domenica 31 agosto 2008

"Corpi caldi e bagnati" (dal "Quarto Sgambetto", 1990-91)

SCENA V – UOMO 1, DONNA 1
(Porta che si apre e si chiude; sottile sibilo in sottofondo)
UOMO 1 Caldo, eh? Saranno almeno novanta gradi. Tra un po’ comincerò a sudare come un animale. Sì, sì, dico sul serio. certi rivoli di sudore…
DONNA 1 La prego, vorrei rilassarmi almeno qui.
UOMO 1 Ma sicuro! Io alle volte mi ci faccio delle dormite, in sauna, sapesse! Russo pure.
DONNA 1 (gelida) Interessante.
UOMO 1 Perché guardi, io qui ci vengo per riposare, mica per guardare le intimità delle belle signore, come quel tipo là fuori. Come ci si rilassa qui!… Io poi faccio un mestiere così faticoso! Sa che mestiere faccio io?
DONNA 1 (dopo un sospiro) No.
UOMO 1 Allora glielo lascio indovinare: vado sempre su e giù, su e giù… Capito, su e giù, dentro e fuori…
DONNA 1 Ma la smette di fare quei gesti?
UOMO 1 Scusi. Allora, ha indovinato?
DONNA 1 Mi lasci in pace, per favore…
UOMO 1 L’uomo degli ascensori, no? È evidente! Ma la mia vera passione è la palestra: io ci vado sempre, un giorno sì e l’altro pure, e credo che i risultati, modestamente, si vedano. Vuole palpare i miei muscoli, per caso? No? Be’, la capisco, lei non mi conosce ancora… Permette? Ora le dico il mio nome, permette?
DONNA 1 No, grazie.
UOMO 1 Non permette, eh? Fa niente. Comunque, la capisco. Non tutti sono signori, qui dentro. Quel tipo là, per esempio, lo sa che cosa mi raccontava prima? Lo sa che cosa gli ho visto fare? Lo sa che cosa…

giovedì 28 agosto 2008

"Le larve": ancora rassegna stampa

Eccoti un romanzo che ti provoca, intanto, per qualcosa che ti verrebbe voglia di definire inattualità, e invece ti stimola, proprio per questo, a continuare la lettura (...). Ti compaiono innanzi già nelle prime pagine esseri viscidi che sbucano, a intervalli di quattro anni, dalle viscere della terra, larve che tutto distruggono per poi riacquattarsi e prepararsi alla nuova riapparizione, le chiamano melolontini, e subito ti trovi sbalzato in una sorta di castello kafkiano dove ti guida una voce narrante che subito intuisci collocata dentro una trama di accadimenti misteriosi, viscidi come quelle larve, dominati da un fondo di paure, forse di delitti, sopraffazioni, contorcimenti oscuri del male, obbrobriose materializzazioni del peccato.
(...) Ti viene incontro tutto questo, per di più raccontato in una perfetta combinazione di lingua e stile, dove la precisione del dettato conquista non meno di quanto turbi la materia del racconto, e ti chiedi se tanto profluvio di sozzura umana sia davvero inattuale, frutto fuori stagione di una mente malata, o non sia invece esasperazione metaforica espressa per viscidi fantasmi di larve sotterranee e di nature perverse che hanno torbido spazio tra gli uomini dentro il palazzo chiuso del loro potere, dove la ricchezza si fa strumento di sopraffazione e nessuno spiraglio di riscatto si apre ai sottomessi. Se insomma questo libro non sia da leggere in chiave, si sarebbe detto qualche decennio fa, moralistica, come riflessione senza speranza sulla condizione senza tempo dello stato morale dell’uomo. E dico moralistica non a caso, pensando, più ancora che a Kafka, a un libro di una cinquantina d’anni fa, un’antologia curata da Elémire Zolla, Moralisti moderni, pubblicata da Garzanti con una rivelatrice introduzione di Alberto Moravia. Che proprio nell’Introduzione lamentava, riferendosi al suo tempo, la crisi appunto del moralismo, se non la sua scomparsa, riconducendola alla fine dell’umanesimo, che vuol dire dell’uomo non più chiamato a misura positiva delle cose. Derivava da qui, per Moravia la “prevalenza, in questa prima metà del secolo, delle tendenze distruttive e mortuarie su quelle creative e vitali. Come se l’umanità, sulla soglia forse di una nuova età, si fosse sentita ad un tratto attirata piuttosto dalla morte che dalla vita. I campi di sterminio nazisti possono considerarsi a ragione lo sbocco logico di queste tendenze suicide…”.
Qui, nelle Larve di Morandini, non ci sono campi di sterminio nazisti, o così sembra, ma può ben esserlo questo castello conchiuso, luogo fisico del male più efferato, difeso dalla legge anzi alla legge estraneo e ad essa superiore, e non è neanche vero che i tempi di Moravia, ancora freschi e inorriditi del sangue di Auschwitz, siano così lontani, se sentiamo su di noi le stimmate delle Torri gemelle ma anche di Srebrenica e di Falluja, e Guantanamo è sempre lì, e muri sorgono a dividere uomini da uomini, e uomini si uccidono per uccidere altri uomini. Morandini coglie dunque, a ben vedere, il male che un’altra volta prevale nelle fantasie degli uomini, e ci trasporta in una vicenda che può sembrare di pura fantasia mortuaria, funereamente gotica nell’impianto narrativo, ed è invece denuncia di un disagio, confessione di un’estraneità, ricerca di conforto per un disprezzo condiviso. E sembra far sue queste altre parole di Moravia: “Per questo il mondo moderno, oltre ad essere il mondo del disprezzo, è anche il mondo dell’ipocrisia e del conformismo. D’altra parte, prima ancora di disprezzare gli altri, gli uomini oggi disprezzano se stessi”.
(Alfio Siracusano, su http://nuke.ilsottoscritto.it/Recensioni/RecensioniM/MorandiniLelarve/tabid/954/Default.aspx)


Tra le mura di un palazzo, sperduto nei boschi, prendono vita i personaggi del secondo romanzo di Claudio Morandini dal titolo 'Le Larve'. L'origine del termine larva, che in latino significa fantasma, chiarisce l'atmosfera dell'opera di Morandini costruita sull'humus del romanzo gotico nell'accezione di romanzo 'spaventoso', caratterizzato da ombre e oscurità, luoghi tetri e tenebrosi, fiumi melmosi e boschi. E questa è la sensazione che si percepisce leggendo le pagine de 'Le Larve', ambientato in un palazzo la cui vastità incute timore per le sue dimensioni non misurabili.
Il romanzo è incentrato sulla figura del protagonista, l'io-narrante, che attraverso il ricordo-racconto della sua vita, tra passato e presente, fa rivivere i personaggi che hanno popolato il palazzo. Soprattutto uno, il nonno, un uomo potente e ferino che con la sua violenza e crudeltà ha dominato la famiglia, i contadini, gli operai e continua ad esercitare il suo potere anche da morto attraverso un quadro, nei confronti del quale i vecchi 'sottomessi' continuano a mostrare la loro riverenza dettata dalle antiche paure per il padrone. Il protagonista viene a conoscenza di un segreto sulle sue origini che non rivela a nessuno, neanche al presunto padre. Il segreto peserà su di lui per quasi tutto il romanzo, quasi ad opprimerlo, e solo alla fine troverà 'la soluzione', attraverso un colpo di scena: un bambino il cui candore è disarmante. Nel frattempo vive come il nonno, in quanto legittimo erede per quel segreto rivelatogli dal testamento, e proprio come lui è spesso colpito da stati di trance, momenti, che lui vive come dejà-vu, in cui ha bisogno di scatenare l'indole ferina che è in lui. (…) E nei momenti di trance il protagonista avverte il bisogno del contatto con la terra, che gli provoca piacere, inteso come un ritorno spasmodico alle origini, al primitivo, paragonato al piacere sessuale. La terra è paragonabile anche alla mente umana dominata dal caos, dalle passioni e dagli istinti, metaforicamente rappresentati dai vermi e dalle larve.
A rendere 'spaventoso' e complesso il clima del romanzo contribuisce decisamente la scrittura, sintatticamente complessa e ricca, e la scelta lessicale adoperata, tutta incentrata sul mistero, la nebbia, anfratti bui, frasche spinose, o ancora la scelta di verbi come rantolare. Alle sequenze di carattere descrittivo, nelle quali Morandini si sofferma sulla descrizione dettagliata 'della terra' con le sue larve e i suoi vermi, il cui contatto calma la ferinità del protagonista, seguono sequenze di carattere narrativo-psicologico, dalle quali apprendiamo il carattere del personaggio, come se si leggesse nella sua mente.
Nell'opera di Morandini è presente l'ossimorica coesistenza diacronica di caos-ordine, bene- male, con la vittoria dell'ordine e del bene sul caos e sul male; ruolo determinante ha, infatti, la religione cattolica della quale, seppur involontariamente, il protagonista diventa alla fine defensor nella sua lotta contro male che lo attanaglia, rappresentato dal padre. Il romanzo, non è un semplice racconto fantastico ma un'indagine nella mente dell'uomo, dominata da istinti, desideri e rimorsi.
(RosaMaria Crisafi, su http://www.zam.it/1.php?articolo_id=2397&id_autore=4735)

"Le larve" - le fonti, 5


Di Landolfi (del primo Landolfi, soprattutto) molte cose mi affascinano, molte mi hanno influenzato e continuano a esercitare un forte condizionamento stilistico: il suo far parte per se stesso, come scrittore, lontano da scuole; lo scrivere opere che non si lasciano catalogare (Calvino ha provato, nella celebre antologia di pagine landolfiane, a stabilire criteri, ad accorpare per temi, ma non saprei dire se sia stata una buona idea, o se sia riuscito nell’intento); il divagare del suo sguardo, nelle opere, con un atteggiamento poco compatibile con l’equilibrio, l’armonia, l’architettura, comunemente intesi, tanto meno con l’astuzia editoriale; la lingua galleggiante in una atemporalità letteraria che però non ha perso una sua componente colloquiale; un’ironia ora palese ora sfuggente, ma sempre avvertibile, come un continuo virgolettare; una propensione di alta caratura letteraria per le presenze striscianti, le creaturine dalle quattro zampe in su, o quelle senza zampe, e in generale per le creature animali silenziose e misteriose.
In “Racconto d’autunno”, il suo libro che più amo, c’è un io narrante che si muove in un mondo sfumato e imprecisato, eppure raccontato con minuziosa precisione, con uno sguardo insieme attratto dal meraviglioso e uno spirito tendente al raziocinante: affronta il mistero non con l’intento di spiegarselo, ma con quello di delimitarlo; vi penetra (penetra nella casa misteriosa intravista nel capitolo 1, circondata alla boscaglia, silenziosa, ingannevolmente disabitata). «Confesso tuttavia che fui preso, allora, da un certo irragionevole e indefinibile terrore, che, ad onta della mia poco allegra situazione, conteneva persino un tanto di curiosità». Questa miscela psicologica guida il narratore nelle sue esplorazioni, dei rumori, degli odori, delle caratteristiche architettoniche, del degrado, delle tenebre, degli incontri (i cani da guardia, il vecchio abitante, il ritratto della giovane, la giovane); fa della casa un personaggio vivo, concentrato di languori e inquietudini di matrice romantica, lo lascia abitare da sensazioni e impressioni, da un senso di deliquio, di passione esausta, di amore lacerato.

mercoledì 27 agosto 2008

Domande - 2

Rispondo alle altre domande di Alessio Elia (v. post del 15/8/08).
L’io che narra perché scrive quello che vuole raccontare?
Scrive (o racconta) appunto per comunicare una sorta di capacità di dominare il caos, o almeno di non farsene travolgere. Scrive anche per giustificarsi, per crearsi un alibi, per rendere sopportabile (a se stesso prima di tutto) ciò che ha compiuto, per confondere le acque. Non cerca la verità, ma una o più verità possibili, in cui i suoi impulsi più profondi e negativi siano descritti come forze esteriori, costrittive, e le sue colpe come colpe di qualcun altro che è la sua stessa proiezione.
Chi scrive si misura sempre con questa straordinaria potenza manipolatoria della parola: è un potere che lo scrittore esercita sui suoi personaggi, sugli spazi, sul tempo, ma che anche i personaggi sperimentano, quando si dà loro voce diretta. In sostanza, l’io narrante ricostruisce a sua misura, e con un certo compiacimento, tutta la sua vita, e parlando di sé presenta un paesaggio interiore maschile fondato sulle divagazioni, le ellissi (e le iperboli, anche, certo), e varie altre strategie retoriche. Facciamo tutti così, credo, scrittori o meno. E davvero la voce del mio io narrante può ricordare in questo la voce di uno scrittore.

