sabato 20 dicembre 2008

Intervista su www.lettera.com, 3

(Ci risiamo con l'intervista a cura di Fabiana Piersanti apparsa su
http://www.lettera.com/articolo.do?id=14854. Ma, vedete, ci tengo davvero molto).
Da un punto di vista linguistico si può notare, nei tuoi scritti, un uso quasi manieristico del linguaggio e delle sue regole; un lessico ricercato, una sintassi estremamente ordinata e cesellata – ordine, questo, che spesso entra in contrasto con lo scompiglio emotivo dei tuoi personaggi. Perché investi così tanto sulla lingua?

Io spero che il mio stile non suoni già come una maniera al secondo libro: è vero, la ricchezza lessicale nasconde in realtà tic linguistici, ossessioni, ricorrenze, e una specie di desiderio di ordine costringe le frasi a riempirsi di legami logici. Ma quest’ordine spesso si incrina (tutti quei trattini), il ritmo si spezza. È la lingua che rivela un modo di percepire il mondo – dei miei personaggi, e anche mio, direi. È il tentativo (frustrato, ma eccitante, e necessario) di dominare il caos.
Paradossalmente lo scompiglio emotivo ha bisogno di ordine per essere reso nella sua complessità, nella sua profondità. Una lingua che si limiti a riprodurre il marasma emotivo ne enuncia solo l’aspetto dinamico, ne esibisce la confusione: rischia di non andare tanto più in là di: Ehi, guardate quanto sono confuso!
So che cosa non vorrei essere: forzato, goffo, approssimativo (vago sì, invece, all’occorrenza, ma è diverso). I veri manieristi oggi sono chi scrive come se traducesse, che so, Lansdale o Ellroy, e chi applica le strategie espressive della scuola di scrittura alla moda che ha frequentato – lo dico senza malignità, bada.

giovedì 18 dicembre 2008

Intervista su Lettera.com, 2

(Cito ancora dalla bella intervista che Fabiana Piersanti mi ha fatto per la rivista online
I tuoi romanzi delineano panorami letterari impregnati di atmosfere gotiche e di mistero; Nora e le ombre è stato definito una ghost story, addirittura. Le larve è stato invece volutamente presentato come una contaminatio di generi, quasi a voler ribadire la tua propensione a giocarci e a non lasciartene invischiare. Credi che i generi letterari siano un limite alla creatività?
Alla base di quei riferimenti ai generi c'era un vezzo, ora posso dirlo: la speranza è sempre quella che il lettore accorto dica: ma non è una ghost story (non è solo una ghost story), non è un semplice gioco sui generi! La speranza (ecco un tic linguistico inaspettato di questa intervista) è che a quel lettore il risultato finale suoni come qualcosa di più della semplice somma degli ingredienti: il valore aggiunto potrebbe scaturire dall'attrito tra due generi, o stili, come in Nora.
Il romanzo non può fare a meno di ammiccare ai generi, o ai sottogeneri, che fanno parte della sua storia e della sua natura di organismo ibrido, adattabile, che può diventare tutto e il suo contrario; ma non credo che obbedire alle convenzioni di un genere possa garantire la riuscita di un buon romanzo. Dal mio punto di vista, i generi sono riferimenti importanti soprattutto se scrivendo li si può buttare all'aria per vedere che succede.
Penso al romanzo come a una sorta di mondo della libertà: se è vero che possiamo ricondurre tutte le storie possibili a un numero ristrettissimo di situazioni base, godiamo della libertà di raccontarle in un'infinità di modi diversi, ricombinandole e traducendole come ci pare. A ragionare solo in ossequio ai generi, in fondo, si prendono per leggi quelle che sono solo convenzioni.

mercoledì 17 dicembre 2008

Intervista su lettera.com

(Pilucco dalla lunga, incalzante e densa intervista che Fabiana Piersanti mi ha fatto per http://www.lettera.com/articolo.do?id=14855 e che compare da oggi su
http://www.lettera.com/articolo.do?id=14855).



