martedì 30 settembre 2008

"Corpi caldi e bagnati" (dal "Quarto sgambetto", 1990-91)

SCENA VIII – DONNA 1 e detti
DONNA 1 Cosa vuole, ora?
UOMO 2 Solo una domanda, signorina.
DONNA 1 Ho fretta, devo andare.
UOMO 2 La prego, è importante. Ecco, vede noi due? Ci osservi attentamente, ecco. Vorrei sapere solo questo da lei: chi di noi due trova più attraente?
DONNA 1 Vi trovo repellenti entrambi.
UOMO 2 Ehm… Ma, a prescindere da ciò, con chi di noi – ci pensi bene, signorina – con chi di noi due accetterebbe di andare a letto?
DONNA 1 Me ne vado, mi avete scocciata.
UOMO 2 Con me, vero?
UOMO 1 La smetta di importunarla! Con me, vero, signorina?
UOMO 2 Non cerchi di influenzare la giuria!
UOMO 1 Non urli così!
UOMO 2 La denuncio!
UOMO 1 La querelo!
DONNA 1 Basta! Non verrò mai più in questo schifo di posto!

SCENA IX – UOMO 1, UOMO 2 (di seguito)
UOMO 1 Ecco, se ne è andata definitivamente. È contento, adesso?
UOMO 2 Colpa sua.
UOMO 1 Io avrei anche potuto convincere la sventola a spogliarsi del tutto, se lei, stupido d’un cafone, non si fosse intromesso.
UOMO 2 Ma lei è davvero un maniaco, un morto di…
UOMO 1 Perché, a te non sarebbe piaciuto, eh? Eh?
UOMO 2 Ma la smetta! Voglio vedere che faccia farebbe se entrasse qui sua moglie.
UOMO 1 Ehi, lascia stare mia moglie!
UOMO 2 E se la guardassi ben bene, eh? E se le parlassi? (Scimmiottando) “Oh, signora, lo sa che fare la sauna vestita fa male? Perché non ci fa vedere le tette?”
UOMO 1 Non i permetto! La mia signora è una donna seria!
UOMO 2 Non molto, se ha sposato te!
UOMO 1 Oh, guarda che ti…
UOMO 2 Oh, vuoi che ti…
(I due si spintonano per un po’)
UOMO 1 Porco!
UOMO 2 Sudicione!
(La stanca colluttazione dura ben poco)
UOMO 1 (ansimante) Non… non ce la faccio… sono troppo fiacco…
UOMO 2 (id.) Sei… sei un pappamolla…
UOMO 1 Senti… senti chi parla…
UOMO 2 Mi devo sdraiare… vedo tutto giallo…
UOMO 1 Problemi di pressione, eh?
(Piccola pausa: si odono i respiri affaticati dei due uomini)
UOMO 1 Comunque, sai che ti dico?
UOMO 2 Puoi dirmi tutto, tanto non ce la farei a scappare.
UOMO 1 Le tedesche sono meglio.
UOMO 2 Sì, eh?
UOMO 1 Più disinvolte, più… Insomma, se quella tipa fosse stata una tedesca, a quest’ora probabilmente ce la saremmo fatta tutti e due.
UOMO 2 Ma va’… se non riusciamo neanche a stare in piedi.
UOMO 1 Be’, io parlavo in senso teorico.
UOMO 2 Teorico, eh?
UOMO 1 Sai com’è… In ogni caso, volevo chiederti scusa per prima.
UOMO 2 Figurati. Anch’io dovrei scusarmi con te.
UOMO 1 È incredibile come basti una donna per gettare lo scompiglio, la zizzania, tra due persone per bene come noi.
UOMO 2 Eh, le donne… Lei italiane…
UOMO 1 È tutta una questione di civiltà…
UOMO 2 Di civiltà e di cultura…
UOMO 1 … Cultura, gusto, educazione…
UOMO 2 Per esempio, dico io, una sana educazione sessuale in gioventù potrebbe servire a eliminare tanti tabù…
UOMO 1 Tanti pregiudizi, è vero…
UOMO 2 E le donne verrebbero qui a fare la sauna nude, senza problemi.
UOMO 1 Eh, i tabù son duri a morire!