Se l’io che narra non è lo scrittore, e quello che scrive non è da lui dunque vissuto, allora chi è? E perché scrive?
Non so chi sia davvero. So a chi assomiglia. L’ho visto crescere pagina dopo pagina, revisione dopo revisione. Un po’ alla volta la sua versione dei fatti ha preso il sopravvento, costringendomi a rimarcare le differenze (a me stesso, ai miei lettori). Dal momento che ho costruito il romanzo procedendo per accumulo, e poi per collegamenti, senza una scaletta, uno schema iniziale, non ho potuto far altro che lasciare che questa sua voce conducesse il gioco. Non vi sono altre voci nel romanzo, a parte le sequenze dialogate, che in ogni caso sono riportate sempre da lui, dalla sua voce. Per questo forse sembrano esprimersi tutti allo stesso modo.
Scrive (o parla) perché questo gli dà la possibilità di vivere: e perché la sua volontà di potenza (pardon) si esplica per lo più attraverso la parola, in un mondo fatto di parole, attraverso il controllo della molteplicità di sensi delle parole, attraverso lo sfruttamento a suo vantaggio dell’ambiguità stratificata delle parole.
Anche a me sono venute queste domande: perché l’autore lascia parlare questo personaggio, e non altri? Come sarebbe stata la stessa storia raccontata da Saverio, o da Vittoria, da Aldina, o dal figlio bambino? Perché, soprattutto, lo lascia mentire, senza intervenire? È d’accordo con lui, o no, e in questo caso spera che si noti?
Posso solo rispondere che ho scelto il personaggio più ambiguo e simulatore, e l’ho lasciato parlare e agire (parlare, soprattutto): regalandogli pensieri miei, ma anche immaginando i pensieri di qualcuno molto diverso da me, o tendendo agli estremi i miei pensieri. Misurarsi con la mente di personaggi molto diversi rappresenta una sfida piuttosto eccitante per uno scrittore, assai più gratificante, credo, del raccontare di sé.

lunedì 18 agosto 2008

"Le larve" - Le fonti, 4


In un romanzo come “La pianista e i lupi” di Hella Haasse ho trovato, ad un livello più immediato, il potere evocativo di pagine dedicate a nebbie, cime di abeti agitate dal vento, sentieri tortuosi che si perdono tra gli intrichi dei boschi – ma meno di quanto ci si potrebbe aspettare in un libro pubblicato da Iperborea.
Ad un livello meno legato alle suggestioni naturali, il testo della Haasse mi ha confermato il gusto delle sospensioni, il fascino delle “esitazioni” (nel senso che Todorov precisa ne “La letteratura fantastica”), dei personaggi ma anche di chi scrive, e di conseguenza di chi legge. È uno strano romanzo che volutamente non risponde a tutte le domande che sorgono nel corso della lettura, e ad alcune domande finge solo di rispondere, in realtà insinuando altre domande; mescola un senso profondo della natura e lo fa confliggere con la civiltà; dà dei personaggi informazioni che ne rendono la complessità, l’incoerenza, ma non chiariscono. E ne fa degli eccentrici, colti da smanie di dissimulazione, da necessità di modulare la realtà a loro piacimento. Miscela, con grande libertà, mitologie antiche o presunte tali (i lupi, antichi riti pagani), e suggestioni contemporanee non banali (la professione di pianista della protagonista Edith Waldschade e l’amore per i lupi ricordano troppo da vicino Hélène Grimaud, per essere una coincidenza). Lavora sull’effetto profondo che ancora oggi, a noi lettori disincantati, provocano figure sfuggenti e minacciose come i lupi.

domenica 17 agosto 2008

"Corpi caldi e bagnati" (dal "Quarto sgambetto", 1990-91)

SCENA 3 – UOMO 2, DONNA 1 (di seguito)

UOMO 2 Ha fatto bene a ignorare quell’individuo, signorina.
DONNA 1 (indifferente) Ah, sì?
UOMO 2 È un maniaco. Sapesse che cosa mi raccontava, prima che lei entrasse! Non vorrei davvero trovarmi nei panni di sua moglie.
DONNA 1 Se non le dispiace, vorrei rilassarmi un poco.
UOMO 2 Come? Oh, certo… Mi scusi, taccio subito. (Piccola pausa) Un vero maniaco. Protesterò in direzione. Non dovrebbero permettere a simili individui di entrare qui quando ci sono delle signore. Ehm… Le dà fastidio se mi tolgo il costume? Fa un caldo…
DONNA 1 Faccia come crede.
UOMO 2 sa cosa penso io? Che tenersi o togliersi il costume è un fatto personale, una questione di civiltà, di cultura. Di gusto, insomma. Io per esempio me lo tolgo. Vede? Me lo sono tolto. Lei, invece, signorina, che fa?
DONNA 1 Lo tengo.
UOMO 2 Ecco, appunto. Lo tiene. Mica la obbligo a toglierlo, io. Sono mica come quello là. Che poi, voglio dire, avesse da mostrare qualcosa, come giustamente lei ha osservato… Comunque, a prescindere da… Ma lei che fa di bello, signorina? Studia, studia? Lavora, lavora? Perché ho come l’impressione di averla già vista da qualche parte… Forse, chissà, in un’altra vita… Lei crede nella reincarnazione, signorina?
DONNA 1 (dopo un sospiro) Esco.
UOMO 2 Ha già finito, signorina? Ci vediamo tra poco, allora, okay? Lo sa che ha proprio un bel corpo?
(Porta che si apre e si chiude)
UOMO 2 (tra sé) Che le è preso, adesso? Devo aver detto qualcosa che l’ha offesa… Ma che cosa?
(Sfuma il rumore di fondo)

SCENA IV – UOMO 1

UOMO 1 Allora, signorina, le è piaciuto il bagno turco? No, eh? Quel cretino là dentro l’ha fatta scappare, eh? Mi chiedo chi lo abbia fatto entrare. Dove va, ora? Va in sauna? Guarda caso, anch’io.

Domande - 1

Rispondo alla prima domanda di Alessio Elia (v. post precedente).

Chi è l’io che narra?
Quella dell’io narrante è una voce che ha il mio timbro, lo ammetto, un timbro che avverte chi mi conosce. Ma non sono io. O meglio, sono io che recito una parte che solo in parte, in piccola parte coincide con me – sto cercando di mettere a fuoco la questione per rispondere alla tua domanda senza barare, come vedi.
In “Nora e le ombre” il narratore esterno non collimava con il punto di vista di Nora stessa, il più presente anche se non l’unico: era la mia voce, riconoscibile, immagino, nel lessico, nel ricorso all’ironia, nel procedere a braccio – reale o apparente –, nell’indulgere in certi tic; ma era, per così dire, una voce in falsetto, il tentativo di far parlare le anime di personaggi femminili, e attraverso la parola di esplorarne le complessità. Ne “Le larve”, da questo punto di vista, è tutto più chiaro: c’è un’unica voce, ed è quella dell’io narrante. Tutto è raccontato da questa voce, in un gioco costante di ricostruzione e interpretazione dei fatti. È una voce di uomo maturo (non da “vecchio”, come pure egli stesso si definisce subito nelle prime righe del romanzo, con un vezzo che ormai è anche mio: la prima di una lunghissima serie di manipolazioni, di adattamenti o di travisamenti di una possibile realtà). È anche una voce che si compiace di se stessa, quando drammatizza, divaga, nasconde dietro al “bello stile” colpe o fastidi. È essenzialmente la voce di chi, nel ricostruire a sua misura il presente e il passato, sa di mentire ma finge di non saperlo, e in ogni caso cerca di farlo con un certo gusto.
Mette ordine nel disordine – spera in questo di trovare, se non la salvezza, almeno uno sbocco provvisorio. Ordina le parole per ordinare il mondo – il suo mondo. Non sempre gli va bene: troppe zone d’ombra, troppe dissolvenze, troppe incongruenze da sistemare. E , soprattutto, troppo dolore da tenere a bada. C’è un retrogusto di dolore costante, molto forte in alcune pagine, insopportabile quasi. Come diceva Flaubert, "La perle est une maladie de l'huître et le style, peut-être, l'écoulement d'une douleur plus profonde".

venerdì 15 agosto 2008

Considerazioni e domande di un lettore su "Le larve"

Ecco le righe che mi ha scritto Alessio Elia, compositore, amico, colui che mi ha fatto conoscere ed amare i racconti e il diario di Géza Csàth.
"Innanzitutto sono rimasto molto felice di ritrovare il tuo inconfondibile uso della lingua italiana.
Ci sono altri scrittori in Italia che se ne servono in modo così pregevole, raffinato e ricercato ma allo stesso tempo senza alcun sentore di affettazione?
Domanda retorica, ovvio.
Da musicista ritrovo nel tuo modo di esprimerti il ritmo cadenzato della parola di un linguaggio parlato colto, una lingua cesellata fin nel dettaglio che mai tradisce però il certo lavorìo che v'è sotto.
Di un' "immediatezza meditata" che coglie il presente nel suo rendersi incarnazione di un ricordo passato o presagio o anticipazione di un evento futuro.
Mi tornano in mente i concetti di "grazia e sprezzatura" del Castiglione, depositari di quell'elevazione dell'arte che cela l'arte, che si rende dunque in tal modo "naturale", pur mai appartenendo alla natura.

Nella stesura della trama è, a mio avviso, soppresso il nesso "domanda-risposta".
Fatta eccezione per il caso delle mignatte e della dislocazione delle ossa del Figlio del Padre, in cui il lettore può solamente sospettare della colpevolezza di Saverio, il resto è tutto scoperto.
Viene sapientamente evitata anche la costruzione di un caso da giallo: l'omicidio è preannunciato, non esiste interrogativo da solvere, nè colpevoli da rintracciare, se non la caccia a colpevoli che colpevoli non sono.
In questa abolizione di nessi tra aspettative, supposizioni e risoluzioni, vere o presunte che siano, il romanzo diviene una descrizione di una realtà immodificabile, ingiustificabile, indiagnosticabile.
E' una realtà oggettiva, ossia una realtà "lanciata contro" (nel senso etimologico del termine), in cui poco importa se è l'io-narrante nella veste di Saverio, o Saverio nella veste dell'io-narrante ad essere colpevole.
In qualche modo sono "analoghi" l'uno dell'altro, e dunque perchè no, la stessa persona.
E davvero è di poco conto che questa coesione tra i due uomini sia avvenuta nella mente di una donna malata di mente.
In virtù di essa Saverio è colpevole, mentre il vero colpevole è innocente, non potendo essere nuovamente se stesso, dal momento che non è data la possibilità di un triplo (e la figura del doppio è già incarnata da Saverio).
A questa necessità oggettiva Saverio si arrende, e la cosa comica è che è proprio lui, che perde la sua identità di soggetto, a diventare veramente soggetto (subiectum, sottomesso).
In questo ritrovo l'ombra di Csàth, o l'interpretazione che ne do del suo modo di vedere il mondo: Quello che è lo è necessariamente.

Ti scriverò altro nei prossimi giorni.

Le domande sono:
Chi è l'io che narra? (non mi riferisco al tuo romanzo nello specifico, ma in generale). Ossia L'io che narra perchè scrive quello che vuole raccontare?
Se l'io che narra non è lo scrittore, e quello che scrive non è da lui dunque vissuto, allora chi è?
E perchè scrive?"
(Alessio Elia,
Grazie, Alessio. Proverò a rispondere su queste pagine a queste domande nei prossimi giorni.

giovedì 14 agosto 2008

"Le larve" - le fonti, 3

Non pensavo alla sequenza del sogno de “Il posto delle fragole” di Ingmar Bergman, quando ho scritto, ormai cinque anni fa, la scena del nonno defunto che, «in un rigurgito meccanico di vita», afferra dal catafalco il nipotino arrampicatosi su una sedia a sbirciarlo. Non mi è venuto in mente che quella potesse essere la fonte principale della scena finché, qualche tempo fa, non ho rivisto, a distanza di parecchi anni, il film.