I personaggi di estrazione sociale più semplice o comunque quelli più fragili cadono quasi subito vittime delle proprie passioni. Sembra tu ti diverta, invece, a smascherare le nefandezze di quelli dotati di un intelletto un poco più fine e che, per questo, rimangono in bilico tra gli istinti più intestini e il disperato bisogno di dominarli. E' il tuo modo di dimostrare pietà verso i primi?
Le reazioni emotive dei lettori, spesso intense, mi hanno costretto a riflettere a posteriori sui miei sentimenti nei confronti dei miei personaggi. E' vero, descrivo uomini combattuti tra la forza di passioni e pulsioni e il bisogno di dominarle, e uomini che nel tentativo di spiegarsele costruiscono a propria giustificazione complessi alibi che suonano come menzogne colossali. E' quello che fa il narrante de Le larve, con una certa capacità retorica; è anche quello che altri personaggi maschili fanno in Nora, con insopportabile goffaggine. La fragilità di fronte alle proprie pulsioni è un tema potente: permette di far sentire la voce primitiva che ci parla dentro, i principi del soddisfacimento del piacere, del desiderio, della prevaricazione, ma anche l'affezione, la dipendenza. Passiamo la vita a mediare tra questi bisogni oscuri e la necessità di un controllo sociale e culturale; se il controllo riesce, non c'è storia. Se nasce il conflitto, la storia viene da sé. So di non dire niente di nuovo, ma so che continua a funzionare. Sospetto anche che nessuno di noi sappia esercitare un perfetto controllo sul se stesso più sfuggente - il che ci rende tutti potenziali protagonisti da romanzo, oltre che reali protagonisti di romanzi vissuti davvero, per la verità un tantino tirati per le lunghe, e senza un happy end convincente. In generale, proprio per le vittime delle mie storie (le Nore, le Aldine, anche i Saveri per certi versi, o gli Isacchi...) provo una sorta di compassione, anche se intellettualmente mi sento più vicino ai loro carnefici - ma ti prego di non equivocare.

lunedì 15 dicembre 2008

Sintonie, 6: Luca Dipierro


Luca Dipierro è un artista curioso. Nei suoi video sugli scrittori e i musicisti scruta i loro occhi, le dita indaffarate, li sorprende ciabattare per casa alla ricerca della parola o della nota o del colore giusto, o perdersi dietro a quotidianità inevitabili. Sbircia sul loro tavolo da lavoro, tra i libri delle loro biblioteche; si sporca con loro di inchiostro, di vernice; spesso guarda dalle loro finestre squarci di paesaggio rubano. Cerca, nei loro sguardi, nel loro affaccendarsi, o nei loro momenti di inerzia, i sintomi di uno stile, le tracce di una poetica, i sentori anche di una possibile affinità. Con la propria poetica, innanzitutto: che è fatta di lavoro paziente, di senso alto dell’artigianalità, e di curiosità appunto.
Nelle opere grafiche e nei video animati, Luca mescola un gusto per i tracciati approssimativi, per gli abbozzi infantili, con una minuziosità da certosino: e rivela un’inclinazione per la contaminazione dei cascami della cultura di massa con riferimenti ipercolti. Il gioco dei contrasti lo si avverte anche nei racconti. Da scrittore, si muove oscillando tra due mondi (l’Italia e gli Stati Uniti, la provincia e la grande città, ma anche il passato rivissuto dalla memoria e il presente osservato con stupore) e due lingue. Dell’italiano conserva, attraverso il ricordo di letture alte e basse, una complessità stratificata, la forza riflessiva; dell’angloamericano ha assorbito (e sta assorbendo ancora, a sentir lui) il carattere dinamico, la flessibilità, l’immediatezza, il senso dell’avventura, l’inquietudine.
In questo girovagare tra una forma espressiva e l’altra è diventato anche editore. La sua antologia “Santi – Lives of Modern Saints” nasce dal piacere di mescolare riferimenti vetusti e contaminazioni molto contemporanee; a prevalere, per effetto dei contributi letterari e musicali degli autori non solo americani, è un’idea obliqua della santità, paradossale, virgolettata, più legata all’immaginario statunitense che al secolare sedimentarsi del cattolicesimo in Italia. “Santi” è un’impresa ambiziosa, che sembrerebbe, a buttarla sul facile, avere un che di miracoloso: nella sua eterogeneità, invece di apparire scombiccherata, ha preso, anche grazie alle soluzioni grafiche e alla forza del progetto, una misteriosa coerenza.


domenica 14 dicembre 2008

sabato 13 dicembre 2008

Dettagli, 2
















Dettagli, 1









Da "Le dita fredde"


Un giorno ho intravisto papà seduto sul bordo del letto, con un cilicio in mano.
«Dovresti indossarlo» gli diceva mia madre.
«Perché?» obiettava lui, ma senza stizza.
«Perché ti aiuta a… a concentrarti di più».
«Non mi aiuta. Pizzica, anzi».
«Appunto. È il bello».
«No, invece, mi distrae. Mettilo tu, se ci tieni tanto».
«No, caro. Sei tu il santo».
«Non lo sono! Non ancora, cioè, e non è detto che…»
«Lo sarai, ingrato, anche tuo malgrado. Sono arrivata alla fine del terzo registro di miracoli, e tu neanche un grazie!»
«Miracoli finti».
«Sst, parla piano. E che importa? Veri, finti, tutto fa. Il miracolo vero, il più grande, sta nella fede che rafforzi in quei disgraziati là fuori. Indossa il cilicio, coraggio».
«Perché Dio dovrebbe apprezzare il cilicio?»
«Perché no? Sentirà che è un gesto carino nei suoi confronti».
«Gesto carino?»
«Mettilo, e comincia a pregare, che è tardi».
«Dio…» ansima papà, scuotendo il capo. «Dov’è Dio quando mi servono i suoi miracoli? Mi fa fare la figura del deficiente sempre più spesso».
«Ti metterà alla prova. Te e la tua fede. Cose così».
«È sempre più lontano da me».
«Sei tu che lo tieni lontano, per esempio non mettendoti questo cilicio».
«Che c’è per cena, a proposito?»
«Niente. È venerdì, e tu digiuni».
Evito mamma per un soffio, quando esce nervosa dalla camera. Più tardi la sentirò spentolare in cucina, per noi due soli.