lunedì 29 settembre 2008

"Le larve": le fonti, 8


In “Dopo il duello” di Antonio Mancini, una tela del 1872 conservata alla GAM di Torino, ho trovato una singolare sintonia di atmosfera con i ricordi infantili de “Le larve”, anche se vari dettagli non coincidono. Un’ombra da adulto, sulla sinistra, incombe sul fanciullo ferito, stagliandosi sulla parete di un giallo opprimente; il fanciullo stesso, vestito da damerino, colto in un attimo di sofferenza incomprensibile, sembra subire le conseguenze di un gioco spintosi troppo in là e divenuto violento e sanguinoso; panni macchiati di sangue e uno spadino, in primo piano, forniscono indizi che non risolvono del tutto, non chiariscono fino in fondo. Si respira un’ambiguità profonda, voluta certo, ma in parte come scappata dalle mani dell’autore, e ingigantitasi. La messa in scena allude a un gioco che, fingendo un duello, si sta tramutando in tragedia: o è una tragedia simulata, uno scherzo macabro, la ricostruzione di un fattaccio, o insomma, la ricostruzione di quel dramma che è diventato il gioco? Quel ragazzino mente, o soffre davvero? Finge la morte, o sta morendo sul serio? E, se finge di soffrire, percepirà comunque la sofferenza, come chi, fingendo di avere la febbre, se ne persuade al punto di provocarsela davvero? E quell’ombra, è una minaccia o segna piuttosto l’arrivo di un soccorritore spaventato? O è l’ombra di una minaccia che, spaventata dalla propria cattiveria, indugia, torna sui suoi passi, sperando di rimediare almeno in parte a ciò che ha fatto?
Il nitore esasperato della tecnica pittorica, invece di chiarire, annebbia.

domenica 28 settembre 2008

Nuovi linguaggi tra web e scuola: prove tecniche di contatto

(Ecco l'inizio di un articolo di prossima pubblicazione su "L'école valdôtaine"; il titolo è provvisorio)
La percezione di un problema
I nuovi media sembrano favorire e anzi imporre la diffusione di convenzioni linguistiche in perenne mutazione, dietro cui la scuola fatica a tenere il passo. Basta affacciarsi su internet, curiosare nei blog o nei forum, origliare tra i messaggi sulle pagine di myspace, di facebook o di altre community, per accorgersi di una lingua diversa rispetto a quella che ci sforziamo di insegnare a scuola (ma anche, per la verità, rispetto a quella che consigliano i buoni manuali di scrittura per il web). All’occhio critico dell’insegnante, l’uso reale di questi linguaggi iconici, sintetici, abbrevianti, sostituisce l’avventatezza alla riflessione, rivela insensibilità per la grammatica, ne afferma una nuova, più elementare ed ellittica, esclamativa. Ma se pure noi utilizziamo internet (apriamo un blog, ci lasciamo coinvolgere da un forum, inviamo una e-mail, comunichiamo per iscritto su skype), sentiamo subito che anche la nostra lingua cambia, si fa paratattica, sussultante, indulge in abbreviazioni e icone, non si dà pensiero dell’ortografia.
Questa lingua d’uso, veloce, immediata, vitale, certo, ma anche distratta, approssimativa, ci pare ancora più disorientante del linguaggio ufficiale dei nuovi media, denso di tecnicismi, gergalismi, anglicismi. In essa ravvisiamo la deriva, già notata nell’italiano degli sms o in quello televisivo, l’impoverimento lessicale, l’incoscienza sintattica; con l’aggravante che internet espande, moltiplica queste cattive abitudini, in un colossale gioco di copia-incolla, che in un certo senso le formalizza come caratteri della lingua di oggi.
Preso atto di questo, cioè della percezione di una grande differenza, a che punto è l’incontro tra le esigenze della scuola e l’impiego dei nuovi media?

sabato 27 settembre 2008

"Corpi caldi e bagnati" (dal "Quarto sgambetto", 1990-91)

SCENA VII – UOMO 1, UOMO 2 (di seguito)
UOMO 2 Che è successo?
UOMO 1 Se ne è andata. La sventola se ne è andata.
UOMO 2 Si sta rivestendo, lì fuori. Maledizione, non poteva stare zitto? L’ha spaventata!
UOMO 1 Io? Ma mi faccia il piacere, che se ne stava a mezzo metro da lei a penzolare come… come…
UOMO 2 Io almeno penzolo. Lei invece…
UOMO 1 Cosa insinua, ancora?
UOMO 2 Niente, niente. Però la sventola guardava me, non certo lei.
UOMO 1 Ma… ma… se ho più muscoli io in un dito che lei in tutto il corpo!
UOMO 2 Come se fosse questione di muscoli. È invece una questione di civiltà, di cultura…
UOMO 1 Ma la smetta!
UOMO 2 … Di gusto, di charme…
UOMO 1 Mi sa che qui dentro il ricchione è lei.
UOMO 2 Ora basta. Tutto ha un limite. Signorina! Si fermi!
(Porta che si apre e si chiude. Cessa il ronzio)

venerdì 26 settembre 2008

"Corpi caldi e bagnati" (dal Quarto Sgambetto, 1990-91)