Il senso è tutto in quell’afferrare; il resto non combacia, d’accordo, ma nel rivederla ho sentito che era davvero tutto lì. La prima volta che ho assistito alla scena avrò avuto una decina d’anni: al mare, in campeggio con i miei genitori, da un televisore portatile in bianco e nero, lasciato acceso sulla veranda da una famiglia di amici occasionali, una sera, vedo proprio quel sogno, e ne resto turbatissimo. (Erano anni in cui era possibile che un Bergman fosse trasmesso in prima serata, e anzi ne venisse proposto un intero ciclo, sul primo canale). Resto turbato, dicevo, e per notti rimugino su quella fantasticheria macabra che oggi, a dire la verità, mi appare un po’ troppo chiara, addirittura ovvia verso la fine.
In seguito me ne sono dimenticato, concedendo al ricordo di sedimentarsi, di confondersi con altri ricordi, letterari per lo più, non tutti elevati. Senza esserne cosciente, nello scrivere l'episodio mi sono sostituito al vecchio professor Isak Borg, o meglio ho sostituito l’io narrante bambino (non confondiamo: ma certo le pagine d’infanzia sono quelle che sento più vicine, quelle in cui ho ho attinto più apertamente alla mia infanzia), e ho lasciato dall’altra parte un vecchio cadavere, osservato con la fascinazione e la paura immaginifica che è propria dei bambini.

mercoledì 13 agosto 2008

"Corpi caldi e bagnati" (dal "Quarto sgambetto", 1990-91)

SCENA 2. DONNA 1 E DETTI

(Continuano i rumori di fondo: rumore di porta che si apre e si chiude. I due UOMINI parleranno con vivacità crescente).
DONNA 1 Buon… Buongiorno.
UOMO 1 Buongiorno a lei, signora. O signorina?
UOMO 2 Tedesca? Svedese?
DONNA 1 Italiana.
UOMO 1 Già, certo… ehm… Fa caldo, eh?
UOMO 2 Fa un caldo… Quanti gradi saranno?
UOMO 1 Cinquanta, sessanta… ma non è una questione di temperatura, è una questione di…
UOMO 2 Di civiltà, di cultura…
UOMO 1 No, no. Di umidità.
UOMO 2 Ah, già. Lei cosa preferisce, signorina, la sauna o il bagno turco?
DONNA 1 Dipende.
UOMO 2 (piano) Non dà confidenza.
UOMO 1 (piano) Lasci dire a me. (Ad alta voce) Lo sa, signorina, che è estremamente dannoso fare il bagno turco o la sauna con il costume addosso?
UOMO 2 Eh, sì. la pelle ne soffre!
UOMO 1 Io, per esempio, come può vedere, sono completamente nudo.
DONNA 1 Ah? Non si nota molto.
UOMO 1 (tra sé) Come, non si nota?
UOMO 2 Lei è italiana, vero? Lo arguisco dalle gambe depilate.
(La DONNA sbuffa).
UOMO 1 (a fatica) Io… non ce la faccio più. devo uscire di qui e stendermi. Arrivederci, signorina…
(Rumore di porta che si apre e si chiude).

martedì 12 agosto 2008

Le larve" - Le fonti, 2

Ci sono libri che, una volta letti, lasciano tracce durevoli, e si lasciano percepire non solo nei ricordi, ma anche nelle letture di altri libri, come rumori di fondo, retrogusti persistenti. Il “Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne è per me uno di questi: non parlo del romanzo in sé, che letto oggi mi suona frettoloso nello stile, poco felice nelle caratterizzazioni dei personaggi, didascalico in un modo talvolta fastidioso: ma del romanzo letto e riletto da ragazzino, in edizioni insaporite da illustrazioni coloratissime e approssimative. È un altro libro, rispetto a quello che mi ritrovo tra le mani ora per stendere queste righe: assai più robusto, attraente, incalzante, terrorizzante. A quel libro lontano (un libro “percepito”, non “reale”, come si dice delle temperature) ho pensato ogni volta che ho spinto i miei personaggi nei cunicoli che si dipartono dal palazzo: sentivo il sapore di quelle gallerie vulcaniche, anche se raccontavo di sotterranei scavati dall’uomo (in che modo, o da chi, non è dato sapere: dal nonno stesso, forse, a colpi d’unghia), assai più che il sapore di molti altri ipogei latebre cantine labirinti segrete della letteratura che incontrato nelle mie letture, e di cui prima o poi darò conto.



Verne fa sentire il peso straordinario delle masse d’acqua e di roccia soprastanti, gioca con i pieni e con i vuoti, con luci e tenebre, altera il concetto del tempo, dilata gli spazi, regala un senso incombente di sorpresa e di minaccia. (Certo, è curioso che l’episodio della lotta tra i due mostri preistorici marini, che copre soltanto un paio di pagine del capitolo XXXIII, e che nella mia percezione giganteggiava su tutto il resto, da un punto di vista strettamente quantitativo scompaia di fronte ai primi diciassette capitoli, in cui i personaggi sono ancora all’esterno del vulcano e del mondo sotterraneo: ma di questo parlerò un’altra volta e altrove).
Ho voluto lasciare un timido omaggio a questo romanzo di Verne nel capitolo Venti de “Le larve”: «Poso le mani sulle pareti terrose e umide, per rinfrancarmi a quel gelo. Ho spento quasi subito la lampada, e procedo nel buio assoluto, orientandomi con l’olfatto e l’udito e altri sensi che gli uomini non usano. Come facevo quand’ero fanciullo, rincorro ratti e altre creature, che sembrano stare al gioco e non si precipitano troppo velocemente in anfratti dove non potrei raggiungerli.
Giungo a un bivio; dal lato destro, le profondità del cunicolo mandano un sordo rumore di acqua corrente; dall’altro, il più totale silenzio. Tastando il lembo di parete di pietra che divide le due diramazioni, avverto sotto i polpastrelli un’incisione in cui riconosco, stilizzate, le iniziali del nonno. Anch’egli, come ho sempre immaginato, molto tempo prima di me è penetrato – e al buio, come una di quelle creature cieche delle grotte che mai vedranno la luce e perciò non hanno bisogno d’occhi (…).
La scoperta di quel suggello del nonno mi fa vacillare: percepisco d’improvviso il ristagno della sua presenza, soffocante più dell’aria morta. E torno sui miei passi.»
In modo analogo, Axel e il professor Lindenbrok sono guidati nel loro viaggio dalle iscrizioni in caratteri runici del nome di Arne Saknussemm.

lunedì 11 agosto 2008

“Corpi caldi e bagnati” (dal “Quarto Sgambetto”, 1990-91)


SCENA 1: UOMO 1, UOMO 2

(Rumore sottile di vapori. I due parlino con fatica e lentezza)
UOMO 1 (dopo avere sbuffato) Caldo, eh?
UOMO 2 Accidenti… Quanti gradi saranno?
UOMO 1 Cinquanta, sessanta… ma non è tanto la temperatura… è il vapore che è insopportabile.
UOMO 2 Oh, io lo sopporto benissimo. Adoro il bagno turco, soprattutto quando è promiscuo.
UOMO 1 Già. Eh, eh, eh!
UOMO 2 Chissà se oggi si farà vedere qualche bella sventola.
UOMO 1 Speriamo! Un paio di settimane fa, sono arrivate qui due tedesche sui vent’anni. Oh, l’hanno fatto completamente nude!
UOMO 2 Eh, accidenti… Con le italiane non capita, vero?
UOMO 1 No, no. Inutile, è una questione di civiltà, di cultura…
UOMO 2 Verissimo.
UOMO 1 Avrebbe dovuto vedere che chiappe!
UOMO 2 Accidenti! Eh, le tedesche…
UOMO 1 E che tette!
UOMO 2 Eh, sì, è proprio una questione di cultura, di civiltà…
UOMO 1 E lo sapeva che le tedesche non si depilano le gambe?
UOMO 2 D’altra parte, bionde come sono…
UOMO 1 Be’, ma voglio dire…
UOMO 2 E quando sono bionde, sono bionde dappertutto, giusto?
UOMO 1 Come? sì, sì…
UOMO 2 Appunto, appunto. È una questione di civiltà. Le italiane, invece…
UOMO 1 Uh, le indigene! È già tanto se si tolgono l’accappatoio. e se ne restano lì, in costume intero, tutte impettite come a un esame, con le gambe strette…
UOMO 2 Per carità… E si depilano pure…
UOMO 1 E guai se le guardi! Ma dico io, non posso neanche guardare negli occhi una bella ragazza, se voglio?
UOMO 2 Negli occhi, eh?
UOMO 1 Comunque, le dicevo delle italiane… Io ci ho provato a dirglielo mille volte, alle donne che vengono qui a farsi un bagno turco o una sauna, che fa male tenere addosso il costume, che la pelle ne soffre… Ma quelle mi guardano come se fossi un maniaco. E allora, fate un po’ come volete!
UOMO 2 È tutta una questione di educazione…
UOMO 1 Di civiltà…
UOMO 2 Certo, di civiltà, di cultura…
UOMO 1 Ma io, caro signore, me ne frego! Sto nudo, e non mi vergogno.
UOMO 2 Bravo! Siamo o non siamo nel ventesimo secolo?
UOMO 1 Appunto, appunto. Se le signorine vogliono guardare me, mica mi offendo, anzi!
UOMO 2 Anzi, magari un po’ le fa pure piacere…
UOMO 1 Be’, lei mi capisce…
UOMO 2 Sono assolutamente solidale con lei. Ma…
UOMO 1 Ho sentito un rumore. È entrato qualcuno?
UOMO 2 Sì, pare di sì.
(La DONNA 1 tossisce in lontananza)
UOMO 1, UOMO 2 (all’unisono) È femmina!

domenica 10 agosto 2008

"Le larve" - le fonti, 1



Il grande quadro del nonno de “Le larve” non è la parafrasi della composta ferinità di questo “Autoritratto in forma di gufo” di Savinio (1936, visibile alla GAM di Torino), ma ne riprende lo spirito: lo sguardo da rapace innanzitutto, fissato su chi osserva, a studiarne le mosse, la postura, l’avvinghiarsi in primo piano di mani e dita.
Il nonno del protagonista del mio romanzo domina dall’alto del suo ritratto anche da morto: «Era un ritratto a mezza figura, in cui solo il lato destro del nonno, biancastro e illuminato di sguincio, emergeva dall’oscurità totale, caravaggesca dello sfondo. Nero anche il vestito, a parte il colletto e i polsini, dai quali due mezze mani nodose – quelle sue mani che ancora mi sognavo – uscivano a ghermirsi vicendevolmente, come in una simulazione di lotta. Gli occhi, uno nella metà luminosa, l’altro sgranato e baluginante da quella tenebrosa, scrutavano l’astante dall’alto, coronati dai sopraccigli ispidi».
È una descrizione che aggiunge, al modello saviniano, un eccesso di contrasto tra luci e ombre, e che forse, in un dipinto, darebbe luogo a un ritratto mal riuscito, avventato, a un impiastro kitch. Ma nel quadro di Savinio c’è altro: c’è un rimando a una natura ferina, appunto, uccellesca e notturna, ma anche licantropica, in ogni caso predatoria, in quella faccia tonda di piume e peli; nel romanzo tale ferinità è resa da stati di delirio e perdita di coscienza, da fughe nei boschi e nei campi, da episodi di predazione e di pura crudeltà, non da una metamorfosi in qualcosa di davvero animalesco o in un ibrido tra uomo e animale: è una condizione mentale più che fisica (quasi sempre, via). Insomma, l’opera di Savinio corrisponde al romanzo tutto intero, più che al solo tema del ritratto del nonno. Per questo ho per un po’ accarezzato l’idea di usarla per la copertina, prima di vedere la splendida immagine poi utilizzata: ma forse sarebbe stata troppo esplicita, troppo coerente e collimante con il libro.