("Le dita fredde" è il racconto che ho scritto per l'antologia "Santi - Lives of Modern Saints", pubblicata a Baltimora nel 2007 dalla Black Arrow. L'imponente volume riunisce contributi di autori italiani e di lingua inglese attorno al tema delle possibili declinazioni della santità nel mondo di oggi; è un'irriverente, scettica, visionaria bibbia che vale la pena di cercare su amazon.com).

Un frammento di sit-com (pagina espunta da "Rapsodia su un solo tema")

Negli anni, Ethan ha elaborato, ispirandosi alla sua adolescenza, varie scenette da sit-com con cui deliziare gli amici. Questa, per esempio.

IO Mi volevi parlare, pa'?
PAPA' Sì, Ethan. Vieni qui, siedi accanto a me. Ehi, dico, ti stai facendo sempre più uomo! Vedi, figliolo… Permetti che io ti chiami figliolo, vero?
(Risate)
IO Be'…
PAPA' Allora, vediamo da dove cominciare… Bella giornata, eh?
(Risate)
IO Pa', sta piovendo da giorni…
(Risate)
PAPA' Dici? Perché sono sempre l'ultimo a sapere le cose?
(Risate, ancora)
IO Allora, pa', che c'è che ti turba?
PAPA' Che cosa turba me? No, un attimo. Che cosa turba te! Non rubarmi le battute!
(Risate)
IO Come? Niente, davvero.
PAPA' Sul serio?
IO Be', a pensarci bene… ecco…
PAPA' Sì, apri il tuo cuore, figliolo.
IO Ecco… è triste constatare che l'ultimo romanzo di Updike è così manierista…
PAPA' Ethan, io intendevo altre angustie, altri problemi.
IO Vediamo, allora... La svolta seriale di Stravinsky può in effetti apparire tardiva e forzata...
PAPA' Figliolo, no, non è questo che...
IO Fammi pensare. Forse quella nuova marca di corn flakes che ha comprato la mamma?
(Risate)
PAPA' No, no, idiota! A volte stento a credere che sei mio figlio!
IO Pure io…
PAPA' Lo sai che tutto il quartiere sparla alle nostre spalle, grazie al tuo disgustoso comportamento da primo della classe? Lo sai che in ufficio sono il bersaglio preferito dei lazzi dei colleghi, perché sono il padre di una mammoletta?
IO Oh, pa', se è solo per questo…
PAPA' Solo per questo? Ethan, perché sei così simile agli stupidi ragazzi di trent'anni fa?
IO vuoi dire quando eri ragazzo tu?
(Risate)
PAPA' Ehm… (Con durezza) D'ora in poi ti proibisco di andare al cinema il sabato pomeriggio.
IO Ma tutti i ragazzi vanno al cinema!
PAPA' Sì, ma non a vedere le retrospettive di Eisenstein!
(Risate)
IO Ma allora… che cosa dovrei fare?
PAPA' Il porco! Ecco cosa devi fare!
(Risate)
IO Ma è mostruoso!
PAPA' Però è umano. Viviamo in mezzo a sudici esseri umani. E allora, per favore, sii umano anche tu. Vedrai, non è male comportarsi da umani.
IO Pa', ascolta, i miei attuali interessi…
PAPA' Me ne fotto dei tuoi attuali interessi! Sputa per terra, quando sei in giro, di' le parolacce quando ti arrabbi, fa' gesti osceni quando incontri una bella donna per strada, rispondi male ai tuoi insegnanti, tocca il culo alle compagne di corso, fa' a pugni con chi ti capita, sta' fuori tutta la notte a suonare campanelli, ubriacati, figlio mio, sii umano!
(Risate)
IO Pa', ma io voglio bene a te e alla mamma.
PAPA' E invece no! Odiaci, insultaci! Non vedi come i tuoi coetanei trattano i loro vecchi? Dacci dentro, figliolo.
IO Non so, devo pensarci…
PAPA' Se non per me, fallo almeno per tua madre. Sapessi quanto soffre…
(Risate, applausi)

