giovedì 31 luglio 2008

"Le larve" - la prima pagina

Uscire dalla giovinezza e scoprirmi vecchio è stato come svegliarmi da un lungo sogno minaccioso.
L'incipit – del sogno – coincise con un'apparizione del nonno alla finestra della mia camera. È il mio primo ricordo, credo. Una notte, poco prima dell'alba – avrò avuto due, tre anni –, ancora inviluppato nelle coperte, apro gli occhi e sbircio tra le tende che danno sui grandi alberi del parco. Di solito, a quell'ora, agli ultimi canti degli uccelli notturni si sommano i primi dei passeri, dei fringuelli e dei merli, e quegli alberi brulicano di litigi, corteggiamenti, affanni e peana di piacere; ma stavolta dalle chiome nere giunge solo il silenzio assoluto – e forse è stato proprio questo silenzio inaspettato a svegliarmi.
C'è una figura immobile, fuori dalla finestra – ne distinguo la sagoma scura contro i primi chiarori lontani –, e guarda dentro, premendo la faccia sul vetro appannato dall'alito. Rimango immobile anch'io, per lunghi minuti, finché la mano di quell'uomo non si alza ad appoggiarsi al vetro, aperta, come per forzarlo con delicatezza. Mi appare subito come il gesto di un predatore paziente, e quando alcuni anni più tardi leggerò, in romanzi divorati di nascosto, di non-morti in attesa dietro a finestre chiuse, non potrò fare a meno di considerare che anch'io ho assistito a una scena analoga.
In qualche modo, basandomi su qualche dettaglio che ora non rammento più, ho quasi subito riconosciuto in quell'ombra la figura del nonno – il mio nonno paterno, il terribile patriarca. Ora posso anche immaginare che fosse proprio lui, al rientro da uno dei suoi vagabondaggi notturni, e che si fosse inerpicato fino alla mia camera – la stanza si affacciava al primo piano, e solo salendo per i rosai rampicanti che da quel lato rivestivano il palazzo, o levitando, si poteva giungere alle finestre – per vegliare sul sonno del suo erede, cioè su di me, futuro erede non solo delle sue sostanze, ma anche di molte parti del suo essere.
Lo fisso a lungo, mentre lui fissa me – o almeno, questo è il ricordo che si è edificato nella mia immaginazione in tanti anni. Poi mi costringo a chiudere gli occhi, come per scacciarne la figura, e li tengo serrati finché non odo ricominciare, con timidezza insolita, il canto degli uccelli sugli alberi.
(da "Le larve", edizioni Pendragon, Bologna, 2008, per gentile concessione dell'editore)