«Ero turbato da quel ritratto, e spesso mi sorprendevo a spaventarmi al pensiero che in qualche modo quella figura si animasse – in fondo, era già accaduto che un corpo immoto si agitasse di fronte a me in un rigurgito meccanico di vita. Non volevo fissarlo, perché appunto mi turbava, eppure ero costretto a farlo, per controllare che non si movesse: e finivo per trascorrere ore intere a fare la sentinella a quel simulacro – ma sempre di nascosto da tutti, da una posizione un po’ defilata, protetto da un mobile o da un angolo di parete, e soprattutto di nascosto da lui, dal vecchio».

sabato 9 agosto 2008

Da "New York, 1969"

Patricia lavora paziente sul suo corpo. Quasi nuda, davanti al grande specchio dello studio, si piega e si torce, poi torna ritta, a respirare lentamente, poi torna a flettersi. Dalla porta, sento le sue giunture scricchiolare. Su un arto alla volta, pratica certi esercizi di dislocazione delle ossa che si è fatta insegnare un paio d’anni fa da un contorsionista da circo. In certe posizioni, non respira più, e dal garbuglio delle sue membra sento levarsi un filo penoso di rantolo. Sembra una creatura marina, un echinoderma avvolto attorno a una preda, o un’oloturia imbozzolata a proteggere una ferita. Non mi viene nemmeno spontaneo rivolgerle la parola, quando si esercita, prima di tutto perché non mi risponderebbe – se poi la distraessi sarebbe capace di dirmi cose terribili. Mi limito perciò a osservarla dalla porta socchiusa, a contare sulla sua schiena ossuta le cicatrici delle esibizioni passate.
L’idea del sangue si sta modificando giorno dopo giorno. Lo scopro quando accompagno Patricia da George, il nostro medico.
«Che cosa vorresti da me, insomma, Patricia?» le chiede, per uscire da una lunga spiegazione teorica e esoterica in cui lei si è impaniata.
«Voglio che mi procuri febbri alte. Riesci a prescrivermi qualche farmaco che mi alzi la temperatura fino a, diciamo, centocinque gradi?»
«Patricia, io non…»
«Per qualche ora, non di più. Il tempo della performance. Voglio esibirmi con i brividi, ricoperta di sudore».
George mi guarda, sconsolato. Gli rilancio lo stesso sguardo.
«La febbre è una reazione del nostro corpo a un attacco esterno, di solito batterico o virale. Perché mai vorresti procurartela con un farmaco?»
«Puoi inocularmi un batterio, allora. Un’influenza, o un’infezione. Un’infezione, sì. Un’infezione vaginale sarebbe perfetta».
«Patricia…» diciamo entrambi.
«Patricia, tu vuoi farmi radiare dall’ordine» prosegue George.
«Voglio la febbre. Voglio essere infetta e avere la febbre fino al delirio».
«Tienila d’occhio tu, per favore» mi dice il medico. «È capace di infettarsi da sola».
«Il mio corpo è solo materiale da plasmare. Lo uso come uno scultore usa il marmo, o il bronzo, o un pittore i colori sulla tela. I miei colori sono secrezioni organiche. La pelle è la mia tela. Le mie ossa, i miei nervi sono creta da modellare».
«Lo so, cara, lo so» dice George, abituato a quel tono didascalico.
La donna – continua lei, inarrestabile – per secoli non ha avuto accesso all’espressione artistica. È stata modella, amante di artisti, cuoca o serva di artisti, musa ispiratrice, e talvolta tutto questo insieme, ma non ha mai potuto maneggiare gli strumenti dell’arte. Il suo corpo desiderato e temuto è stato accarezzato dagli sguardi di artisti e committenti, ma anche accecato nella parte più intima della sua sessualità, che infatti non compare mai, come se non esistesse. Era la materia più potente, era insieme fonte di ispirazione e quadro, mito e linguaggio, ma era trattato come coacervo di sensi contraddittori, era edulcorato, avvolto, nascosto, o reso astratto in un gioco di linee ideali. Eppure il corpo della donna è da sempre un gigantesco laboratorio di umori, libera sangue, forma corpi, coltiva latte, si gonfia e si svuota, urla, sospira, ospita, espelle, si apre, si divarica, ha quattro occhi, due bocche, ma noi abbiamo imparato a dissimularlo perché ce lo chiedevate voi, unghie, ciglia, denti, capelli, mammelle, spalle, pelle, fianchi, tutto finto perché fosse più rassicurante, perché assomigliasse a quei quadretti viziosi e insinuanti che ci ritraggono come voi volete che noi siamo.
Riprende fiato, e sorride – solo per un istante.
«Ora posso fare del mio corpo quello che voglio io» conclude, sottovoce. «Tu dammi la febbre, i tremori. Io ci metterò il sangue».
«E io terrò a bada la polizia» sospiro.
(Vai su http://www.lastrategiadellariete.org/sentieri.html per leggere i capitoli che amici scrittori hanno aggiunto al progetto "I sentieri di Seth" di Kaizen, sviluppandone motivi in nuove direzioni. E su
http://www.lastrategiadellariete.org/rizomi/NEWYORK_1969.pdf per sapere in particolare come continua questo mio capitolo).

venerdì 8 agosto 2008

Tre vecchi disegni a china




Si tratta di tre miei disegni utilizzati da Luca Dipierro nella realizzazione del booktrailer di "Nora e le ombre".

"Ostriche" - continuazione

UNA DONNA (nervosamente disinvolta o disinvoltamente nervosa) Allora, dicevo: il mollusco s'era mosso. Allora faccio per scherzo: psst, di là in cucina si sono dimenticati di ammazzarlo. Credevo che a quel punto lui si mettesse a ridere in quel suo modo così irresistibile… Invece il mio angelo fa: prego? E prende una forchettina, la ficca nell'ostrica, la tira su insieme con le… le valve, porta il tutto a fior di labbra, e se la succhia. Ho notato chiaramente il movimento della deglutizione. L'aveva ingoiato intero, il mollusco. Non che sia un bestione. Però ero impressionata. Avevo scoperto un'altra qualità di quell'uomo straordinario: papparsi molluschi senza masticare. Deve essere vivo, fa lui, d'improvviso, e mi fa pure sobbalzare. Vivo? faccio io. E se ti cammina per lo stomaco? Se ti striscia nelle parti molli infilandosi dove non dovrebbe? E lui ride di gusto. Meno male, l'ho fatto ridere. Rido anch'io, così magari crede che ho voluto fare apposta la spiritosa. Eh, eh, eh… Ora tocca a te, dice lui. A me? fingo di non aver capito, mi guardo attorno, fingo di credere che abbia parlato a qualcuno dietro di me, mi volto, mi volto ancora… Sì, lo so, era da idioti, ma cercavo di prendere tempo… Coraggio, sono deliziose, dice lui. Per un istante ho l'idea di confessargli di essere vegetariana, e di cavarmela con un'insalatina… Ma non vorrei deluderlo. Oh, no. Allora mi faccio coraggio, afferro la mia forchettina con una mano, l'ostrica con l'altra, e provo ad affondare la prima nella seconda. Non ci riesco! I denti della forchettina non penetrano nella polpa! È come fare il solletico al caucciù. Prova a rovesciartelo in bocca, dice lui, con un sorriso. Prego? Questa volta lo dico io. E lui mima: alza la testa, la rovescia all'indietro, e fa il gesto di buttare dentro alla bocca aperta una specie di polpettone. Però non è un polpettone, è un'ostrica, l'ho capito benissimo. Fa anche l'imitazione di uno che ingoia, deglutisce, poi apre la bocca e fa: ah! Un vero mimo, bravissimo. Tutto il ristorante ci sta guardando di nuovo, e a me viene voglia di applaudire. Allora, ce la metto tutta: non voglio deludere quell'angelo in terra, pieno di fossette come un attore americano. Alzo la testa, inarco il collo all'indietro, fino a che non ho davanti agli occhi il lampadario finto rustico che prima era sopra di me, poi spalanco le… le fauci… stavo per dire le valve… e cerco di rovesciarci dentro il contenuto dell'ostrica. Ci provo, almeno. Non viene giù niente. Solo qualche goccia di uno strano sughetto, che sa di… come dire? … di risacca… di tempesta di mare… È rimasta attaccata al guscio, sento dire da lui. Bella roba, e io che faccio? dico io, restando sempre a bocca aperta e a testa levata. Usa i denti, fa lui, stacca la bestia con i denti. I denti della forchetta? faccio io. Non, no, i denti tuoi personali, fa lui. Oh, no, faccio io. Oh, sì, fa lui. È un momento carico di tensione; in un istante rivedo tutta la mia vita. Non ci metto molto, comunque. Voglio dire, non ho ancora quarant'anni…

("Ostriche", dai "Primi monologhi", 1995, tutti i diritti riservati; inserito nello spettacolo "L'amore è bello vicino a te", cfr. http://www.cristianavoglino.it/spettacoli/spettacoli_at/l)

"Le larve": ancora un po' di rassegna stampa

Claudio Morandini non può essere certo considerato un principiante, non tanto per il fatto che "Le larve" è il suo secondo romanzo - pubblicato da Pendragon dopo "Nora e le ombre", edito da Palomar -, ma soprattutto perché la sua prosa è straordinariamente consapevole, coerente, ricchissima.
La quarta di copertina di Le larve è più generosa rispetto al risvolto di copertina del precedente romanzo dove Morandini si profilava, con una sintesi spiazzante e indicativa della sua innata e ben coltivata capacità di dosare ellissi e suggerire allusioni, così: vive ad Aosta, non crede ai fantasmi - se si pensa che Nora e le ombre è stato definito una ghost story... Sappiamo ora che ha scritto commedie per la radio e monologhi per il teatro, e che il suo racconto "Le dita fredde" è stato inserito nell'antologia italoamericana "Santi - Lives Of Modern Saints" (Black Arrow Press). Raccogliendo poi l'implicito, allettante invito ad andare un po' più a fondo nella sua biografia, scopriamo che insieme all'amico Luca Dipierro, anch'egli scrittore, cura un blog dove quotidianamente vengono pubblicati racconti, abbozzi, romanzi di poche righe, feuilleton, dialoghi, soggetti, sceneggiature e storie, rivelando una sorprendente versatilità.
"Lo scrittore dovrebbe cercare di non far sentire troppo la propria presenza", postilla Morandini che, coerente col proprio intento, ne Le larve si diletta a celarsi in modo del tutto originale, ossia giocando continuamente e sapientemente con l'orizzonte d'attesa del lettore che si troverà di fronte a personaggi smascherati, quasi violati, nei loro più intimi recessi, e avrà l'impulso, apparentemente incoraggiato dallo stesso autore, ora a indignarsi ora a impietosirsi, ora a condannare ora ad assolvere.
D'altronde "Le larve" è sì una saga familiare intrisa di atmosfere gotiche, ma è anche e soprattutto un lucido e vivace trattato su passioni e istinti. I personaggi vengono descritti, con freddo distacco, in balìa delle proprie pulsioni - e proprio per questo spesso paragonati ad animali - ottenendo così un duplice effetto: sospendere il giudizio del lettore - aspetto questo regolato con rara maestria - e far emergere il lato goffo e grottesco degli stessi personaggi in momenti di irresistibile ironia.
Claudio Morandini si conferma con "Le larve" attento e sensibile osservatore di una realtà vorticosa, che non smette mai di rivelare i suoi aspetti più inquietanti, nonché scrittore raffinato, ben lontano dai facili ammiccamenti al pubblico ai quali purtroppo non di rado la narrativa emergente ci ha abituati; dotato dell'infrequente capacità di rivolgersi con successo tanto ai lettori più navigati quanto ai neofiti amanti della parola scritta.

(Fabiana Piersanti, su http://www.lettera.com)

giovedì 7 agosto 2008

"Viaggio in una stanza: leggendo Coraline"

Si prenda una ragazzina sui dieci anni. Le si doni “Coraline” – meglio, glielo si legga a voce alta. Se io, adulto, ho amato il romanzo di Gaiman, che effetto avrà su una divoratrice di fantasy melensa per adolescenti che conosce le fiabe solo attraverso versioni edulcorate e chiassose in dvd? Oggi mi riconosco negli adulti di “Coraline”, distratti, affaccendati, ironici, ma sono stato anch’io come la protagonista: incuriosito da tutto, rumorosamente annoiato da giornate tutte uguali, attratto da pozzi, nebbie, odori, porte, angoli oscuri, ombre.
La piccola Rebecca, figlia di amici, fa al caso mio. È una tirannella con un vasto repertorio di moine, ma l’ho sorpresa imbambolata dall’emozione di fronte alla Chihiro de “La città incantata”. Voglio scoprire come si immergerà nella storia di Gaiman e come ne uscirà.
Leggiamo. Dapprima la mia impaziente ascoltatrice trattiene un paio di sbadigli; ma presto la figuretta priva di glamour di Coraline la conquista. Il romanzo ha il vantaggio del divagare; come nelle fantasticherie collose del dormiveglia, o in quei sogni ossessivi da cui si cerca di svegliarsi invano, esso si concede insistenze, indugi, parentesi, ripetizioni. Mentre il racconto esplode in una trovata in tempo per non diventare davvero minaccioso, il romanzo rimanda indefinitamente la rassicurante esperienza del lieto fine e lascia in chi sospende la lettura una sensazione di persistenza, un retrogusto di incertezza che si può controllare solo riprendendo a leggere.
Gaiman lavora con materiale consueto: ombre, specchi, animaletti disgustosi o petulanti, personaggi eccentrici, corridoi, specchi, nebbie. Ma Rebecca non sembra accorgersene, e io scopro di non essermi ancora stancato di questo catalogo di inquietudini. Non ne avremmo mai abbastanza di nebbie e angoli oscuri. Nebbie, soffitte, scantinati, stanze segrete nascondono sempre cose diverse.
Dire che niente è come sembra e che non sapremo mai come sono davvero le cose è un povero luogo comune. Altro è raccontarlo attraverso lo stupore di un bambino che vede incrinare per la prima volta le sue certezze: con uno specchio in più scopre come lo vedono gli altri e si vede estraneo a se stesso; da smorfie improvvise, da sguardi obliqui degli adulti scopre che essi hanno una natura che non amano rivelare e una vita nascosta fatta di cerimoniali incomprensibili che ricordano un complotto. È una delle prime vere paure, che coltiviamo compressa in noi, senza trovare le parole giuste per definirla, e che Gaiman inscena raddoppiando figure e luoghi, lavorando su piccole differenze rivelatrici, scarti, incongruenze.
Rispetto a “Stardust”, “Coraline” è un dramma da camera, con momenti di rapinosa claustrofobia. Non smonta e rimonta le convenzioni del fantasy, guarda ad altri modelli (Lewis Carroll innanzitutto) e lavora d’immaginazione più che di parodia. Sì, alcune invenzioni non suonano nuove (l’altra madre che pilucca scarafaggi, la mano ragnesca sul pavimento sembrano uscite da una pagina di Dahl), ma non per Rebecca che da poco, stufa dell’enfasi della mia lettura, ha preteso di continuare per conto suo.
Come una fiaba, “Coraline” racconta paure, enigmi affettivi, angosce di abbandono. Ci ho avvertito i sedimenti di certe malinconie crudeli di Andersen, l’eco degli educati deliri della contessa di Ségur. È perfetto per una serata in una cameretta: invece di abbattere pareti e proiettare l’immaginazione in vasti spazi, rimpicciolisce la stanza e la popola di ombre, sdoppiamenti, brutte copie, caricature grottesche, su cui regna con paziente egoismo l’altra madre, proiezione minacciosa e paradossale della figura materna, creatrice di un mondo parallelo, soffocante e approssimativo.
Lascio che Rebecca legga da sola. Me la immagino chiusa nella sua cameretta, staccare talora gli occhi dalle righe, per accertarsi che nessun essere indefinibile strisci lungo i muri. Le invidio questo privilegio, che l’età adulta e gli studi inibiscono. Il lieto fine la soccorrerà al momento giusto.
(Questo articolo è comparso sul numero di febbraio 2008 di "Rumore" in un bello special su Neil Gaiman orchestrato da Giona A. Nazzaro)