In realtà, non è mai andata così. Ethan, senza esagerare, voleva bene ai suoi; suo padre non era così idiota come in queste scenette da sit-com, necessariamente stupide. Per esempio, la sua reazione all'annuncio dell'omosessualità del figlio è stata garbata e composta, almeno in pubblico.

martedì 9 dicembre 2008

Da "Rapsodia su un solo tema": pagine espunte

(Il protagonista inserisce a piè di pagina questa nota, poi eliminata, nel corso di una conversazione telefonica con Carl. Su chi sia il protagonista, e chi sia Carl, non vorrei per ora essere più preciso).
Mi viene in mente un episodio curioso della mia prima giovinezza. Ero ospite in un college, a seguire un corso di perfezionamento sulla stocastica di Xenakis, e dormivo in una camera con altri tre ragazzi provenienti dal nord e dal Canada. Una notte, dalla camera accanto alla nostra, in cui sapevamo che alloggiavano quattro uomini giganteschi, musicisti anch’essi ma più simili a lottatori di wrestling, sentimmo provenire urla, ansiti, pianti e altri suoni vocali terribili. Spaventati, ci chiudemmo a chiave e per ore non riuscimmo ad addormentarci, mentre di là sembrava che quattro giganti si stuprassero a turno e con supremo dolore. Nessuno di noi voleva rischiare di essere coinvolto in quella cosa, nemmeno io, che all’epoca già avevo le idee chiare sulla mia natura, ma non propendevo certo per le pratiche estreme. Il giorno dopo, nella sala delle colazioni, guardammo da lontano con sospetto, paura e disgusto a quei quattro, che invece sembravano del tutto a loro agio, e scherzavano come vecchi amici. La notte successiva, altre urla, grida strozzate, pianti, gorgoglii, schiaffi e rumori spaventosi. La mattina, a colazione, tutti sereni e tranquilli, come vecchi amici. Nel pomeriggio ci riunimmo, noi quattro della camera a fianco, per decidere se denunciare gli stupri alle autorità scolastiche. Stabilimmo che lo avremmo fatto l’indomani, se la cosa si fosse ripetuta anche per la terza notte consecutiva.
Quella sera, l’ultima dello stage, era previsto un saggio finale, un concerto in cui si sarebbero esibiti tutti i gruppi che avevano lavorato nei seminari e nei laboratori. Io avevo preparato un garbato lavoretto in perfetto stile stocastico, per quartetto d’archi e pianoforte, e mi accingevo ad affrontare la parte del piano. Eseguiamo con diligenza il pezzo, riceviamo gli applausi cortesi del pubblico costituito in realtà dai soli corsisti, e torniamo ai nostri posti, ad applaudire a nostra volta. A quel punto salgono sul palco i quattro stupratori della camera accanto, senza strumenti ma con degli spartiti in mano. Prendono posto, si guardano, sorridono. Sono enormi, e anche, si direbbe, emozionati come bambini a una recita scolastica – noto con un certo disgusto. Poi attaccano: e quello che cantano – che emettono, per meglio dire – è quello che abbiamo sentito urlare e sbuffare per due notti di seguito. Ci sbirciamo con vergogna: erano delle prove, non delle sedute di violenza carnale a quattro. Il pezzo comunque era un obbrobrio, e non perché mi ricordasse il mio fraintendimento delle notti precedenti: si trattava davvero di una provocazione senza capo né coda, che con la stocastica aveva ben poco a che fare, e che abbiamo applaudito solo per dare sfogo al sollievo.

domenica 7 dicembre 2008

Un pagina da "I sentieri di Seth"