SCENA VI – UOMO 2 E DETTI
(Porta che si apre e si chiude)
UOMO 2 Oh, chi si rivede!
UOMO 1 (piano) Parli del diavolo…
UOMO 2 Come?
UOMO 1 Niente, niente.
UOMO 2 Eccomi qui, signorina. Se per caso ha bisogno di me…
UOMO 1 La signorina non ha nessun bisogno di lei.
UOMO 2 E lei che ne sa?
UOMO 1 Ce ne stavamo così tranquilli, prima… Vero, signorina?
UOMO 2 Comunque, una bella sauna è quello che ci vuole per placare i bollenti spiriti.
UOMO 1 Cosa vuol dire, con questo?
UOMO 2 Lo so io, caro signore.
UOMO 1 Lei insinua! Lei allude a qualcosa! Non ho ancora capito a cosa, ma lo scoprirò.
UOMO 2 C’è tanfo di sudore, qui dentro…
UOMO 1 Trova?
UOMO 2 Qui dentro qualcuno non si lava abbastanza!
UOMO 1 Perché mi guarda così?
UOMO 2 Lei suda sempre così tanto, signore?
UOMO 1 Sudo perché sono sano.
UOMO 2 Sarà.
UOMO 1 Lei, con quella pancia, piuttosto…
UOMO 2 Quale pancia? Questi sono i muscoli dello stomaco.
UOMO 1 Sì, i muscoli… Lei, caro signore, conosce una sola ginnastica, mi sa!
UOMO 2 Be’, cosa sono quei gesti?
UOMO 1 Cento addominali al giorno, e il suo pancione se ne andrebbe. Anche se forse è ormai troppo tardi per rimediare. Dico bene, signorina?
UOMO 2 Si faccia un po’ gli affari suoi, per cortesia.
UOMO 1 E poi si copra, andiamo, che è vergognoso!
UOMO 2 Io? Si guardi lei, allora!
UOMO 1 Le hanno mai chiesto di essere fotografato per una rivista di anatomia patologica?
UOMO 2 Sua moglie è costretta a usare il microscopio, vero?
UOMO 1 Non le permetto!
UOMO 2 Non le consento!
UOMO 1 Lei è un gran porco!
UOMO 2 Lei è un povero pervertito!
UOMO 1 La denuncio!
UOMO 2 La querelo!
DONNA 1 La smettete, voi due?
UOMO 1 Impotente!
UOMO 2 Ricchione!
DONNA 1 Mi fate schifo!
(Porta che si apre e si chiude con violenza)

mercoledì 24 settembre 2008

"Nora e le ombre": le fonti - 2b


A coloro che l’hanno aiutata in vita, Teresa non trascura di mostrarsi dopo la sua morte, per confortare con la sua presenza chi l’ha confortata sul letto durante la malattia. La zia, signora Guérin, testimonia nel corso dell’ultimo anno di malattia che le è fatale, il 1900: “Soffro molto… ma la piccola Teresa mi ha vegliata con tanta tenerezza! Tutta la notte me la sono sentita vicino e, accarezzandomi a più riprese, essa mi ha infuso uno straordinario coraggio”.
Altri segni straordinari sono dati contemporaneamente o subito dopo la sua morte. Le sorelle spirituali di Teresa annotano a più riprese che il trapasso le lasciò sul volto un’aura di giovanile e sorridente freschezza, che parve ad alcune “l’estasi dell’ultimo istante”. Ella teneva così forte il suo crocifisso, che bisognò strapparglielo di mano per seppellirla; e la palma che le fu posta tra le dita si sarebbe conservata intatta per tredici anni, fino alla prima esumazione.
Seguì la guarigione di una conversa da anemia cerebrale, mentre costei si chinava a baciare i piedi della Santa. Altre sentirono “uno spiccato profumo di violette… dove pure non eravi fiore alcuno”. “Due suore scorsero”, quindi, “l’una un raggio nel cielo, l’altra una corona luminosa che si alzava dalla terra e scompariva nel firmamento”. Un fanciullo di dieci anni percepì, attorno alla bara tutta circondata da fiori artificiali, un inesplicabile “forte profumo di giglio”. Sino al 4 ottobre 1897, giorno dell’inumazione, il corpo morto della Santa si conservò fresco e le membra rimasero “flessibili”, anche se con il passare del tempo il volto prese “un’espressione grave”.
Quello stesso giorno, si vide “la bara della Santa circondata da una bella corona di sacerdoti”: ovvero da quelle “anime sacerdotali” per le quali Teresa aveva tanto pregato…
Il che, si potrebbe postillare, è il minimo che ci si aspetta dal trapasso di un santo.

martedì 23 settembre 2008

"Nora e le ombre": le fonti - 2


Nell’Histoire d’une âme écrite par elle même, di santa Teresa del Bambin Gesù, si legge, al momento dell’ingresso al Carmelo della giovanetta, nel 1882, della “gelosia del demonio”, la quale si manifesta in malanni violentissimi, quali cefalee e “tremiti strani” che possono durare anche un’intera notte. Allontanatasi per questi motivi di salute dal convento, e partita per Boissonnet, la fanciulla tuttavia non viene abbandonata dai disturbi (che, ripetiamo, vengono giudicati di origine demoniaca senza alcun dubbio); e la rappresentazione delle manifestazioni del male assume colori davvero angoscianti in bocca a Teresa: “Non so come descrivere la stranezza di quel male; dicevo cose che non pensavo, ne facevo altre come se vi fossi forzata mio malgrado, parevo quasi sempre in delirio; ciò nonostante, son sicura di non essere stata fuori di me un sol momento. Rimanevo spesso svenuta per ore intere, e svenuta in tal modo, che ogni minimo movimento mi era impossibile; ma pure, anche nel colmo di quello straordinario torpore, udivo distintamente quanto si diceva attorno a me, fosse pure a voce bassa, e lo ricordo tuttora.
E quale orrore m’ispirava il demonio! Avevo assolutamente paura di tutto: il letto mi pareva circondato da orribili precipizi: certi chiodi conficcati nel muro della mia camera prendevano ai miei occhi l’aspetto terrorizzante di grosse dita nere carbonizzate, e mi facevano mandare grida di spavento. Mentre mio padre un giorno mi guardava in silenzio, il cappello che teneva in mano prese ad un tratto gli occhi miei non so che orribile forma, e ne ebbi tanta paura, che il povero babbo se n’andò singhiozzando” (cito dalla storica edizione Berruti & c., Torino, 1943).