A proposito di "Nora e le ombre" - un'intervista mancata, terza parte

11. Da chi o cosa attinge quando elabora un personaggio?
Mi guardo attorno, con grande curiosità, memorizzo comportamenti, gesti, espressioni, tic, brandelli di conversazione. Prendo appunti. Sulla pagina, vedo crescere i personaggi pagina dopo pagina. Li lascio agire, sbagliare, contraddirsi, girare a vuoto, rimuginare… Le persone reali sono fatte di lati irrisolti, di contraddizioni, di zone d’ombra. Anche i miei personaggi, spero.
Poi ci sono i libri altrui. Quando sto dietro alla stesura di un romanzo non riesco mai a finire la lettura di un libro: ogni incipit mi suggerisce atmosfere, situazioni. A volte basta una singola parola, e devo chiudere il libro e aprire il mio quaderno.
Poi ci sono le mie idiosincrasie, le ossessioni, che mio malgrado finiscono sempre per entrare nel ritratto dei personaggi. In ognuno di loro c’è qualcosa di mio, in un certo senso. Non troppo, e niente di voluto. E sempre guardato dall’esterno, con distacco.
12. Quali sono le sue passioni?
Tengo a freno le passioni, quando posso.
13. Quali sono i suoi pregi e difetti?
Passo per una persona misurata, ordinata, razionale. Temo non sia così. Però posso garantire di non essere cinico, come alcuni lettori hanno supposto di fronte a certe pagine in cui sembra che mi accanisca allegramente sulle sventure di Nora. Ammetto di essere un tantino snob. Come vede, lascio a lei decidere se si tratti di pregi o di difetti.
14. Se vuole può parlarmi della sua adolescenza, famiglia, gusti musicali, programmi Tv preferiti e curiosità di altro genere.
Non ho mai incontrato qualcuno che rimpiangesse la sua adolescenza. Quanto a me, sono stato un adolescente normalmente introverso, inquietante il giusto. Ascoltavo solo musica classica, e obbligavo i miei a sentire solo il terzo canale radio, anche all’ora di pranzo e di cena. E garantisco che avevo in mente qualcun altro quando ho costruito il personaggio di Isacco.
Sorvolo sulla televisione, che mi interessa sempre meno. La musica, invece, ha un ruolo centrale nella mia vita. Ho rinunciato a “farla” (a parte le sedute di registrazione con i “Commandmentz”, il duo di funk sperimentale in cui suono le tastiere), ma la ascolto e ci rifletto molto. Spesso la musica finisce in ciò che scrivo (curiosamente, non in “Nora”, ma è un’eccezione). Esploro da anni la musica del novecento: quella colta in particolare, ma anche il jazz meno accomodante e canonico. Dei maggiori conosco praticamente tutto: ora tocca ai minori, che riservano spesso piacevolissime sorprese, e, per amor di completezza, ai minimi.
15. Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Scrivere ancora, in piena libertà.
(Si tratta della conclusione dell'intervista rilasciata a Rossella Saluzzo, risalente agli inizi del 2008 e mai pubblicata)

mercoledì 6 agosto 2008

"Ostriche" - continuazione

UNA DONNA (nervosamente disinvolta o disinvoltamente nervosa) ... Ostriche! Che bello! Non ho mai mangiato ostriche! faccio io battendo le manine, sempre per fare la persona disinvolta. Come le cucinano? Ci vorrà molto? chiedo. E lui: Mica le cucinano. Le portano crude. Giuro che sono rimasta un pochino impressionata. Che razza di ristorante è se ti portano la roba cruda? Poi mi sono tranquillizzata pensando che molto probabilmente le avrebbero cotte lì davanti a noi, tipo flambé. Una roba molto chic. E lui parlava, parlava… E io dimenticavo le ostriche… Quell'uomo aveva una cultura sterminata, tipo bibliotecario, ma più sul grazioso. E aveva quella rara capacità di non farti sentire inferiore! E parlava, parlava di cose, di libri… E con quanta grazia muoveva le mani in aria, per spiegare i concetti. Ti parlava dei personaggi di un romanzo e te li gesticolava tutti, dal primo all'ultimo… Ero rapita… Me li faceva vivere davanti, a gesti. Ci stava guardando tutto il ristorante, tanto per dire. E io ero così fiera di essere uscita con un signore che sapeva essere così al centro dell'attenzione… Basta, ci portano le ostriche. Be', non so se sapete come sono fatte le ostriche. Intanto sono… enormi. Io pensavo a delle vongolette. Ma le ostriche sono dei bestioni. Roba che se un sub mette il dito tra una… come si chiamano? valve?… tra una valva e l'altra, deve passare il resto dei suoi giorni con l'ostrica attaccata. Che farà pure male. Poi, le… le valve sono proprio brutte da vedere. Comunque quelle non si mangiano, non so se lo sapete. Si mangia solo il dentro. La bestia, il mollusco, quello che fa le perle, sta dentro. Allora, ci arrivano questi due enormi vassoi pieni di ostriche semiaperte. Oh, bene, dice lui, ho proprio fame. Oh, se è per questo anch'io, faccio io. E allora perché non inizi? fa lui, a te l'onore della prima ostrica. Oh, no! rido io. Ma porta fortuna! insiste lui. Oh, sono già così sfacciatamente fortunata! rido io, molto disinvolta. Il fatto è che non sapevo come mangiare quei cosi. Aspettavo di vederlo fare al mio angelo. Voglio dire! Non ho ancora quarant'anni! È normalissimo che alla mia età una non sappia come si mangiano le ostriche! Non si può provare tutto nella vita! È scientificamente provato! Allora, allora, io aspetto che lui si convinca, e mangi la prima ostrica. Ti prego, fallo per me, gli sussurro, più sexy che posso. Lui si convince, e dice: okay, lo farò io. Che angelo! Per un istante ho pensato che ormai avrebbe fatto qualsiasi cosa per me, compreso mangiarsi l'ostrica con tanto di… di valve. Lo vedo prendere un mezzo limone. Interessante. Che ci farà con mezzo limone? Poi vedo che lo spreme dentro un'ostrica; ora, io, non so se si è capito, ma non ho ancora quarant'anni, e nemmeno trentanove, e non sono certo obbligata a sapere tutto. Ma ho avuto l'impressione, la netta impressione che il molluschetto lì dentro, dopo essere stato colpito dagli schizzi di limone, si muovesse. Voglio dire, non ho immaginato che fosse vivo, no. Ho pensato a un movimento dei nervi, tipo quando uno prende la zampa mozzata di un pollo e fa muovere i diti tirando i nervetti che spuntano dal… Perché mi guardate a quel modo? Non lo avete mai fatto, voi? Be', io sì, ma mica tutti i giorni.
("Ostriche", dai "Primi monologhi", 1995, tutti i diritti riservati; inserito nello spettacolo "L'amore è bello vicino a te", cfr. http://www.cristianavoglino.it/spettacoli/spettacoli_at/l)

"Le larve": un po' di rassegna stampa

"Commistioni inquietanti e amicizie pericolose"
La metafora evocata dal titolo si spezza subito, nella prima pagina del romanzo "Le larve" di Claudio Morandini (Pendragon editore, 227 pagine, 14 euro). Le larve sono quelle dei maggiolini, chiamati con il nome scientifico di melolontini, ma anche le persone che si insinuano, crescono nell'ombra nutrendosi della vita degli altri, per poi uscire allo scoperto e rosicchiare apertamente ciò che hanno già minato alla radice. La scelta stilistica dell'aostano Morandini, a 48 anni al suo secondo romanzo dopo "Nora e le ombre", richiama prose celebri ma senza tentare di imitarle: c'è la presenza inquietante del nonno/padre con abitudini da licantropo, il presunto vero padre frequenta amicizie pericolose e l'amico è vampiresco nel mescolarsi al protagonista in un inquietante scambio di identità, mentre le presenze femminili muovono l'immaginario pur sembrando passivi oggetti di desiderio. Larve, sanguisughe, vermi si nascondono nell'acqua putrida o nella terra grassa, vengono scavati dal protagonista, seviziati dall'amico Saverio, presenza ingenua che si carica senza volere di colpe non sue. L'unico immune da questa follia collettiva, che si consuma nel palazzo della ricca famiglia, è l'ultimo nato, l'unico che sia con certezza figlio dei propri genitori.
(Elena Meynet, nella rubrica "Editoria" sulle pagine de "La Stampa" di martedì 15 luglio 2008)


*** *** ***

Un romanzo denso, al confine tra realtà e sogno, in cui s'intersecano vari generi ed echi letterari: da Landolfi a Géza Csàth, dalla narrativa d'appendice ottocentesca al romanzo gotico, a Hoffmann e Gotthelf, dalla saga familiare a un racconto di fantasmi. Una vicenda giocata tra passato e presente, l'ingombrante figura di un nonno tirannico, minaccioso anche da morto, una tetra tenuta tra campagne, boschi, fiumi melmosi e paludi, un io-narrante e il suo doppio, un omicidio, Lucifero, serve-amanti e un bambino dal candore disarmante. Un romanzo legato alla terra che si nutre di pulsioni primitive e di personaggi che strisciano come ombre inquiete e inquietanti. Le pagine stesse sembrano pulsare sotto le mani del lettore che rimane anch'esso, come il protagonista, incatenato e affascinato dai meccanismi del male pur provandone disgusto e ribrezzo, ma senza riuscire a distaccarsene. È una scrittura colma, traboccante e precisa, sintatticamente complessa, che indaga gli anfratti dell'essere e del caos. Il risultato, come dice l'autore stesso, è "un romanzo oscillante, sovraccarico, volutamente vago nei riferimenti storici e geografici, che sembra, più che l'affresco di una società, quello di una mente, e che può far pensar anche, a momenti, all'esemplificazione di una teoria sulle passioni e sugli istinti".
(Stefania Celesia nella rubrica "Fruscio di pagine – Novità e curiosità in libreria" sulla Gazzetta Matin di lunedì 14 luglio 2008)