per leggere i capitoli che amici scrittori hanno aggiunto al progetto "I sentieri di Seth" dei Kaizen, sviluppandone le suggestioni e le ossessioni . E su
per sapere in particolare come inizia e finisce questo mio piccolo contributo, intitolato "New York, 1969".
*** *** ***
«Com’è vivere accanto a un’artista d’avanguardia?» mi chiede la giornalista di Harper’s Bazar.
«Impegnativo» rispondo, come altre volte.
«Siete sposati?»
No, rispondo. Viviamo insieme da più di tre anni. Sì, le voglio bene. Sì, sono il suo agente.
«Sei tu dunque che la costringi a ferirsi in pubblico? Sei tu che la spingi a farlo?»
«No, no» dico subito. «Io piuttosto cerco di dissuaderla. La ricerca sul corpo è ricca di sviluppi affascinanti, ma ritengo che la si possa praticare anche in forme più, ehm, gentili».
«Capisco. Tu però le cerchi le gallerie, curi i contatti, le relazioni».
Sì, annuisco. Lo faccio da quando Patricia dipingeva su tela, cinque anni fa. L’ho conosciuta allora, dico alla giornalista. Non immaginavo che avrebbe cominciato a usare il proprio sangue, e la saliva, il sebo, le secrezioni vaginali, al posto dei colori ad olio, e che un po’ alla volta avrebbe sostituito alle tele la superficie della propria pelle.
«È la ricerca di una nuova estetica» preciso, «fondata sulla messa in discussione di tutte le convenzioni estetiche precedenti».
«Ha un valore puramente distruttivo, detto così».
«Non solo» rispondo, senza esserne convinto, «non solo… Certe sue performance, mentre smantellano le certezze acquisite, si rivelano gesti di una bellezza estrema, che lascia senza fiato».
La giornalista sembra più interessata al nostro ménage. «Chi prepara colazione di voi due?»
Io, dico. Preferisco farlo io, aggiungo sorridendo.
«E le pulizie di casa?»
Ci possiamo permettere una domestica.
«Avete dei quadri figurativi, alle pareti?»
Uno, sì. Un regalo di sua madre. Patricia corre ad appenderlo in soggiorno ogni volta che la mamma passa a trovarla. «La cara signora è ancora convinta che la figlia sia una pittrice di paesaggi. Per fortuna non legge i giornali. Ma questo non scriverlo lo stesso, per favore».
«Vorreste figli?»
No, non ora, mormoro rabbrividendo.
«E di cosa si sta occupando ora Patricia?»
Racconto di Semmelweis, Klein, e delle febbri puerperali. La giornalista, con distacco, continua a prendere appunti.
«Avevo già sentito parlare di questa vecchia storia…» dice. «Forse qualcuno ci ha fatto un film».
Klein, Klein. Patricia mi ucciderà quando scoprirà che ho rivelato su cosa sta lavorando. Qualcuno potrebbe rubarle l’idea – l’ambiente della body art è un soffocante nido di gelosie, ripicche, plagi. Sì, mi ucciderà lentamente. Meglio chiedere alla giornalista di non riportare le ultime indiscrezioni.
Klein, Klein… Perché Patricia in questi ultimi giorni sembra ossessionata più da lui, dal presuntuoso primario di ostetricia, che dallo stesso Semmelweis?

martedì 2 dicembre 2008

Piccole meraviglie della natura, 2


Bene, la pietra è calata su quelle creaturine molli, e grava sullo spappolamento, che però non si è ancora in grado di studiare perché lo schianto ha provocato una rapida lutulenza dell’acqua. Si approfitti dunque della pausa forzata per fare un giretto nei prati, qualche capriola sull’erba, un’arrampicata sull’albero più vicino, o per dare un’occhiata allo sbocco di una tana di formicaleone o di grillotalpa – dopotutto questo genere di passatempo è vivamente consigliabile per dei dodicenni.
Si torni ora alla pozza, si sollevi con attenzione la pietra dall’acqua tornata quasi limpida, si pazienti ancora qualche minuto: nel torbidume residuo si comincerà a scorgere un viavai di girini trafelati. Si noterà, con una certa sorpresa, del tutto comprensibile se si tratta della prima esperienza di questo tipo, che l’agitarsi degli anfibi non è dovuto tanto al panico, quanto a una sorta di voracità del tutto immemore della piccola catastrofe appena vissuta. Quei girini – si noterà con un brivido – stanno attaccando i loro simili morti o feriti. Ne dilaniano gli addomi. O allargano gli squarci degli addomi già dilaniati. Ne succhiano fuori le budella, e se ne cibano. Si contendono con una certa ferocia insospettata i lacerti di interiora. Scuotono i testoni sferici, per strappare via pezzi più consistenti.
Ci si sorprenderà a notare, nell’acqua quasi limpida, che le espressioni delle vittime e quelle dei carnefici non sono diverse. Nei musi degli uni non si legge dolore – e non si intravede accanimento o ferocia, e nemmeno intenzione, tanto meno piacere, nei musi degli altri. In tutti, vittime o carnefici, mangiati e mangianti, si scorge un’indecifrabile inespressività, che solo l’agitar di code e l’enfiarsi delle bocche consente di correggere, o per converso l’inerzia dei corpi o il progressivo svuotamento degli addomi.
Il cannibalismo presso i girini è uno spettacolo difficilmente dimenticabile, che può incoraggiare riflessioni penetranti sulla precarietà dell’esistenza e sul principio della solidarietà tra esseri viventi.