Un'altra intervista mancata - 2

(Si tratta di altro materiale raccolto per un articolo di Andrea Garbin destinato a confluire sulla rivista "Necro", che ha terminato le pubblicazioni poco prima dell'uscita del pezzo. L'intervista risale ai primi mesi del 2008, e fa riferimento quindi al solo "Nora e le ombre"; "Le larve" non aveva ancora visto la luce)
Progetti futuri?
A dicembre esce "Santi - Lives of Modern saints" della Black Arrow, per cui ho scritto un racconto intitolato "Le dita fredde", incentrato sul figlio ribelle di un santone che non riesce più a fare miracoli.
Sto lavorando ai due romanzi successivi, che spero possano vedere presto la luce. "Le larve" è davvero molto gotico, scapigliato, protoromantico, o tardoromantico, e vi circolano molti esserini preoccupanti. "Rapsodia su un solo tema" parla invece di musica, musicisti, libertà di espressione, rapporto tra genio e tirannide, cose così.

In "Nora", ci sono alcune scene veramente forti, come quella iniziale del videogame o quella del coltello. Ho avuto l'impressione che non volessi solo dare brividi al lettore. Sbaglio o volevi forse in un certo modo criticare alcuni "atteggiamenti" odierni?
Prima di tutto, ho il massimo rispetto dei "brividi", e non mi dispiace per niente sapere di essere in grado di suscitarne qualcuno lungo la schiena dei miei lettori.
Detto questo, non ho voluto scrivere un romanzo a tesi, ma certo la descrizione del videogame antiabortista, o le figure e i comportamenti di certi personaggi, corrispondono al mio modo di vedere le cose, al mio disagio di vivere in un mondo che non assomiglia a quanto mi piacerebbe avere attorno.
Non ho esplicitato le mie posizioni, perché il romanzo non è forse la sede più adatta per esercitare una critica rigorosa: ma ho lasciato che la deriva di senso e di valori che attraversa tutto "Nora" finisse per travolgere molti di questi personaggi. Aggiungiamo lo sguardo ironico con cui ho osservato tutto ( non solo quello che non mi piace del mondo), et voilà.

"Nora e le ombre": le fonti - 1b


Dimenticavo questa. Si osservi come il velo di noia steso sulla misteriosa profondità dello sguardo contraddica la leziosità della messa in scena. La Cameron è una indagatrice di sguardi sempre, anche nei magnifici (e celebri) ritratti di grandi barbuti del suo tempo, Darwin, Tennyson...

lunedì 22 settembre 2008

"Nora e le ombre": le fonti - 1



La scoperta delle fotografie di Julia Margaret Cameron ha dato profondità e tono (stavo per scrivere colore) alla parte ottocentesca di "Nora e le ombre", il mio primo romanzo. Soprattutto i ritratti in cui i lunghi tempi di posa imprimono movimenti inaspettati, appannano la messa a fuoco, lasciano crescere sui volti segni di stanchezza o di noia, corrucciano le espressioni. La stanchezza di Aurora, la sua follia, la fede ostinata, la solitudine, tutto questo l'ho trovato nelle fanciulle messe in posa dalla Cameron per queste elaborate recite di devozione, in cui però qualcosa è andato storto, qualcosa si incrina, si sporca, va alla deriva. In certe ombre attorno, pare già di scorgere i visitatori.

Un'altra intervista mancata - 1

(Si tratta di materiale raccolto per un articolo di Andrea Garbin destinato a confluire sulla rivista "Necro", che ha terminato le pubblicazioni poco prima dell'uscita del pezzo. L'intervista risale ai primi mesi del 2008, e fa riferimento quindi al solo "Nora e le ombre")

Come ti organizzi quando scrivi?
Procedo di solito per accumulo: da quaderni di suggestioni, pagine senza scopo, descrizioni, trascrizioni, parafrasi, dialoghi, che restano lì magari per anni (nel caso di Nora è stato così), traggo a poco a poco un abbozzo di storia, un'idea unificante: è un bel momento, eccitante e sempre sorprendente, quando riesco a far confluire tutti quei momenti disparati (non tutti, magari, ma molti) in un qualcosa di coerente.
Non troppo, però: mi piace lasciare in sospeso, mi piace che non tutto sia coerente in modo stringente.
Scrivo quando capita, e come capita. Preferisco ancora scrivere a mano, su quaderni a quadretti da elementari, una riga sì e una no. Al computer riscrivo, limo, accartoccio le frasi, cambio le parole.
Non sono metodico e non sono sistematico.
E passo gran parte del tempo a riscrivere. Le parole vivono avventure loro, spesso interessanti tanto quanto quelle dei personaggi. Sono convinto che la ricerca del termine giusto, o dell'immagine più calzante, o del ritmo di frase più adatto, sia intrigante più della ricerca del colpevole in un poliziesco - o, senza esagerare, sia come lo scioglimento di un enigma.