Citazioni in esergo - seconda parte

Più laboriosa è stata la ricerca per “Le larve”: volevo che tre dei leit motiv (nel senso proprio wagneriano del termine) che innervano il secondo romanzo avessero un loro riferimento, e che fosse un riferimento lontano dalla letteratura gotica, o di genere, per suggerire che si tratta di un romanzo irrorato sì di suggestioni compatibili con il gothic novel, ma che in sostanza finge di essere gotico. La prima citazione,
“ She never told her love,
But let concealment, like a worm i’the bud,
Feed on her damask cheek”
è stata la più facile. Avevo già notato l’avventuroso concetto di Shakespeare all’inizio di “Con un ascensore nel cuore” di Valentina Pirovano, dove suggeriva un tono sopra le righe che il romanzo avrebbe esplicato nell’ambito del rosa brillante: a me quei versi, che preferivo nell’originale, sembravano perfetti per sottolineare l’amour fou, corrosivo, distruttivo, e recuperare allo stesso tempo il tema dell’insetto, bruco o verme, e intrecciarlo da subito con il primo, la passione devastatrice, che il mio romanzo avrebbe praticato attraverso altre vie, sviluppando altri legami simbolici.
Il tema del conflitto padre-figlio (conflitto di potere, innanzitutto) mi ha spinto dapprima a rovistare tra i versi della “Teogonia” di Esiodo, là dove si racconta l’evirazione di Urano ad opera di Crono. Scartata da subito l’idea di citare l’originale greco, che mi sapeva di supponente, e varie traduzioni che non mi sembravano confacenti, ho ripiegato sul compassato rifacimento di Poliziano, che ha il pregio della reticenza sui dettagli più crudi presenti nel testo originale:
“… e colla falce adunca sembra
tagliar del padre le feconde membra”.
Il tema del doppio, infine, così connaturato al fantastico, e alla letteratura gotica, così praticato anche in seguito e in tutti i modi, fino all’abuso, lo ammetto, al luogo comune, alla deriva citazionistica, mi ha fatto scartabellare più degli altri: ma nessun autore, anche degnissimo e altissimo capitatomi tra le mani, ha saputo concentrare in poche parole l’angoscioso stupore, la vertigine metafisica di quella famosa frase dal “William Wilson” di Poe, “... and his singular whisper, it grew the very echo of my own”, in corsivo già nell’originale, che rimasi indeciso se presentare nella preziosa traduzione di Manganelli. Quella di Poe è stata una scelta più inevitabile che ovvia: perché rassegnarsi a citare un epigono magari sussiegoso o approssimativo, quando una fonte così classica sapeva esprimere in forma tanto precisa e definitiva quello che mi serviva?
(All’inizio dell’inedito “Folco”, la cui stesura precede “Nora”, e che mescola body art, adolescenze lacerate, giochi di coppie e creature malinconicamente lovecraftiane, la citazione in esergo è tratta dallo “Stefanino” di Palazzeschi: “Si può sapere un mostro che cos’è?”. A volte penso che sarebbe il caso di pubblicare il romanzo solo per la strana bellezza di questa citazione).

martedì 5 agosto 2008

Citazioni in esergo - prima parte

È una dolce fatica, un prolungare il piacere della scrittura, alla fine della stesura di un romanzo, e prima della pubblicazione, scartabellare libri altrui alla ricerca delle citazioni illustri da inserire in esergo; ed è anche un ripercorrere i sentieri della memoria, un ritrovare fili che si credevano perduti, in cerca di quegli autori, quelle opere o quelle singole frasi, o parole, che hanno lavorato dentro di noi, negli anni, spesso senza che n conservassimo la coscienza. Opere, autori, parole che ci sono cari, e che ci suggeriscono, dalla lontananza della loro classicità, uno stile, un tono, un clima; e a cui non è brutto rimandare, anzi nobilita, colora di echi, di affetti perfino.
Con “Nora e le ombre” era accaduto un fatto singolare, mai più ripetuto: neanche fossi il Sant’Agostino che nelle “Confessioni” racconta della vocetta misteriosa che canticchia “Tolle, lege, tolle, lege”, e gli fa pigliare le Lettere di San Paolo, e lui le apre, e trova la frase definitiva, incontrovertibile, che consegna definitivamente alla fede – io, preso tra le mani “Les tragiques” di Agrippa d’Aubigné, e apertolo a caso, mi sono imbattuto subito nel distico perfetto:
"Comme un nageur venant du profond de son plonge,
Tous sortent de la mort comme l'on sort d'un songe ".
Dentro a questi due eleganti alessandrini, pensosi, lenti, circospetti, ho trovato da subito un riferimento ideale, proprio perché non troppo esplicito, non troppo calzante, alla condizione delle ombre del mio romanzo (in particolare della parte ottocentesca). Ma c’è dell’altro, in quei versi, che riverbera, che crea un’attesa di non si sa cosa, che prepara ad emozioni ancora senza nome: Agrippa d’Aubigné vi gioca con lo sfumare tra realtà e sogno, oltre che tra vita e morte; evoca una condizione ineluttabile, universale, e insieme individuale; dal punto di vista retorico incastra una similitudine in un’altra, con un doppio “comme” che richiama complessità, e tradisce lo sforzo del linguaggio nell’esprimere un concetto sfuggente.
Non era l’unica citazione in esergo: in un primo tempo, era presente un altro distico di fra Bartolomeo da Salustio,
“Dal più profondo abisso io grido e chiamo
Dio, che mi ha creato, ed ei si tace”,
poi scartato, per quanto suggestivo, perché troppo trasparente nel delineare il silenzio di Dio, lo stato di peccato, la preghiera che è grido disperato – delle ombre, prigioniere di una condizione paradossale, ma anche di Nora.
Avevo scovato anche una citazione dal libretto in tedesco che Krzysztof Penderecki aveva tratto nel 1968 per il suo “Die Teufel Von Loudun” dal libro di Aldous Huxley: è una frase di Padre Barré, l’accanito esorcista: “Die Kirche muss mit der Zeit gehen”, che però in tedesco mi suonava come un arzigogolo snobistico, e in italiano perdeva buona parte del suo interesse, anche se avrebbe preparato magnificamente alla figura di padre Carbone.
A un’altra massima, che mi tengo in tasca da una vita e che vorrei usare da sempre, ho rinunciato subito dopo: sono i versi di Montale
“La vita oscilla
tra il sublime e l'immondo
con qualche propensione
per il secondo”.
Si tratta di versi splendidi, ironicamente solenni, o solennemente ironici, ma troppo esemplari e programmatici, e citatissimi. Era una tesi troppo forte e netta, e avrebbe fatto sembrare il romanzo una dimostrazione impacciata e senz’altro inadeguata.

A proposito di "Nora e le ombre" - un'intervista mancata, seconda parte

5. Riflessioni sui valori della donna e dell’uomo del XXI secolo.
Come ho appena detto, “Nora e le ombre” non è un romanzo a tesi: è la storia di una deriva (una), osservata con distacco, ironia ma anche un po’ di pietà. Non ho voluto usare il romanzo per suggerire una mia personale riflessione su un tema così vasto come quello che lei propone. Preferisco suscitare dubbi e lasciare a metà enigmi (in un’epoca troppo piena di certezze granitiche, qualcuno dovrà pur farlo, no?).
Però, se proprio devo stare al gioco, potrei rispondere – con qualche incertezza – che i valori di cui sento il bisogno non sono assoluti, ma relativi, e fanno riferimento a una sfera puramente umana. La solidarietà, certo, il rispetto, la discrezione, la curiosità (intellettuale prima di tutto), la “humanitas” dei latini. Cose così.
6. Sta scrivendo un altro libro?
Sto raccogliendo materiale per un romanzo picaresco popolato di personaggi inquieti in viaggio non so per dove. Per ora non saprei altro. Ma si tratta di un libro successivo agli altri due, ormai compiuti, che ho scritto dopo “Nora”, e che conto di veder pubblicati nei prossimi anni.
7. Quali sono i suoi scrittori preferiti?
Alla rinfusa, e con la consapevolezza che ne rimarranno fuori alcuni che mi spiacerà non aver citato: Pinter, Landolfi, Palazzeschi, Pavese, Tozzi, Swift, certe cose di Poe. Il mio stile di scrittura si è nutrito tra le pagine di questi scrittori. Ho scoperto da poco sintonie di temi e sguardo con Csàth e Sologub.
8. Quale genere di libri ama leggere?
Amo la narrativa che non sia intrappolata in un genere. Talvolta mi concedo la lettura di saggi su musica, letteratura, arte. Ma non sono un lettore sistematico: affronto la lettura di quattro, cinque libri alla volta, e mi ci perdo per settimane.
9. Quando e perché ha iniziato a scrivere per la prima volta?
Mi viene facile raccontare storie, sviluppare situazioni e scavare nell’animo di personaggi. Per anni l’ho fatto in radiocommedie prodotte dalla RAI della Valle d’Aosta, in condizioni quasi sempre di grande libertà espressiva. Lavoravo con un ristretto numero di attori e con vincoli di tempo e di budget che hanno affinato la mia capacità di sviluppare i caratteri attraverso i dialoghi e condizionano ancora adesso l’impostazione di molte scene di impianto quasi teatrale. Sono passato alla narrativa relativamente tardi, quando gli spazi destinati alla fiction all’interno della RAI si sono ridotti: solo allora ho deciso di trasferire nella forma vasta del romanzo la mia voglia di raccontare storie. “Nora” è il mio primo romanzo pubblicato, ma il quarto di quelli che ho scritto. Non escludo di poter recuperare anche i precedenti, su cui continuo a tornare con revisioni e aggiustamenti.
(...)
10. In quale momento della giornata preferisce scrivere?
La mattina presto è un buon momento: certi spunti venuti in mente di notte aspettano solo di essere messi per iscritto. Quella della mattina è una scrittura veloce, facile. Ma anche la sera, il pomeriggio… In quei momenti, la scrittura si fa più lenta, meditata. Le lunghe giornate d’estate si prestano tutte, per intero. Amo anche i viaggi in treno e le attese in aeroporto, per la scrittura. O per la riscrittura: per me è quasi più importante la rielaborazione di quanto ho già scritto. È un’operazione necessaria, puntigliosa, che non smetterei mai di fare e che non vivo con sofferenza.
(Si tratta della continuazione dell'intervista rilasciata a Rossella Saluzzo, risalente agli inizi del 2008 e mai pubblicata)

lunedì 4 agosto 2008

"Le larve": il booktrailer

Ecco il booktrailer, realizzato da Riccardo Mantelli e da me, per l'uscita del mio romanzo "Le larve".

"Le larve": un po' di rassegna stampa

Mai copertina fu più azzeccata, anche se potrebbe inquietare, non piacere. Dalla terra emergono volti femminilie maschili con espressioni differenti - severità, furbizia, cattiveria, stupore, sorriso sornione - simili a larve, a insetti che sbucano dalla superficie smossa, trascinandosi dietro tutti i loro segreti, i loro misteri, le bugie, le malefatte, gli intrighi e i lati in ombra. Il secondo romanzo di Claudio Morandini tratta proprio questi temi. L'autore si addentra in una saga familiare legata alla coltivazione della terra, ai possedimenti, ai raccolti, ad un'intera generazione di agricoltori e operai che hanno sopportato strenuamente i comandi di un padrone severo e crudele, una figura ancora capace di intimorire, seminando panico, con la sola forza del ricordo. Notevole lo stile di Morandini, ricco il linguaggio, intimo lo stile, forti le immagini che emergono prepotenti, intensa e viva la prosa. Sembra l'opera (e probabilmente lo è in tutti i sensi) di uno scrittore maturo, che stringe tra le mani le armi del mestiere con sicurezza, e che naviga in tranquillità anche tra le rapide. Una sorpresa, molto più che piacevole, per gli amanti dei romanzi a tinte fosche dove storia, giallo e passione si intrecciano perfettamente.