lunedì 1 dicembre 2008

Piccole meraviglie della natura, 1


Si cerchi una pozza d’acqua stagnante in cui brulichino girini; la si prediliga battuta dal sole, in modo che il caldo intorpidisca le reazioni delle bestiole. Si osservino queste con attenzione, appese alle rive con le bocche a ventosa, addossate nelle rare zone d’ombra, inerti – a parte qualche isolato colpo di coda, qualche guizzo al rallentatore. Ci si protenda su quella pozza, accucciati sul bordo, si lasci allungare l’ombra della testa e delle spalle sulla superficie dell’acqua – i girini forse si rianimeranno sotto quell’inaspettato refrigerio. Ora ci si guardi attorno. Si prenda una pietra di qualche chilo – la si preferisca piatta e di compattezza geometrica. Si studi per qualche secondo l’affannarsi sonnacchioso di insetti sotto la pietra – qualche secondo, non di più, non si è lì per gli insetti. Si scuota la pietra dagli ultimi insetti rimasti abbarbicati, la si avvicini all’acqua. Con forza, la si lasci cadere là dove i girini si infittiscono, e si prema poi, col piede. Se il primo lancio è andato a vuoto, si ritenti in un altro punto, o si attenda che sia tornata la calma tra la popolazione di anfibi.

domenica 30 novembre 2008

Sintonie, 5: Guido Conterio


Recupero da una lettera inviata a suo tempo a Guido Conterio alcune noterelle sul suo romanzo “Città Caffè” (Mobydick, 2005), tirate giù a caldo o quasi. Le pubblico volentieri, perché credo non si sia parlato abbastanza di quel libro, un graziosissimo esempio di grottesco onirico, con una punta di petulanza e un'inclinazione per l’apologo paradossale - e non se ne sia parlato anche per effetto della forte riservatezza dell’autore. Il “tu” delle noterelle è appunto lui, il Conterio.


“Per prima cosa, ho notato una leggerezza stilistica che nelle precedenti prove – forse – avevi cercato di evitare. Ovviamente, dico leggerezza per indicare quel divertente guazzabuglio di registri tra il solenne, il cavilloso e il triviale – assai più consistente che in passato, quest’ultimo – con cui decori gli episodi della vicenda. L’impressione a questo proposito è simile a quella che altre volte ho avuto leggendo certe novelle di Pirandello – quelle più arzigogolate, cavillose appunto, e diciamo più labirintiche –, soprattutto nella costruzione capricciosa e nervosa dei periodi; o certe bizzarrie landolfiane – per il lessico, stavolta –, ma soprattutto, e non voglio suonare irriverente o peggio offensivo perché anzi per me è un complimento – certi monologhi della Franca Valeri, somma umorista, in particolare quelli della Signorina Snob – l’eco della Valeri si fa assordante quando ti delizi a passare senza soluzione di continuità dal sublime all’infimo, o quando indugi in frasi ellittiche. E ancora: stilisticamente, oltre a questo giocherellare – che suona disinvolto, ti assicuro, anche se so che è frutto di fatica se non di sofferenza –, mi piace in particolare il tuo uso del discorso indiretto quando si tratta di riassumere dei dialoghi; in tal caso, il gusto per la tecnica mi fa talvolta dimenticare il contenuto, ma pazienza. Sappiamo bene che, come forse ti ho già detto in passato, le avventure più appassionanti nei tuoi libri le corrono le parole.
Ho poi trovato buffamente riusciti certi personaggetti, palazzeschiani diciamo, che partecipano qua e là allo sviluppo della storia.
Mi è sembrato di notare – ma potrei sbagliarmi – una curiosa assenza, frutto anche questa presumo di sforzo di volontà: l’assenza di dramma. Nel senso che è tutto così leggero, arrendevole, grazioso, innocuo, che non può non essere il frutto di uno sforzo eroico da parte tua – di uno cioè che, perdonami se lo dico, tende un pelino a drammatizzare – lo riconosco, in questo siamo simili. Quanta fatica ti è costata abolire paure, angosce, morte, malattia dal tuo romanzo? O hai vissuto la stesura di “Città caffè” come una sorta di terapia antidolore? È la tua idea di paradiso, per quanto provvisorio, di eden diciamo, la città rigenerante della storia? Senz’altro è la tua palestra ideale quella in cui si immagina solo di fare esercizi”.

martedì 25 novembre 2008

Wunderkammer, 5


Ancora dal La Mettrie:

7) "Prendete un pulcino ancora nell'uovo e toglietegli il cuore: osserverete gli stessi fenomeni, più o meno nelle stesse circostanze", vale a dire balzi del muscoletto gettato su una fiamma. "Le stesse esperienze che dobbiamo a Boyle e a Stenone si fanno coi piccioni, i cani, i conigli: semplici pezzi del loro cuore si muovono come cuori interi. Lo stesso movimento si può osservare nelle zampe di una talpa recise dal corpo (...)".