Te la sentiresti di consigliare uno o più autori odierni?
Al di là degli autori che amo, e sulle cui pagine torno sempre a rifarmi il gusto (Calvino, Landolfi, Palazzeschi, Pavese, Manganelli...), ci sono autori più recenti, sì. Ho amato "Lourdes" della Matteucci, ammiro John Banville, sono rimasto sbalordito dalla bellezza misteriosa e inquietante de "La pianista e i lupi" della Haasse... ora leggo con ammirazione (e quell'invidia che coglie gli scrittori) "Je ne connais pas ma force", l'ultimo romanzo di una giovane francese, Stéphanie Hochet.
Ora che ci penso sono tutti autori e romanzi che non entrano in un genere, non si lasciano ridurre in una determinata categoria, e con uno stile impeccabile (e talvolta visionario) esplorano profondità (del mondo, dell'animo umano, della società...) di cui non ci accorgeremmo e su cui siamo appesi.

giovedì 18 settembre 2008

Autori: Arturo Loria


C’è un autore di racconti di una bellezza strana, pensosi e rimuginanti, insonnoliti a volte, ma con improvvise impennate di agitazione quasi folle. Si chiama Arturo Loria. Lo amano soprattutto gli scrittori. Nessun libro suo è oggi in catalogo: bisogna armarsi di pazienza e cercarlo tra bancarelle dell’usato e magazzini di biblioteche, per avere tra le mani le sue raccolte (“Il cieco e la bellona”, “Il compagno dormente” – dormente, sì –, “La scuola di ballo”…). A differenza di altri suoi contemporanei e amici del giro delle riviste letterarie dei primi decenni del Novecento, Loria non gode, per ora almeno (e non sarò io a cambiare le cose, temo), di una vera riscoperta critica (però su di lui ho letto di recente pagine illuminanti ne “Il bello della bestia” di Silvia Tomasi, che ne indaga il lato fantastico). Eppure il suo stile, situabile tra Tozzi e Palazzeschi, ma con un che di arruffato in più, di scontroso, di irrisolto anche e di faticoso, nel periodare, suona modernissimo nella sua atemporalità (come suona modernissimo l’inattualissimo Landolfi): e l’andamento dei suoi racconti, che si sviluppano come sogni e non come intrecci, lontani da ogni artificio, di un’imprevedibilità assonnata, lascia senza fiato, o meglio fa respirare lentissimamente.

sabato 13 settembre 2008

"Le larve" su "Pulp"

Su "Pulp" di settembre/ottobre compare una bella recensione del mio romanzo "Le larve" firmata da Umberto Rossi.
"... Insomma, Morandini ci propone un piatto ricco, tanto ricco da far temere che ecceda. E invece no. La storia funziona anche perché sorretta da uno stile ricco e sofisticato, con la giusta dose di forme colte e puranco desuete, che ben s’adatta all’ambientazione decadente e corrotta. Quando poi uno scrittore sa scrivere, e bene, non gli ci vuole poi molto a tenere insieme una storia strana e spiazzante come questa, che si può leggere per il puro gusto della trama e del colpo di scena (non ne mancano), ma anche per la fittissima trama di allusioni simboliche e letterarie che innerva il romanzo".
Eccetera eccetera.