*** *** ***

Dopo "Nora e le ombre" Claudio Morandini ritorna in libreria con un nuovo romanzo che conferma le sue capacità di narratore e ribadisce la sua inclinazione per il mistero e la rappresentazione del male. Le letture di Hoffmann e di Poe non sono passate invano per questo scrittore raffinato che nel nuovo libro, "Le larve" edito da Pendragon, esplora il sottosuolo. Ma non è il "sottosuolo dell'anima" dell'uomo di Dostojevski: è davvero la terra - umida, grassa - dove riposano le larve di insetti che dopo avere divorato i raccolti dalla parte delle radici, escono per una breve stagione a distruggerli anche dalle parte delle foglie, deporre le uova e morire. Ben più tormentata è la vita delle larve umane che gravitano intorno alla casa e ai suoi profondissimi sotterranei. C'è un capostipite che ha frequentato tutte le infamie, c'è il protagonista che cresce per assomigliargli, c'è un doppio metà sicario metà capro espiatorio, c'è una donna che impazzisce per amore, c'è un ciarlatano che forse è un vero santone, c'è un padre che per essere cattivo come non riesce a essere si circonda di amicizie pericolose, c'è un bambino che fa svanire le paure guardandole fisse e scoprendo di che cosa sono fatte. Claudio Morandini con "le Larve" ha scritto il romanzo di formazione di un licantropo. Il destino del protagonista resta aperto: tra l'uscita dal labirinto della paura per mano a una moglie normale e a un figlio assennato e il richiamo oscuro di un antico ritratto o di quello che ne resta.
(Giulio Cappa nel servizio televisivo andato in onda il 2 luglio 2008 sul TG3 Valle d'Aosta)

*** ***

In un grandioso palazzo sperduto tra oscuri boschi e paludi nebbiose dimora un'agiata famiglia che deve tutte le proprie ricchezze al loro patriarca ormai defunto, un uomo meschino e arrogante che fece della malvagità il proprio credo. Anche a distanza di anni dalla morte del vecchio "nonno" il suo potere e la sua fama continuano ad influenzare la vita di figli e nipoti. Tradimenti, misteri, tresche amorose, incesti e perfino omicidi... non manca nulla in questa malsana comunità.Mai una saga famigliare era stata così appassionante come quella narrata in "Le larve", un piccolo capolavoro creato dal talentuoso Claudio Morandini. Una prosa elegante e raffinata, quasi barocca, accompagna il lettore in una storia avvincente che strizza l'occhio al gotico, al grottesco, al noir, ma anche alla commedia. Un libro arguto, scritto con grande intelligenza, che meriterebbe, senza esagerare, una diffusione planetaria! Da leggere assolutamente.Voto: 9

(Alessandro Balestra, su www.scheletri.com)

"Le larve": una pagina dal cap. Cinque

«Come sta?» domandavo alla cuoca intendendo la figlia, ogni tanto, per placare l’affanno – e a voce bassa, perché non mi sentisse il nonno dal suo mondo di ombre.
«Abbastanza bene, signorino, abbastanza bene, grazie per l’interessamento» rispondeva lei, ma con una voce di poco meno condiscendente del dovuto. Forse sapeva dei nostri amori, sospettava che io fossi il responsabile – il maggiore, l’unico – dello stato della figlia, e, nell’impossibilità di urlarmelo in faccia, graduava appena il tono di voce, in modo che capissi lo stesso.
«Ah» dicevo io, circospetto. «Meglio così». E poi, azzardando: «Se posso fare qualcosa per lei…».
«Oh, lei ha già fatto tanto!» si affrettava ad aggiungere, con un largo sorriso di riconoscenza forse artefatta, prima di tornare ai fornelli.
I domestici si recavano a far visita, a turno, ad Aldina, per consolarla, tenerla allegra o almeno vigilare che non si ammazzasse. Osservavo di nascosto il viavai di gente della cucina, cameriere, giardinieri, donne di fatica. Si trattenevano presso il capezzale, dicevano quanto avevano da dire – qualche argomento rimuginato a lungo prima della visita, qualche pettegolezzo che non avesse attinenza però con altri casi di passioni infelici. Scoraggiati dai sospiri lamentosi della malata, sconcertati dalle sue smanie, battevano in ritirata dopo pochi minuti – alcuni anche in lacrime – e la abbandonavano urlante – a volte facendosi il segno della croce.
«Sta abbastanza bene, grazie signorino» mi ripeteva la madre. La chiave per interpretare la risposta era tutta in quell’”abbastanza”, che mascherava, ma non del tutto, l’accezione contraria, il più possibile negativa. Che fosse preoccupata, lo rivelavano certe portate che giungevano in tavola, d’una mediocrità insolita.
La notte, Aldina, prosciugata dalle pene di una passione non più corrisposta, si faceva di pura aria, attraversava le pareti e le porte chiuse, si insinuava negli interstizi dei muri, viaggiava lungo ponti sonori che collegavano i luoghi più remoti di tutto il palazzo come stanze contigue, e scendeva fino a me. Mi pareva che Aldina stessa fosse penetrata nella mia stanza e, appostatasi ai piedi del mio letto, mi apostrofasse cantilenante.
A volte, ingannato nel dormiveglia dall’effetto sonoro, mi rivolgevo a lei come se fosse presente. «Perché mi tormenti così?» le bisbigliavo allora, melodrammatico.
Lei tratteneva il fiato per un attimo, come a farmi intendere che la vera tormentata, tra i due, era sempre lei.
«Che ti aspettavi? Che ti sposassi? Che ti portassi alle feste e ti presentassi agli amici?» proseguivo, nel tentativo di giustificarmi. «Capirai, una servetta… Perdona, ma nessuno avrebbe capito».
Un prolungato sospiro, via via più simile a un rantolo aggressivo.
«E poi» improvvisavo, «scusa, ma chi poteva immaginare che l’avresti presa così male? Se lo avessi saputo… Ma tu parlavi così poco… Io non credevo di farti tanto male… Mi sarei comportato in maniera diversa, se avessi sospettato che… Cioè: ti avrei spiegato, ti avrei dimostrato l’impossibilità di continuare… E tu forse avresti compreso, perché sei tutto sommato una ragazza intelligente…».
Riprendevano i gemiti, lancinanti come urla di rapaci notturni.
«Santo Dio, un po’ di comprensione! Accade a tutti di sbagliare parole, no? Il mondo è colmo di uomini e donne che sono stati lasciati, anche di malo modo, da qualcuno, ma quanti credi che reagiscano come te? Le persone si fanno animo, si asciugano le lacrime e vanno avanti, perché la vita è breve, e non è bello né giusto sprecarla in pianti!».
Boccheggiavo ormai, a corto di argomenti. Lei singhiozzava, inarrestabile, meccanica.
«Le differenze sociali» riprendevo dopo un poco, «ti chiedo solo di considerare questo. Va bene, abitiamo sotto lo stesso tetto, ma mica siamo sposati: e non potremmo esserlo, perché mio padre mi ucciderebbe, se pensasse che miro a prendere in moglie una sottoposta. Dal suo punto di vista, con le serve si amoreggia, e va bene, ma certo non ci si sposa. Sarai d’accordo anche tu, spero. Mi dispiace, mi duole davvero tantissimo che tu abbia frainteso, e che abbia interpretato il mio interesse nei tuoi riguardi come amore. Ti chiedo perdono, ancora. Non credi che questo sia sufficiente?».
(da "Le larve", edizioni Pendragon, Bologna, 2008, per gentile concessione dell'editore)

"Nora e le ombre": una pagina dal cap. 4

La forma minacciosa aggredisce Aurora altre quattro volte, durante la settimana successiva al loro primo incontro. Ormai la fanciulla rientra nella sua camera, dopo le non frequenti uscite, con un timore ansioso che i visitatori precedenti non hanno mai saputo suscitare. Questi, in effetti, si tengono in disparte, negli angoli più bui della stanza, dove ronzano a gruppetti e pare che tremino; la contessina scrive: "Ho l'impressione che essi temano per me, ma che non osino o non sappiano aiutarmi".
Gli assalti del nuovo visitatore colpiscono d'improvviso, alle spalle, mentre la contessina accoccolata sull'inginocchiatoio prega per i suoi cari. "Per me!" urla allora la forma, percotendo Aurora sulla nuca, "prega per me!"
La fanciulla si presta subito, con una disponibilità di tale dolcezza che la stessa creatura tormentata, al quinto incontro, pare finalmente toccata, e si limita a urlare con la sua voce strozzata e ad agitare le braccia vicino al volto di lei, sfiorandola soltanto. "Prega per me" continua a dire, e pare il lamento arrochito di un uomo che implora acqua in un deserto.
La sua stessa immagine, dopo quella settimana di preghiere forzate, appare più limpida, distinta nei contorni, e questi più umani nel loro insieme. Sempre più spesso balugina, nel grigiume della sagoma, un volto, dai lineamenti virili e adulti: gli occhi, quando lampeggiano, rivelano uno spirito di una profonda, torbida tristezza.
"Prega per me" crepita la voce. Addirittura, Aurora crede una notte di vedere abbozzare una specie di pallido sorriso, su quel taglio infuocato che corrisponde alle fauci.
Il nuovo atteggiamento del visitatore non rende però meno faticose le notti di preghiera; meno aspre e dolorose forse, ma certo non più piacevoli. I rosari si susseguono l'uno all'altro per ore, e Aurora è tenuta ad impostare un tono di voce uniformemente alto e solenne, mentre il visitatore incombe su di lei, ansioso che a una preghiera succeda subito un'altra.
"Non riuscirò dunque mai a saziarvi?" azzarda la fanciulla una volta, quando già i primi chiarori dell'alba colmano la camera di un'aria grigia.
"Brucio" risponde soltanto l'altro, prima di scivolare via, placato per un po' ma di certo non ancora sazio.
"Chi siete?" osa chiedere lei un'altra volta, alla fine di un ciclo di orazioni.
L'altro sembra osservarla sconcertato: alza un braccio, pronto a colpire la curiosa: poi lo abbassa con un gesto lento e teatrale. Poi sospira.
"Non chiedere. Prega".
"Se sapessi chi siete e come vi chiamate, sarebbe più facile per me…"
"Quello che ero non ti riguarda. Quello che sono, nemmeno io lo so".
Aurora sente che quelle rade parole gli costano fatica e sofferenza, superiore a quella che lei stessa prova in quelle nottate insonni. Ma trova il coraggio di insistere.
"Perché non pregate con me?"
"Non posso".
"Perché non potete?"
"Vi sono parole che non mi è concesso dire".
"Perché?"
Silenzio. La mano oscura si leva ancora e si riabbassa, inerte.
"Sono parole sacre? Nomi di santi, il nome dell'Altissimo?"
"Solo tu puoi dirle" ribadisce quello dopo una lunga pausa.
"Se le pronuncio io, invece, voi ne ricavate giovamento, è così?"
La forma annuisce, incurvata dal peso di quegli estenuati minuti privi di preghiere.
"Ma perché io? Perché solo io?" vorrebbe domandare Aurora, prima di rendersi conto che riprendere le orazioni è vitale per la forma che, non più aggressiva, si sta sgonfiando come un otre forato, spargendosi al suolo.
La volta successiva, l'ombra si presenta ricoperta da uno strato vischioso di melma e di filamenti, come se fosse appena emersa da una palude infetta, di quelle che, al di là dei campi, costeggiano le abitazioni dei contadini. Mostra fretta e paura, quando dice: "Prega, ora, prega subito. Non chiedere. Prega".
Per alcune ore Aurora ubbidisce, con voce più ispirata del solito, nella speranza che il tono declamatorio influisca benignamente sulle condizioni del visitatore.
All'alba, quando riapre gli occhi che ha socchiuso per concentrarsi meglio sul significato delle parole, scopre che il visitatore si è accasciato accanto a lei: o meglio, si è inginocchiato, prendendo una postura curiosamente contorta, che per un essere umano sarebbe impossibile.
"State pregando con me?" sussurra Aurora.
"Vi ascolto" ringhia lui.
"E ciò vi è sufficiente?"
"No, se continuate a interrompervi".
"Non siete un diavolo, vero?"
L'altro, senza rispondere, è scosso da un forte brivido.
"Non siete un diavolo se mi costringete a pregare".
"Non parlatemi, vi prego".
"Sareste il diavolo se mi forzaste a bestemmiare Dio, è esatto?"
"Basta! Limitati a pregare!" sbotta la forma, inarcandosi. Per un istante Aurora teme che possa levarsi per colpirla, ma l'ombra a poco a poco si ricurva.
"Non immaginate quanto dolore mi costi parlarvi" dice poi, più calmo.
"Eppure…"
"Stiamo perdendo tempo. Ricominciamo".
"È l'alba".
"Non ancora".
"Il tempo" azzarda Aurora, con intento provocatorio, "è una durata fittizia. È quella che percorre la vita di noi uomini. Il vero tempo è l'eternità. Voi venite dall'eternità?"
"Io sono ancora nel tempo. Ora, se non vi dispiace…"
"I regni dell'aldilà fluttuano nell'eternità".
"Non tutti. Non il mio".