9) "Un soldato ubricaco portò via con un colpo di sciabola la testa di un tacchino. L'animale restò in piedi, poi camminò, corse; incontrato un muro, girò, battè le ali, continuando a correre, e alla fine cadde. Steso in terra, tutti i suoi muscoli si muovevano ancora. Ecco ciò che ho visto; ed è facile riscontrare pressappoco gli stessi fenomeni nei gattini o nei cagnolini ai quali si sia tagliata la testa".

lunedì 17 novembre 2008

Un'altra intervista mancata - 3

Cosa stai leggendo e ascoltando adesso?
I miei ascolti musicali vertono ormai sulla scoperta dei minori e dei minimi della musica del novecento. I maggiori (Stravinsky, Bartòk, Hindemith, per citarne qualcuno) continuano ad accompagnarmi, ma nei minori amo rintracciare le impronte lasciate dalla scuola dei grandi modelli, e insieme il tentativo di forgiarsi uno stile personale. È molto piacevole scoprire i loro tratti di originalità in mezzo alla routine, al lascito delle scuole, ai manierismi delle accademie. Nel jazz seguo ormai soltanto certi continuatori del Miles Davis del periodo elettrico.
La musica che ascolto è per me una fonte di ispirazione che non finisce di sorprendermi. Non parlo di atmosfere, sensazioni; mi riferisco al linguaggio, alla struttura, a ciò che meccanismi complessi, architetture vaste, uso e metamorfosi del materiale tematico possono suggerire a chi, scrivendo, si esprime con un linguaggio diverso. A volte ho l’impressione di trattare motivi narrativi, personaggi o situazioni secondo un impianto simile alle strutture che governano le grandi forme musicali. E a volte anche la sintassi, il cursus delle frasi, mi sembra di sentirli suonare come una sorta di orchestrazione di una partitura (lo dico da dilettante, e mi rendo conto che può suonare ingenuo).
Le mie letture oscillano tra nuovi narratori che sento affini, e che scopro per conto mio, al di là delle classifiche (i primi nomi che mi vengono in mente sono Rosa Matteucci, Pier Paolo Giannubilo, Annalena Manca, Gabriele Cremonini, Stéphanie Hochet), e classici che torno a rivisitare, di cui insomma mi nutro: pilucco sovente dalle pagine di Landolfi, di Tozzi, di Manganelli, Palazzeschi, Gadda, Pavese… In entrambi i casi, inseguo libri che siano appaganti per la tenuta stilistica, per l’invenzione linguistica, e che non si siano riconducibili alle mode, ai generi.

Cosa prepari di nuovo?
Ho un romanzo pronto, “Rapsodia su un solo tema”, di ambientazione musicale, che, se va bene, uscirà nel 2009: e sto mettendo ordine tra le pagine del successivo, che per ora non ha titolo, e che procede come una specie di romanzo picaresco passato al frullatore. Con l’amico compositore Alessio Elia sto lavorando con entusiasmo a un’opera da camera per la quale ho scritto il libretto: misurarmi con le esigenze della rappresentazione teatrale e della scrittura musicale, e allo stesso tempo travasare alcuni dei temi su cui lavoro da tempo in un ambito nuovo, e sentirli esaltati, trasformati dalla musica è un’esperienza esaltante.
Sono in vista altri progetti con Luca Dipierro, che ha in mente una rivista letteraria e artistica online, e con Riccardo Mantelli. Sono progetti a cui tengo molto, perché mi permettono di uscire dalla dimensione tutto sommato solitaria dello scrivere e di confrontarmi con persone con cui sento una forte affinità artistica.

Wunderkammer, 4


Nel severo pamphlet Réflections sur la guillotine, Albert Camus riporta casi impressionanti di permanenza di talune tracce di vitalità nei volti e nei corpi dei condannati alla pena capitale decapitati di fresco. “Il sangue esce dai vasi al ritmo delle carotidi sezionate, poi si coagula. I muscoli si contraggono e la loro fibrillazione è stupefacente; l’intestino oscilla e il cuore ha dei movimenti irregolari, incompleti, affascinanti. La bocca in certi momenti si contrae in un’orribile smorfia. È vero che in quella testa scissa dal corpo gli occhi sono immobili con le pupille dilatate; per fortuna non guardano, e non hanno nessuna anomalia, nessuna opalescenza cadaverica, non hanno più movimenti; la loro trasparenza è viva, ma la loro fissità è mortale. Tutto ciò può durare parecchi minuti, anche ore nei soggetti sani, la morte non è immediata… Ogni elemento vitale sopravvive alla decapitazione. Non rimane al medico che questa impressione di un’orripilante esperienza, di una vivisezione omicida seguita da un funerale prematuro”; sono le parole di due dottori dell’Accademia di Medicina di Francia, Piedelièvre e Fournier.
Andiamo avanti. “Un aiuto carnefice, quindi poco sospetto di coltivare sentimenti romantici o morbosi, descrive come segue ciò che è stato costretto a vedere: Abbiamo gettato sotto la mannaia un forsennato in preda a un’autentica crisi di delirium tremens. La testa muore subito. Ma il corpo letteralmente salta nel paniere, tira le corde. Venti minuti dopo, al cimitero, ha ancora dei fremiti”.