mercoledì 10 settembre 2008

Letture e senso della realtà

Se è vero che un uomo è anche ciò che ha letto (e pazienza per quelli che non leggono), nel darsi una visione delle cose del mondo e di sé, e se è pure vero che l’esperienza del leggere è fatta spesso, oltre che di scelte, di incontri casuali, di scoperte inaspettate – se è vero tutto questo, per un uomo, e in particolare per chi scrive, il senso della realtà viene anche (non solo, d’accordo, ma anche, e forse soprattutto) da un intreccio equilibristico di letture diverse fatte nel corso dell’esistenza, potenti come esperienze vissute in prima persona.
La concretezza realistica di molte pagine di “Nora e le ombre” o “Le larve” nasce sicuramente dalle mie avventure di lettore. Mi ha sempre colpito la percezione comica della realtà degli antichi. Il romano colto, per sua natura dotato di una certa curiosità snobistica, quando si accosta alla realtà lo fa senza remore, e di solito per riderne. È un realismo dell’osservazione, corporale, di una concretezza tale da far arrossire: non ha ancora subito le censure per tutto ciò che la nuova sensibilità cristiana sentirà come inappropriato, indicibile, immorale. Amo le pennellate di realismo di Apuleio e poi di Petronio, rido (vergognandomene un po’) con quello di Catullo o Marziale.
Poi c’è la lente d’ingrandimento di Swift: nello scatologico, nel disgustoso, un maestro senza eguali, perché di inappuntabile precisione scientifica.
E ci sono stati i grandi descrittori della malattia (della peste), e dei riflessi sociali e morali di essa: Tucidide e Lucrezio, va bene; il Defoe del “Diario della peste di Londra” (e non sto nemmeno a citare gli inevitabili narratori italiani).
Nel campo minato dell’espressione della sessualità, ci sono stati (e potrebbe essere sorprendente) gli americani, soprattutto Updike (e, in seguito, Philip Roth): letto da adolescente, un romanzo di Updike rivela non che il sesso è una componente fondamentale della vita (questo già lo si sospetta, da adolescenti), ma che può esserlo, con insistita naturalezza, e senza censure, della particolarissima vita che è raccontata nei romanzi.
Il senso della terra, invece, fatto di sudore, fatica, mi è venuto dalle pagine aspre di Federigo Tozzi. (Ma da bambino, anche, ho assaporato con un certo sgomento l’amaro della povertà nera, fatta di nulla da mangiare e nulla da fare, in Collodi). Forse è anche per la grandezza degli autori che ho letto che la terra letteraria di “Nora” e delle “Larve” è pianura, non montagna: il paesaggio, forse, è composto più di tasselli romanzeschi che di esperienza diretta. Ma sto divagando.

lunedì 8 settembre 2008

Da "Una romantica donna del nord" - 2

LA ROMANTICA DONNA DEL NORD Non era meglio qui, Hans Swallstrom? Due volte al mese venivi da me, e facevamo conversazione sotto la vigile attenzione dei miei genitori e dei miei nonni e dei miei zii. Mezz'ora di conversazione due volte al mese mi sembra un ottimo modo per conoscersi a fondo! A volte, riuscivamo perfino a guardarci di sfuggita negli occhi, quando i miei genitori, i miei zii e i miei nonni si distraevano tutti assieme. In quei momenti, lo giuro, sentivo un fuoco divorarmi dolcemente le interiora, e un tremore invadermi le membra, e non sapevo che cos'era! Ora lo so: era il tuo sguardo, Hans Swallstrom, il tuo dolce e intenso sguardo da miope, che mi confondeva e mi faceva venir voglia di morire sulle note di una tenue melodia di zampogna di pelle di renna delle terre del nord al crepuscolo vicino a una fontana gelata verso più o meno il dodici marzo! Ti guardavo, e mi veniva voglia di morire. Ora che non ti posso guardare, la voglia di morire mi è rimasta, ma non è più così divertente come una volta. Ti ricordi, Hans Swallstrom mio caro, le nostre conversazioni sul destino dell'uomo? Io sostenevo che un fato crudele e ingannatore pesa sul capo di ognuno di noi, ed è pronto, per beffa, a rovinare ogni nostro ideale, a cancellare le più belle delle nostre illusioni, a renderci da un giorno all'altro orfani, malati, storpi, a maledire per colpe che nemmeno abbiamo commesso i nostri figli, i figli dei nostri figli e i figli dei figli dei nostri figli. E tu dicevi che no, il fato non può essere così cattivo, perché in fondo ha creato te, cioè me, e intanto di nascosto allungavi il piede sotto l'ampio piumone per il corredo - l'undicesimo, suppergiù - che scendeva dal mio grembo, alla ricerca di un contatto con me! Quante volte hai agito in questo modo, Hans Swallstrom mio, e quante volte non ho capito che avrei forse dovuto restituirti quel contatto, invece di balzare in piedi strillando! Ma come potevo immaginare? Io pensavo che tu volessi mettermi alla prova, sondare la mia virtù, saggiare la mia castità. Per questo balzavo in piedi strillando ai miei genitori e ai miei nonni e ai miei zii che sonnecchiavano fingendo di tenerci d'occhio, per questo strillavo loro: "Aiuto, questo bruto mi vuole sedurre!" Io lo facevo perché pensavo che ti facesse piacere. Infatti non ho mai notato disappunto, nel tuo sguardo, quando i miei genitori, i miei nonni e i miei zii ti percuotevano con una bibbia in danese antico rilegata in pelle di renna, o quando ti buttavano fuori di casa maledicendo i tuoi avi. Sapevo - o almeno credevo - che tu saresti tornato, di lì a due settimane. E infatti tornavi, e tutto ricominciava come sempre.
(Il monologo "Una romantica donna del Nord", del 1995, è stato inserito nello spettacolo "L'amore è bello vicino a te", con Monica Fantini e Cristina Voglino.
Cfr.
http://www.cristianavoglino.it/spettacoli/spettacoli_at/l. Tutti i diritti riservati)