"Nora e le ombre" - una pagina dal cap. 4

Mario aveva una voce potente, limpida, tendente all'acuto: la sera, dopo cena, ogni tanto si divertiva a cantare attorno al tavolo ancora apparecchiato le canzoni di quando era lupetto. Il suo falsettone, con cui senza malizia tentava di riprodurre una voce bianca, faceva inorridire Isacco, che fuggiva in camera anche se il padre gli ordinava di rimanere seduto.
È solo una fase, gli diceva allora Nora, per consolarlo.
Ma quanto dura questa fase? E poi, perché si vergogna di suo padre? chiedeva Mario, che per non interrompere l'impostazione della voce continuava a esprimersi in falsetto.
Non lo so, diceva lei. E cominciava a sparecchiare, mentre lui riprendeva a cantare, a voce ancora più alta e con tono di sfida, per farsi udire dal figlio.
Nora, quella sera, a letto, parlò a Mario del cruccio letterario che l'aveva tormentata tutto il pomeriggio.
"Capisci? Se ho sbagliato, sarò costretta a riscrivere tutto".
Mario la ascoltava, per cortesia, grattandosi l'inguine. "Quante pagine hai già scritto?" chiese alla fine, per mostrare che partecipava al dialogo.
"Cento, centodieci".
"Un bel po'. Ho un'unghia incarnita".
"Come?"
"Vedi? L'unghia dell'alluce. All'ultima escursione, mi faceva male".
Nora, per cortesia, diede un'occhiata ai grossi piedi incalliti del marito. L'unghia, opaca e irregolare, penetrava da un lato nella carne, accartocciandosi come un lembo di vecchia pergamena.
"Ora ti fa male?"
"Solo se muovo le dita così". Fece roteare il piede in modo scomposto, rischiando di colpire in faccia la moglie.
"Ci credo che così ti fa male" disse lei. "Farebbe male anche a me".
"Ma per te non sarebbe essenziale! Tu… tu ti siedi dietro la cattedra, ed è fatta".
"Se lo dici tu…"
"Potresti anche avere due moncherini invece delle gambe, tu. Io, invece, come dire? Per noi, l'uso dei piedi è anche più importante di quello del cervello".
"È una battuta, vero?" rise Nora.
"No" mormorò Mario, stupito.
Stavano tergiversando entrambi, e lo sapevano, pur senza confessarselo. Quella sera, secondo i calcoli basati sull'Ogino-Knauss, era l'ultima sicura prima della fase di fertilità. Mario non voleva ricorrere a metodi anticoncezionali diversi, perché, diceva, non li trovava "sicuri", e Nora, sfiorata a volte dal pensiero di provvedere da sola, con cicli di pillole o spirale, all'insaputa del marito e sperando nell'indulgenza misericordiosa di Dio, aveva finito per non fare nulla di tutto ciò, nel timore di essere scoperta e rimproverata – da Mario prima di tutti.
"Bene, eccoci qua" disse Mario, che fissava Nora con intenzione.
"Già".
"Sai che giorno è oggi?"
"Sei tu che tieni il conto".
"Con i numeri, se mi consenti, mi muovo più a mio agio di te".
"Già".
"D'altro canto, è scientificamente dimostrato che la mente del maschio è razionale, mentre quella della femmina…"
"Alcuni dicono il contrario".
"Non conosceranno bene le femmine".
"Tu" sorrise Nora "le conosci bene?"
"No, a parte te. Ma conosco un mucchio di maschi razionali anche più di me. Ora, se permetti…"
Portò le mani sull'elastico dei pantaloni del pigiama, e restò bloccato nell'atto di abbassarli.
"D'accordo" disse lei.
Mario si calò i pantaloni. Sotto portava un paio di boxer azzurrini.
"Se permetti di nuovo…"
"Se non ti sbrighi, mi ritroverò nel periodo fertile prima che tu…"
"Spiritosa" la rimproverò Mario, il quale su certe cose non amava scherzare, mentre si liberava dei boxer, e riponeva il tutto, pigiama e boxer, ben ripiegati, su una sedia accanto al suo comodino. L'operazione richiese un paio di minuti. Nora notò che il pene del marito pendeva ancora tranquillo, come un neonato addormentato di criceto.
"Sei sicuro di volerlo fare?" disse allora, indicandogli il coso con un movimento del mento.
"Be', tu ci tieni, no?"
"Sì, certo".
"Allora lo si fa. Coraggio. C'è bisogno che ti lubrifichi?"
Lei non poté fare a meno di arrossire.
"Sì, credo".
Lui sospirò, un lungo paterno sospiro di pazienza, si infilò in bocca tutto l'indice della destra e lo estrasse insalivato.
"Dovrebbe bastare" disse, avvicinando il dito al ventre di Nora e sgocciolando saliva sul letto.

(dal cap. 4 di "Nora e le ombre", Palomar, Bari, 2006, per gentile concessione dell'editore)

Da "New York, 1969"