(dal cap. 4 di "Nora e le ombre", Palomar, Bari, 2006, per gentile concessione dell'editore)

domenica 3 agosto 2008

A proposito di "Nora e le ombre" - un'intervista mancata, prima parte

1. Nel suo romanzo "Nora e le ombre" si parla di religione. Qual è il suo rapporto con la religione cattolica o con le altre religioni?
Qualcosa ancora mi affascina del cattolicesimo (nella ritualità, probabilmente, e nella sottigliezza retorica di certe riflessioni dottrinali), ma sento ormai tutta la distanza rispetto a quel mondo e a quei valori. In generale, mi pare che la religione riesca ancora a soddisfare certi bisogni spirituali di molti, ma che sia scollata dalla realtà in cui viviamo – l’unica realtà di cui possiamo essere sufficientemente certi.
Nora è un’insegnante di religione piena di dubbi sulla sua professione, sulla fede, su se stessa in quanto moglie e madre, su Dio; la sua indagine sul miracoloso potere di intercessione di Aurora, la fanciulla dell’ottocento che pregava per le anime del Purgatorio, invece di aiutarla a sciogliere i suoi dubbi glieli rende ancora più forti. Aurora e le ombre in effetti danno vita a un crudele paradosso: sono tutte creature abbandonate da un Dio assente o distratto a una deriva di cui non si intravede la fine o il senso. Per alcuni lettori di fede, comunque, l’etica del sacrificio di Aurora, portata all’estremo, è risultata meno disturbante del fondo di scetticismo con cui si dà conto dei dubbi di Nora. Per me è stata una sorpresa.
In definitiva, oggi mi sento serenamente pessimista e giudiziosamente scettico, soprattutto se sono di buon umore.
2. "Nora e le ombre" è un romanzo autobiografico?
Direi di no. Solo alcuni ricordi d’infanzia di Nora sono miei, alcuni pensieri. Per il resto è invenzione o rielaborazione di vicende che non ho vissuto e a cui ho assistito di lontano. Nemmeno l’ambiente scolastico che ho descritto assomiglia a quello in cui lavoro. E conosco molto adolescenti introversi e tormentati, ma nessuno così cupamente irrisolto come Isacco, per fortuna. La mia vita coniugale non assomiglia per niente a quella di Nora. Ho voluto insomma misurarmi con personaggi che non mi assomigliavano, ho cercato il distacco con la materia che andavo narrando.
Di mio, lo ammetto, c’è lo sguardo ironico, il timbro di voce del narratore. E una certa propensione a indugiare in dettagli – come dire – inappropriati della vita.
3. Cosa rappresentano per lei le ombre?
Le ombre del titolo sono prima di tutto quelle che tormentano Aurora e la forzano a pregare. Sono creature egoiste, sempre più crudeli, profondamente assurde (mi verrebbe da dire “incongrue”, se non fosse che mi sono ripromesso di usare il meno possibile questa parola, visto che mi viene così spontanea). Ma le ombre sono anche le zone oscure della vita di Nora e di ogni altra figura del romanzo. Sono i personaggi farseschi e infantili, soprattutto maschili, che si agitano attorno a Nora. Le ombre rimandano anche al lento, crepuscolare digradare verso il peggio. Nel titolo, le presenze che ossessionano l’una e l’altra sono unite: è un invito a trovare un filo, per quanto sottile, tra le due storie.
4. Secondo lei come è cambiata la famiglia oggi?
Non rimpiango le famiglie di una volta, dai ruoli irrigiditi, dominate dal senso del dovere, da un’idea soffocante di rispettabilità, da una visione gerarchica dei rapporti. Quanto all’oggi, mi limito ad osservare il cambiamento in mille direzioni della famiglia. È una varietà che mi piace. In “Nora” racconto sì lo sfilacciarsi dei rapporti tra marito, moglie, figlio (e, già che ci siamo, amante della moglie), le incomprensioni, il crescere di rancori sordi. È un naufragio che amplifica quello di ogni singolo familiare (e, a pensarci bene, di molti altri personaggi), ma che non corrisponde a una mia tesi sulla fine della famiglia-tipo. È la famiglia di Nora a sfaldarsi. Su tutte le altre non mi pronuncio.
(Si tratta di un'intervista rilasciata a Rossella Saluzzo, risalente agli inizi del 2008 e mai pubblicata)

"Ostriche": la prima pagina

UNA DONNA (nervosamente disinvolta o disinvoltamente nervosa) Ecco, io… io ci tenevo a quell'appuntamento. A far bella figura, a piacere. Voglio dire, non ho ancora quarant'anni, avrò pure diritto a dire di sì a un uomo che mi chiede con molta gentilezza di uscire a cena con lui in un localino molto carino che… Mi piaceva quell'uomo? Era il tipo capace di citare almeno dieci titoli di libri di successo con tanto di numero di pagine. Per me, una garanzia di interessi culturali. Ho sempre apprezzato queste cose. Poi, un modello. Voglio dire, un fotomodello, impeccabile nell'indossare un vestito. Però anche con lo sguardo intelligente. Con i calzini giusti. Con i denti dritti. La fossetta nel mento. Altre due fossette ai lati della bocca. Fossette dappertutto, insomma. E non avrei dovuto accettare di uscire con lui? Voglio dire, non ho ancora quarant'anni! Quando mi guardo allo specchio… be', oddìo, non lo faccio così spesso… ogni tanto… quando mi guardo allo specchio… nuda, sì, perché? Chi non lo fa? Giusto chi ha qualcosa da nascondere, tipo pance prominenti, cicatrici di operazioni, che ne so? Io per fortuna sono un grissino. Ecco, quando mi guardo nuda allo specchio, a casa mia voglio dire, mica nelle vetrine dei negozi, e chi non lo fa? Giusto i deformi, i lebbrosi. Io per fortuna non ho più neanche i brufoli… Allora, quando sto davanti a uno specchio nuda mi dico: be', ragazza mia, perché non ci dai dentro un po' di più con questo corpicino? Questo mi dico. Non che sia una gran frase. Ma al mio corpo so io cosa gli piace sentirsi dire. Cose così. E allora, allora, non dovrei uscire con quell'uomo? Al ristorante mi ha portato, mica in un cinema porno. Un ristorante semplice ma raffinato, pieno di cosine dappertutto, tipo marmotte e draghi cinesi. Il cameriere: un tipo così gentile! Ma che me ne importava? Davanti a me c'era lui, seduto in posizione impeccabilmente eretta, non un ricciolo fuori posto, e tutte quelle fossette! Le mani incrociate con molta eleganza… i gomiti mica appoggiati alla tavola, no, non sia mai! Sollevati di circa cinque millimetri! Era così perfetto! Voglio dire, non ho ancora quarant'anni! Voglio dire, nemmeno trentanove. E allora ero lì, davanti a quell'angelo, e pensavo, pensavo… Pensavo disperatamente a cosa potevo dire! Di carino, di spiritoso. Non troppo, che lui magari pensava che ero una che poi subito dopo ci stava… Che in effetti non sapevo ancora cosa sarebbe successo. Voglio dire… No, non voglio dire che non ho ancora quarant'anni. Voglio dire che io faccio quel che mi piace fare, perché non devo rendere conto a nessuno. Sono una donna libera, io. Terribilmente libera, purtroppo… E lui era lì, che parlava, parlava… Di tutto, e così bene… Lo faceva per impressionarmi, me ne rendevo conto. Eppure ci cascavo! Era così bello, così arguto quel che diceva, così interessante, così… commovente. Commovente è la parola giusta. Avevo quasi le lacrime agli occhi. Gliel'ho anche detto, che lo trovavo commovente. Ma lui ha fatto una faccia strana, e si è bloccato. Eppure raccontava così bene quella storiella di quel tal comico ebreo! Lo adoravo, anche in quel momento di imbarazzo. Perché lo turbavo, era evidente… Voglio dire, non sarò Miss Universo, ma in compenso nemmeno un fenomeno da baraccone tipo donna barbuta. Una via di mezzo, ecco cosa sono. Più verso Miss Universo, comunque. Spero. Eh, eh… E cosa ordiniamo allora? fa lui guardando il cameriere che era lì ad aspettare da un'ora. Non saprei, faccio io con il tono più disinvolto che conosco. Veda un po' lei… cioè, tu, faccio. Mi sentivo così disinvolta… E lui, dopo averci pensato su in un modo così carino che ancora un po' e mi scioglievo di tenerezza sulla sedia, fa: Ostriche...
("Ostriche", dai "Primi monologhi", 1995, tutti i diritti riservati; inserito nello spettacolo "L'amore è bello vicino a te", cfr. http://www.cristianavoglino.it/spettacoli/spettacoli_at/l)

"Nora e le ombre": una pagina dal cap. 2

"A che cosa pensi?" le borbottò una voce alle spalle. Era lui.
"Ah, sei tu? Mi hai spaventata".
"Temevo che non arrivassi più".
"Stavo per rinunciare, infatti".
Lui la fissò negli occhi, con l'espressione più intensa che gli riuscì, e le prese le braccia per avvicinarla a sé e baciarla. Nora oppose solo un po' di resistenza, poi, nell'accostarsi al petto di lui fino al contatto, per meglio riceverne il bacio si porse sulla punta dei piedi, e se ne restò così, bocca contro bocca, come farebbe una adolescente romantica che ha un ragazzo troppo alto per lei. Gli effluvi alcolici intrecciati dell'acqua di colonia e del dopobarba di marca le penetrarono nelle narici e quasi la inebriarono. Vergognandosi tra sé di quella sensazione di un dannunzianesimo vieto, lei ne aspirò una sorsata, con avidità colpevole. Era così diverso dall'odore, non cattivo, ma usuale, e sempre un po' stantio, che emanava suo marito…
"È bello rivederti. Tutte queste settimane senza poterti nemmeno parlare…" ansimò lui.
"Non dovremmo".
"Perché no? Questi incontri sono tra le poche cose che riescono a rendermi felice".
"È male".
"È male essere felici?"
"Lo è se lo facciamo per nostro personale egoismo, ai danni di altri, di chi ci è più caro".
"A chi ti riferisci? A tuo marito?"
"E a tua moglie".
Lui le lasciò finalmente le braccia, che negli ultimi secondi aveva stretto troppo. Si guardò attorno, verso le chiome disordinate dei pioppi selvatici, e diede un lungo sospiro.
"Senti che odore…" disse, aspirandone a dismisura, come per prendere tempo.
"Odore di marcio" disse Nora, fissandosi la punta delle scarpe impolverate.
"Ascolta, Nora, amore: mia moglie non sa nulla, non sospetta nulla, e tuo marito, che è un brav'uomo, nutre in te ogni fiducia. Che vuoi di più? Loro non sanno, e sono felici. Noi siamo felici, ma per altri motivi che non diremo loro. Siamo tutti felici. Che c'è di male in questo?"
Nora si sedette su un sasso caduto dal muricciolo, come una drogata infiacchita dall'astinenza. "Tu" disse dopo qualche secondo, "tu credi davvero che si possa essere felici e colpevoli?"
"La questione è mal posta: siamo proprio colpevoli? E se lo siamo, chi non lo è? Chi è senza peccato…"
"Oh, per favore" sbottò lei, esasperata dall'ovvietà della citazione.
"Va bene, scusa. Ma credi che mia moglie o tuo marito non abbiano nulla da nasconderci? Non dico tradimenti, relazioni impegnative con sconosciuti, ma… altro, che ne so… Atti, gesti di cui si vergognano tanto da volersene dimenticare subito… Pensieri di una oscenità violenta che mai, mai un uomo o una donna sani potrebbero mettere in pratica… Momenti di debolezza, così umilianti che…"
"Mio marito non ha tempo per quello che tu dici!"
"Che ne sai, testolina, che ne sai? Che cosa ti racconta di quello che fa al lavoro, o quando sta solo?"
"L'essenziale".
"Appunto. Non ti riferirebbe mai il superfluo, che però è quello che…"
Nora si levò in piedi, reggendosi la schiena dolorante. Fissò l'uomo come se lo notasse per la prima volta.
"Io sono il superfluo per te?" chiese poi, scandendo bene le parole.
"Ma no, non ho detto questo…"
"Sono anch'io equiparabile a un atto innominabile, a un pensiero osceno? Sono questo?"
"Vedi che non stai attenta? Non mi hai capito, amore…"
Lui sudava, forse per il caldo, forse per lo sforzo di riparare al dilemma dialettico in cui si era impaniato senza avvedersene.
"Se questo che facciamo è osceno e umiliante, perché siamo qui?" insisteva lei, ritiratasi all'ombra di un rovo cresciuto tra gli interstizi del muro.
"No, no: ascolta: se gli altri si lasciano andare come ho detto prima - gli altri, bada bene -, non siamo tanto meno colpevoli noi, che non facciamo altro che trovarci assieme ogni tanto, ogni morte di papa, se mi permetti l'espressione?"
"E tu, tu ti lasci mai andare quando sei solo?"
"Come, prego?"
"Hai capito".
"Andiamo, Nora cara, sono un uomo pubblico… Devo rispondere a… ai miei elettori di ogni mio gesto, senza contare le parole… Come puoi credere che…"
La voce gli tremava, ormai. Desiderava per settimane intere quegli incontri, poi Nora glieli rovinava subito con i suoi sensi di colpa e li riduceva a battibecchi capziosi. La guardò sforzandosi di sorridere: se ne stava imbronciata come una bambina, o una vecchia rimbambita, e probabilmente aspettava che lui le porgesse le sue scuse. Pensò con agitazione crescente a una frase brillante e poco compromettente con cui rispondere e non rispondere insieme e così passare ad altro – una di quelle che gli permettevano di cavarsi d'impiccio alle riunioni di sezione del partito, o durante una delle rare interviste non concordate. Ma non gliene venne nessuna.

(dal cap. 2 di "Nora e le ombre", Palomar, Bari, 2006, per gentile concessione dell'editore)