domenica 7 settembre 2008

"Le larve" - le fonti, 7b


C’è lo Csáth del “Diario”, via via più allucinato e disorganico per effetto di malattia e droghe, e lo Csáth dei racconti, misurato incisore di piccoli sogni pronti a mutarsi in incubi, piccoli drammi da camera mossi da pulsioni misteriose, romanticherie di ingannevole svenevolezza, storie d’amore amare; è il cantore dei misteri dell’infanzia e dell’adolescenza, della crudeltà incomprensibile, del “Silenzio nero”, come si intitola il primo, e uno dei più intensi e terribili racconti dell’antologia “Oppio e altre storie” (E/O), uno dei suoi primi anche, scritto da ragazzo.
È lo Csáth delle piccole storie borghesi e familiari, condensate in ambienti spesso soffocanti, sospese in un senso di minaccia, di dolore e di malattia che l’esperienza medica, lo studio della psicoanlisi, l’autoanalisi renderanno negli anni in modo sempre più implacabilmente netto.

venerdì 5 settembre 2008

"Le larve" - le fonti, 7


Ho tra le mani il “Diario” di Géza Csáth, ormai introvabile nella non vecchia edizione Theoria, che l’amico compositore Alessio Elia mi ha fatto avere. Alessio è un esegeta e un cultore di Csáth, e ne ha fatto la fonte ispiratrice per un ambizioso ciclo operistico su cui mi piacerebbe tornare e di cui si possono ascoltare brani nella sua pagina http://www.alessioelia.com/ o su http://www.alessioelia.com/ ; è anche colui che me ne ha fatto conoscere la densità, la profondità, e che mi ha fatto prender coscienza del fatto che Csáth è sempre stato, in un certo senso, tra i miei modelli, anche quando ne conoscevo appena il nome. Anche se può suonare come un vezzo non motivabile, parlerei proprio di influenza retroattiva, perché limitarmi a considerare la scoperta delle pagine di Csáth come la rivelazione di una profonda sintonia di tono, di atmosfere, di crudeltà sognante mi sembra riduttivo.
Il “Diario”, nella sua spietata, nuda follia, mi è sopportabile se lo leggo come un’opera di finzione narrativa, non come la sincera disamina che un folle di buona cultura fa delle proprie ossessioni: allora diverte, commuove e turba – in sostanza, appassiona. Ho bisogno di immaginare uno Csáth che finga di essere sincero, finga di mettersi a nudo, ma che in realtà inventi un altro se stesso, dominato da un dongiovannismo compulsivo, stratega di seduzioni contorte, mentitore, misogino nella sua dipendenza dal corpo femminile, e che ne segua le imprese come si farebbe con un personaggio – come altrove, nei numerosissimi racconti, egli ha fatto con personaggi di fantasia.

mercoledì 3 settembre 2008

"Le larve" - le fonti, 6


«Sidora accorse atterrita; ma egli l'arrestò con un cenno delle braccia. Un fiotto gli saliva, inesauribile, gl'impediva di parlare. Arrangolando, se lo ricacciava dentro; lottava contro i singulti, con un gorgoglio orribile nella strozza. E aveva la faccia sbiancata, torbida, terrea; gli occhi foschi e velati, in cui dietro la follia si scorgeva una paura quasi infantile, ancora cosciente, infinita. Con le mani seguitava a farle cenno di attendere e di non spaventarsi e di tenersi discosta. Alla fine, con voce che non era più la sua, disse:

- Dentro... chiuditi dentro... bene... Non ti spaventare... Se batto, se scuoto la porta e la graffio e grido... non ti spaventare... non aprire... Niente... va'! va'!

- Ma che avete? - gli gridò Sidora, raccapricciata.

Batà mugolò di nuovo, si scrollò tutto per un possente sussulto convulsivo, che parve gli moltiplicasse le membra; poi, col guizzo d'un braccio indicò il cielo, e urlò:

- La luna!»

Chissà quando ho letto per la prima volta questa novella di Pirandello, “Male di luna”: da ragazzino, forse, su un’antologia scolastica, o divagando da letture consigliate a scuola lungo le pagine delle “Novelle per un anno”: certo essa mi ha dato la misura, con forza mille volte superiore a quanto avevo letto o visto fino ad allora sulla licantropia (una superiorità data dalla lingua, dallo stile, certo), di una profonda condizione di infelicità e di solitudine, e dell’ineluttabilità di questa condizione.
Per analogia di suono, lessi allora anche “La lupa” di Verga come il resoconto di una maledizione licantropica (e lo è, lo è, in senso lato); e di lì a poco affinai la conoscenza di un modo letterario di raccontare la licantropia attraverso l’ironia immaginifica del solito Landolfi, in particolare del suo “Racconto del lupo mannaro”.
Mi sono ricordato, eccome, delle smanie raccontate da Pirandello e da Landolfi (e dal Maupassant de “Il lupo”, anche) al momento di tracciare il “mal di luna” del nonno e del nipote.

«Sidora, nel voltarsi per correre alla roba, difatti intravide nello spavento la luna in quintadecima, affocata, violacea, enorme, appena sorta dalle livide alture della Crocca.