«A che cosa stai pensando, Patricia?»
«Al sangue. Fontane di sangue che scendono dalle mie braccia, dagli occhi, dalle labbra, dai capezzoli. Mi procuro delle incisioni, là dove passano le arterie, e lascio che il sangue esca da me».
Ha tracciato un corpo femminile stilizzato, su un foglio, e con un pennarello rosso lo segna nei punti che va nominando.
«Non mi sembra una buona idea. Soprattutto, non mi sembra così nuova. Non hai già fatto qualcosa del genere l'anno scorso?»
«Sangue, John. Pensaci. Io che spurgo sangue, appena avvolta in qualche benda subito imbevuta. Io che espiro sangue».
« Ti devi riprendere ancora dall'ultima performance. E ad ogni modo ti farebbero chiudere al primo svenimento tra il pubblico, come l'altra volta».
«Dovremmo fare in modo che sembri un trucco, allora. Sangue finto. Invece è vero. Lasciamo che la performance sia – come dire – teatro, finzione. Invece…»
«Invece è vero?»
«Tubicini nascosti, ma non troppo. Crederanno che venga da lì, tutto quel sangue, e che sia, che so, sangue di maiale. Invece è mio, ma lo sapremo solo noi due».
«Sangue…»
«Sì, a litri. Voglio buttarne fuori finché non sono quasi morta. E mentre sanguino, urlo. Urlo più che posso».
Sul disegno compare una bocca rotonda, dilatata in un ululato infantile.
«Urlo fino a sanguinare davvero dalla gola».
«È un'idea potente, Patricia, ma…»
«Lo so. Tu trovami una galleria, al resto penso io».
«Riposa, ora».
Patricia posa a terra il foglio e le penne, accanto ai saggi di Céline su Semmelweiss, si gira su un fianco e quasi subito si addormenta, scalciando come un bambino stanco per una lunga giornata di giochi. Io resto a fissare il soffitto della camera, nella penombra.

È iniziata la stagione della body art più brutale. Ogni performance è una sfida con il dolore, un avvicinarsi alla morte assai più che una sua rappresentazione. Patricia – la mia Patricia – è tra le più intense esecutrici di pratiche violente sul proprio corpo. La lettura di Céline le sta dando una nuova ispirazione, dopo gli ultimi tentativi di crudeltà auto-inflitta che, a sentire la critica, cominciavano a sembrare riproposizioni manieristiche delle stesse azioni. Ora, invece, le febbri puerperali, di cui Ignac Philipp Semmelweis aveva scoperto l'origine, le impediscono di pensare ad altro che non sia la ricerca dell'idea giusta, del gesto definitivo.
Patricia ha conosciuto la vita del medico magiaro attraverso il «Semmelweis et l'infection puerpérale» e «Les derniers jours de Semmelweis» di Céline, in cui si è immersa come una beghina nel suo messale. La sorprendo, accucciata e dondolante, mentre ne legge una vecchia edizione dalla copertina nera. Ne mormora le parole, sospirando nei frequenti punti in cui la sintassi si frattura in sospensioni.
«È interessante?» le ho chiesto la prima volta, per farmi sentire partecipe.
Lei ha ringhiato una risposta inintelligibile, senza levare gli occhi su di me dal libro.
«Morivano come per un'epidemia» mi dice dopo essersi ripresa; intanto, per risparmiare tempo, si rifocilla nervosamente.
«Chi, cara?»
«Le donne. Le partorienti della prima divisione dell'Allgemeines Krankenhaus di Vienna. Entravano per partorire, e già sapevano che sarebbero morte. Un'epidemia inspiegabile, a cui tutti credevano, anche i medici che con scetticismo crescente estraevano dai loro ventri i feti urlanti. Un'epidemia a cui tutti credevano».
Con calma, sfogliando i suoi appunti, Patricia traccia un quadro attendibile della circostanza. Semmelweis arriva nel 1847 all'Ospizio Generale di Vienna. Impressionato dalla lenta strage che si sta perpetrando tra le puerpere nel padiglione numero uno, si accanisce a studiarne le cause. I medici hanno già trovato delle risposte, con cui forse placano dubbi e rimorsi: il ristagno e la putrefazione delle feci bloccate dalla gravidanza infetterebbe le viscere e poi il sangue; o ancora, l'organismo sarebbe avvelenato dalla suppurazione dei fluidi rimasti compressi nell'utero dopo il parto. Animato, ossessionato anzi dal desiderio di scoprirne l'eziologia, egli si dà a interminabili scavi sui cadaveri delle morte per le febbri puerperali: ne indaga con ostinazione le viscere, a mani nude. In assenza di altri mezzi diagnostici, ne annusa i miasmi, ne scruta le colorazioni, ne soppesa le masse. Forse piange di pena e pietà, mentre ricuce sommariamente i resti di quelle poverette. L'ospedale, nonostante le sue insistenze, non gli concede di esaminare tutte le donne, come lui vorrebbe. Ma Semmelweis non ha il tempo di chiedersi per quale motivo la maggior parte delle decedute venga trasferita in segreto altrove. C'è da scoprire l'origine di un male spietato e misterioso, si dice, sfibrato dalle ore passate a dissezionare, mentre si sistema con le mani ancora ricoperte di essudazione cadaverica le lenti scivolate lungo il naso umido.
Poi, prima che le forze lo abbandonino del tutto, si reca nelle sale del parto, a dirigere i lavori. Gli studenti della facoltà hanno bisogno di assistenza continua, e lui non si può allontanare dal luogo in cui mettono in pratica su esseri umani viventi le loro conoscenze teoriche, acquisite sui libri, o sui cadaveri. Così, quel medico ungherese osserva con attenzione. Osserva i futuri medici. Le loro mani.
Quei medici escono dalle sale anatomiche in cui si sono esercitati a sezionare salme, e dalle sale operatorie in cui hanno infilato fino al gomito le braccia tra le interiora insanguinate di pazienti storditi dall'etere, o dagli ambulatori in cui hanno palpato piaghe imputridite e ulcere veneree. Escono da quelle sale, da quegli ambulatori, e scherzano, chiacchierano. Hanno sviluppato una singolare capacità di astrarsi dalla sofferenza cruenta in mezzo a cui lavorano, e riescono a sorridere, a ridere anche. E passano nei gabinetti dove li aspettano le partorienti. Senza lavarsi le mani. (...)

