbra che paiono definitivi. Pensa piuttosto a quegli alunni – alunne, il più delle volte – che, all’apparenza tranquilli, non agitano dita o piedi, non accumulano bava disseccata ai lati della bocca, non lacrimano come alla notizia d’un lutto: d’un tratto però si coprono, sul collo, sulla gola, di macchiette rosse, che da principio si potrebbero scambiare per irritazioni di pori, o acne, ma ben presto di dilatano, lungo la superficie del collo, fino a toccarsi e a formare un tutt’uno, e sembra a questo punto che vadano alla deriva sulla pelle più chiara come zolle di un continente primordiale. L’interrogato non se ne accorge, resta impassibile – avvertirà forse un lieve brucìo, una sensazione di calore indistinto: sul suo collo – e sulle spalle, d’estate – un bradisismo incontenibile provoca geografie sempre nuove, che X fissa inebetito.

domenica 5 ottobre 2008

Appunti per un racconto di vita scolastica - 2

X scorge i loro piedi agitarsi, sente il tamburellare delle loro dita sulla cattedra, vede le mani aggranchiarsi in improbabili torsioni barocche, sente il vibrare di quei movimenti incontrollabili trasmettersi dalla sedia al pavimento alla sua sedia a lui, ne percepisce l’eco nelle cavità del suo addome. Lo stress escogita quel diversivo per trovare uno sfogo: si concentra in un arto, in un’estremità d’arto, in una falangetta, la squassa senza che il resto del corpo se ne accorga, senza che l’alunno ne sia cosciente. Talvolta, quando l’attenzione di X si sposta su un altro interrogato, l’alunno da cui ha appena ottenuto una risposta purchessia, scaricato provvisoriamente di tensione, tornando a guardare attorno a sé, scopre con stupore quel suo pezzo d’arto che continua a scuotersi, e gli pare, forse, una creatura impazzita, dotata d’una vita propria: ne blocca allora il movimento, dopo un momento di esitazione, poi cerca subito negli arti dei compagni di sventura movimenti analoghi.
Allievi più previdenti corrono ai ripari presentandosi alla cattedra con palline di gommapiuma, che premeranno a ritmo sempre più sostenuto, o con coppie di sferette tintinnanti, che cercheranno di muovere a cerchio nei palmi, senza riuscirvi, esasperando gli altri e finendo per esasperarsi: X li vede concentrarsi nel gesto, dimentichi quasi dello scopo per cui hanno sottratto le sferette a madri o sorelle dalle letture orientaleggianti, e li senti balbettare risposte casuali, persi nella necessità di eseguire prima di tutto l’esercizio di destrezza paziente.

venerdì 3 ottobre 2008

Appunti per un racconto di vita scolastica

Da insegnante di lungo corso, X ha potuto constatare, in migliaia di occasioni e soprattutto durante quei momenti delicati che sono le interrogazioni orali, i mille modi con cui lo stress si sa manifestare sui volti e in generale sui corpi di chi, come appunto un alunno, è sottoposto a una prova carica di tensione. L’interrogazione orale, con gli esaminati seduti attorno alla cattedra, è davvero un’occasione preziosa per osservare le metamorfosi che avvengono negli alunni: molto più di un compito in classe, in cui ci si mette in gioco in solitudine, e in cui il tempo più ampio a disposizione consente a chi vi si sottopone di diluire la tensione, di programmare le operazioni, di architettare una risposta, l’interrogazione, a torto o a ragione, sembra il regno delle prove immediate, incancellabili, inappellabili, in cui ci si gioca, oltre che il voto, una reputazione dinanzi al resto della classe.
Taluni reagiscono con precipitosità, sparando risposte, le prime venute in mente, non importa in quale forma, non importa se incongrue, rasentanti l’oscurità o il delirio: a spaventarli è il silenzio, l’attesa silente. Altri, al contrario, si chiudono in un mutismo disperato. Piuttosto che sbagliare, preferiscono tacere; coltivano il sospetto che tutte le risposte tranne una siano errate: o che non vi sia nessuna risposta giusta, nessuna. Il loro silenzio ha del metafisico. I primi sembrano pensare che in ogni risposta vi sia del buono (posizione anche questa non priva di una sua suggestione filosofica), i secondi che solo nel tacere vi sia una possibile, precaria salvezza.

"Le larve": le fonti, 9


È comprensibile che i ritratti, e in particolare gli autoritratti di Munch abbiano una buona fortuna come copertine di romanzi. Quegli sguardi sorpresi e stanchi, quei gesti rituali che rimandano a una rispettabilità incrinata potrebbero davvero raffigurare tutta la narrativa, dalla età dell’ottocento alla conclusione del novecento e oltre, tranne probabilmente l’epica del realismo socialista.
Da questo autoritratto giovanile, che per un attimo ho pensato di proporre come copertina, ho tratto, per connotare l’io narrante, la protervia dell'espressione, che sembra indice prima di tutto di una superiorità intellettuale più che di casta. Dietro a quel primo segno, però, si coglie uno sgomento sotterraneo, un lieve barcollare dello spirito, un mormorio di angoscia.

giovedì 2 ottobre 2008

Ombre, larve

Ombre, larve, compagne di morte
non vi chiedo, non voglio pietà.
Se vi tolgo l’amato consorte
v’abbandono una sposa fedel.
Non mi lagno di questa mia sorte,
questo cambio non chiamo crudel.
Ombre, larve, compagne di morte
non v’offenda sì giusta pietà.
Forza ignota che in petto mi sento,
m’avvalora, mi sprona al cimento;
di me stessa più grande mi fa.
Ombre, larve, compagne di morte
non vi chiedo, non voglio pietà.
Aria di Alceste (atto I, sc. 5), dall'Alceste di Ranieri de’ Calzabigi, musica di Christoph Willibald Gluck, 1767)

Sono versi convenzionali e frusti, gonfi di cascami librettistici, tutt'altro che belli, con il solo pregio di adattarsi docilmente a una messa in musica. Ma contengono insieme il riferimento alle ombre e alle larve: e scoprirli a caso durante una ricerca su altro me li ha resi cari.