Asserragliata dentro, tenendosi stretta come a impedire che le membra le si staccassero dal tremore continuo, crescente, invincibile, mugolando anche lei, forsennata dal terrore, udì poco dopo gli ululi lunghi, ferini, del marito che si scontorceva fuori, là davanti la porta, in preda al male orrendo che gli veniva dalla luna, e contro la porta batteva il capo, i piedi, i ginocchi, le mani, e la graffiava, come se le unghie gli fossero diventate artigli, e sbuffava, quasi nell'esasperazione d'una bestiale fatica rabbiosa, quasi volesse sconficcarla, schiantarla, quella porta, e ora latrava, latrava, come se avesse un cane in corpo, e daccapo tornava a graffiare, sbruffando, ululando, e a battervi il capo, i ginocchi.»

martedì 2 settembre 2008

Da "Una romantica donna del nord"

LA ROMANTICA DONNA DEL NORD (scrivendo una lettera appassionata all'amore lontano) - Oh, Hans Swallstrom, come posso trovare la forza di starti lontano? Le giornate trascorrono lente, in questa landa squallida, battuta da venti freddi e impietosi; le notti soprattutto sono interminabili, in particolar modo quando durano sei mesi. Quante volte sobbalzo nel letto, e mi affretto ad accendere la candela, perché ho sentito, perché mi pare di aver sentito un rumore di passi, e ho creduto che fossi tu, e magari era invece una renna! Quante volte, di lontano, ho visto un'ombra avanzare nella tundra schiaffeggiata dai venti, e ho creduto che fossi tu che tornavi da me, e invece era una renna - non quella di prima, un'altra. Quante volte mi è parso di udire la tua voce, di lontano, tra i venti impetuosi, e invece era il grido lamentoso di una terza renna! Oh, Hans Swallstrom, mi sento così sola, a parte le renne! Spesso, un'aurora boreale mi reca un po' di consolazione, e mi fa pensare che forse anche tu potresti ammirarla, in qualche altra parte del mondo che non sia troppo a sud. Ogni giorno, le aurore boreali illuminano di freddi colori la volta celeste, e danno alla landa desolata riflessi lunari, che spaventano a morte le renne e le fanno bramire disperatamente per ore come spettri. Perché hai voluto partire, Hans Swallstrom mio? Non ti bastavo io? Dietro alle balene, per i sette mari, dovevi correre? Dovevi proprio abbandonare la nostra quieta esistenza di fidanzati che si vedono ben due volte al mese e abitano solo a cinquantanove miglia l'uno dall'altro, per rischiare la vita su una baleniera? Il ponte delle baleniere è grasso e scivoloso, Hans Swallstrom mio, e tu non sai neanche nuotare! Mangerai bistecche di cetaceo al sangue a pranzo e a cena, e la tua gastrite, a proposito, come sta? E poi, non ti lasceranno mai lanciare un arpione, perché sei miope, Hans Swallstrom mio, miope come tuo padre, tuo nonno e il padre di tuo nonno, che infatti non usavano l'arpione, perché commerciavano in bestiame, soprattutto renne.

(Il monologo "Una romantica donna del Nord", del 1995, è stato inserito nello spettacolo "L'amore è bello vicino a te", con Monica Fantini e Cristina Voglino.

lunedì 1 settembre 2008

"Le larve" - le fonti, 5b

In Landolfi (ne ha scritto bene, tra gli altri, Zanzotto) c’è più poesia che prosa nell’accezione comune. A proposito de “La pietra lunare”, Zanzotto dice: «C’è, dovunque, è in ogni parola e frase, in ogni cadenza del racconto, nella tessitura intima di esso». Ora, credo che uno scrittore che si dedichi al romanzo, o al racconto, e che senta la necessità di una lingua poetica, semplicemente vuole attingere ad essa come a uno strumento articolato, complesso, stratificato, in cui le parole non si limitano a denotare ma risuonino di echi, diano luogo a impasti timbrici anche misteriosi, costringano all’attenzione, impongano uno sforzo supplementare (allo scrittore che le ha cercate, al lettore che se le è trovate). Una lingua sciolta da compromessi di velocità e comprensibilità immediata: non si nasconde, anzi si fa notare, toglie in un certo senso spazio e attenzione all’azione, scorre come una partitura, usa la sintassi come una tessitura ritmica, il lessico come un’orchestrazione, gioca (nel caso di Landolfi, in particolare) con le dissonanze tra registri, con gli attriti tra sublime e basso, tra elevato e corrivo, usa le trasandatezze come preziosità, le preziosità come un repertorio comune, evita i luoghi comuni, attinge a tradizioni neglette e le rinnova. Fa vivere (ma questo devo averlo già scritto) alle parole avventure parallele ai personaggi, non meno intricate, spesso più avvincenti.


A proposito di consapevolezza del valore poetico della lingua anche per un narratore, voglio riportare parte di un'intervista dell'amica e scrittrice francese Stéphanie Hochet, straordinaria cesellatrice di cinque romanzi purtroppo inediti in Italia, densi di ironia, tensione, crudeltà e profondità.

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