Vai su http://www.lastrategiadellariete.org/sentieri.html per leggere i capitoli che amici scrittori hanno aggiunto al progetto "I sentieri di Seth", sviluppandone motivi in nuove direzioni.
E su
http://www.lastrategiadellariete.org/rizomi/NEWYORK_1969.pdf
per sapere in particolare come continua questo capitolo.

Da "Le dita fredde - The Cold Fingers"


(...) A volte, papà si incontra con altri santi come lui; quand'è il suo turno di ospitare la riunione, mi ordina di non uscire dalla camera. Dalla mia finestra, vedo allora arrivare i suoi colleghi, malfermi anch'essi, straniti, ad uno ad uno. Si riuniscono in soggiorno, ed è tutto un sospirare, un gemere, simile a quello che a folate sale dai campi dei malati attorno a casa. Anche gli altri santi, come papà, si sono scoperti tra le dita, o negli occhi, o in bocca, un potere spaventoso e intermittente, che si è rivelato d'improvviso nel mezzo di vite distratte o gaudenti forzandoli a mutare di colpo usanze, relazioni, orari, lavoro. Ce n'è uno che, a momenti, spurga sangue da occhi, orecchi e ogni altro orifizio, a lunghi fiotti generosi che lo accecano e quasi gli impediscono di respirare. I discepoli accorrono con ampolle, a raccogliere quel sangue. A un altro, curiose escrescenze in lentissima deriva formano sul petto e sugli arti vaghi profili umani – quelle sull'interno dei palmi stanno lasciando il posto a rientranze, a fori incrostati che, con un po' di fantasia, si possono considerare prodromi di stigmate. A una donna, del tutto priva di capelli e peli, appare in lacrime la Vergine, che, talvolta, quand'è in vena di confidenze, conversa sul più e sul meno, lagnandosi di tutto.
Da dietro un angolo di parete, se papà si è dimenticato di chiudere a chiave la mia camera, osservo e ascolto. Afflitti da svariati acciacchi, quegli uomini venerabili si fissano, inebetiti dagli sforzi che fanno ogni giorno o dagli accessi di santità miracolosa che trasformano i loro corpi e ogni tanto li costringono a urlare.
«Ah, la schiena» inizia uno.
«Le ossa… le povere ossa…» fa eco un altro.
«Le mie, allora?»
«La testa, mi si spacca la testa…»
«Sto diventando cieco…»
«Non vado di corpo da un mese…»
«Ho paura di non ricordarmi più di respirare…»
Si fissano, sconfitti. Ormai non provano nemmeno più a esercitare gli uni sugli altri i loro poteri di intercessione, giacché non ha mai funzionato. Qualcuno, a questo punto, osserva amaramente che a loro tocca portare il peso delle sofferenze di tutti; e a nessuno, mentre tutti annuiscono con un dondolio ieratico, viene in mente di chiedere per quale ragione.
A volte, il tono di quelle conversazioni si fa più lieve: e si parla, con qualche rossore, dei peccati di gioventù.
«Io ero un discolo, sapete» dice uno, con una risatina.
«E io? Da fanciullo rubavo negli orti!»
«Ma non mi dire!»
«E non eravamo tanto poveri… Lo facevo per il gusto di farlo!»
«Io – ehm – io correvo dietro alle ragazze…»
«Tu?»
«Mi piacevano così tanto… Credevo di non poter vivere senza…» dice quegli con un sospiro – un lungo sospiro rotto da un ammicco stentato.
Mio padre non parla mai di me, nemmeno al momento delle confidenze sugli errori di un tempo. Se gli altri insistono, cita piuttosto, che so, frasi sconvenienti, sguardi cupidi, moti di superbia, ma non me, che pure sarei il suo peccato più grande, che supererebbe di gran lunga le colpe di ogni altro. Lo sento tossicchiare, invece, e dopo un po' tentare di cambiare argomento.
Verso sera, le voci dei santi si fanno più basse. Bisbigliano trucchi, si scambiano consigli su come simulare meglio quei miracoli che il Signore non concede se non di rado e in base a criteri misteriosi. Le folle, là fuori, reclamano prodigi ogni giorno, le platee adoranti esigono stupori barocchi, non miracoletti interiori: vogliono guarigioni di lebbrosi, resurrezioni di agonizzanti, ricrescite di arti, rispuntar di lingue, dimezzamenti di gemelli siamesi, rimodellamenti di facce sconciate da esplosioni, svuotamenti di scroti ingrassati dall'elefantiasi; non si lasciano impressionare, che so, dallo scettico che riguadagna la fede, o dalla figlia che torna ad amare la madre. Almeno un cieco che urli di vedere, pretendono, uno storpio che si levi a danzare, una donna sterile che torni a sentire il ventre riattivarsi con lunghi borborigmi di fertilità. Questo si può fare – si dicono sottovoce i santi – con l'aiuto di Dio, certo, ma, nell'immediato, anche di qualche buon complice che si presti e non sia troppo esoso. Ed è tutto un consigliarsi nomi di pie donne, o di brav'uomini, che solo per glorificare meglio il Signore sono disposti a mentire.
Li scorgo poi salutarsi, sempre più curvi e malinconici, sulla porta di casa, e dirigersi verso le loro vetture con passo strascicato. Sono soli, mi dico – e Dio, che pure è con loro, non sembra di gran compagnia.
(da "Le dita fredde" , racconto, in AA VV, "Santi, Lives Of Modern Saints", Black Arrow Press, 2008)


...
One day I saw dad sitting on the side of the bed with a hair-shirt in his hand.
«You should wear it » mom said.
«Why?»
«Because it helps you… concentrate better».
«It doesn't help me. Actually, it pricks me».
«Exactly. That's the point».
«No, it's not. It distracts me. Why don't you wear it, if you care so much».
«I can't, dear. You are the saint».
«I am not! I mean, not yet, and you can't say that …»
«You will be, you ingrate, whether you like it or not. I'm almost done with the third book of miracles, but not once did you thank me for it!»
«Miracles over».
«Shh, keep your voice down. Who cares? Real or fake, it's all grist to the mill. The real, biggest miracle is the way you restore the faith of those wretches out there. Wear the hair-shirt, come on».
«Why should God appreciate the hair-shirt?»
«Why not? He will know you're doing a nice gesture for him».
«A nice gesture?»
«Wear it, and start praying, it's already late».
«God…» dad pants, shaking his head. «Where is God when I need his miracles? These days He's making me look like a jerk».
«He will put you to test. You and your faith. Something like that».
«He's more and more distant from me...»
«You are keeping Him distant from you. By not wearing the hair-shirt, for one».
«By the way, what's for dinner?»
«Nothing. It's Friday, you mustn't eat ».
I avoid mom by a hair, as she stomps out of the room. Later, I hear her clanging in the kitchen, making something to eat just for the two of us.
...
(da "The Cold Fingers" in "Santi - Lives of Modern Saints", Black Arrow Studio & Press, 2008. Traduzione di Graziano Scaldaferri, supervisione di Luca Dipierro, Rachel Bradley, N. Frank Daniels)