domenica 16 novembre 2008

"Le larve": l'opinione di uno scrittore

Mi ha scritto giorni fa Pier Paolo Giannubilo, l'autore tra l'altro dei sorprendenti racconti di "Questo è il mio corpo" (Palomar, 2004) e soprattutto del romanzo "Corpi estranei" (Il Maestrale, 2008), sensibile e sconvolgente trasposizione di una storia vera:

"Non frequentavo letteratura nera da un bel pezzo, e leggere Le larve è stata una stuzzicantissima reimmersione nelle atmosfere con cui sono cresciuto e di cui, come sai, ho anche scritto parecchio.
Ha ragione Rossi: scrivi davvero bene. Soprattutto stupisce la tua felicità creativa nell'inventare personalità oscure, ctonie (l'incontro, sul finale, del protagonista e di Saverio nel cunicolo è emblematico), la densità e la pertinenza delle metafore ("codazzo luminescente di domestici infreddoliti" dietro al vecchio nelle notti degli ululati, cazzo!!! - mai pensato di fare poesia?) e la capacità di tenere alto il conflitto fra i personaggi.
Si nota subito che con la storia che racconti è impossibile annoiarsi, che il ritmo è serrato, e che dòmini con sicurezza la tecnica del flashback, una modalità insidiosissima, per chi non sa usarla a dovere.
Il tuo libro è barocco (nel senso migliore del termine, intendiamoci, come è barocca La cognizione del dolore di Gadda o Lolita di Nabokov), mentre da noi si è imposto uno standard di lingua asciutta quasi fino al rinsecchimento, che lascia poco spazio a espressioni alternative.
Tornando al plot, guarda che è davvero avvincente. Il capovolgimento del padre piagnone in satanista dà un certo brivido, come molte altre situazioni in cui emerge quella che ieri sera Gian Ruggero Manzoni (pronipote di Alessandro, con cui ho visto un Macbeth a teatro) chiama "la bestia", che lui ha rilevato anche nelle torbide vicende del mio Corpi estranei, l'aspetto ferino, buio della nostra umanità che ha appena qualche migliaio di anni o poco più, e non si è emancipata ancora dal suo retaggio animale.
Ma è tutto l'insieme, direi, tutta l'atmosfera a saper evocare quei odori e colori terragni che costituiscono l'aspetto più intrigante del tutto. E il modo in cui scruti i fenomeni naturali (le orge dei batraci sono scioccanti, bravo, bravissimo!) rivelano un talento di osservazione fuori dal comune".

Un'altra intervista mancata - 2

Il lavoro che c'è dietro a "Le larve" e le differenze con "Nora e le ombre".
Ho scritto “Le larve” nel corso di tre anni, dal 2002 al 2005, a partire da alcuni nuclei narrativi da cui a poco a poco è germinato tutto il resto. Ho accumulato pagine e pagine di immagini, narrazioni, dialoghi, lasciando che un po’ alla volta si creassero delle connessioni tra le situazioni, una geografia attorno, si sviluppassero dei rimandi (...).
Rispetto a “Nora e le ombre”, ho privilegiato atmosfere e temi che nel romanzo pubblicato nel 2006 erano limitate alla parte ottocentesca della storia; ne ho recuperato in parte l’ambientazione, il palazzo signorile isolato in una campagna non priva di desolazione; ho invece indagato paesaggi mentali maschili, amplificati dalla scelta di far raccontare tutto a un io narrante. Come in “Nora”, impiego divagazioni, sospensioni, ellissi, false partenze, e gioco sull’alternanza di passato e presente, sul tema del conflitto, meno sui contrasti (di tono, di registro…). Continuo a pensare che in letteratura non sia necessario spiegare e giustificare tutto, e che anzi talvolta il non detto sia più forte e importante del detto, il sottinteso dell’esplicitato, il casuale del programmato, la deriva del rigore, la digressione della tenuta dell’intreccio, l’attesa della soluzione. (È, a ben pensarci, un approccio molto simile a quello che ho avuto in musica, quando con Simone Riva ho registrato le lunghe improvvisazioni di funk sperimentale dei Commandmentz).
Infine, come in “Nora” gioco con l’orizzonte d’attesa del lettore: là fingevo di muovermi in una ghost story, con “Le larve” fingo di muovermi tra il romanzo d’appendice e la storia gotica.

La collaborazione con Riccardo Mantelli per il video.
Riccardo è un amico: quando gli ho proposto di realizzare un booktrailer per “Le larve” ha subito accettato con entusiasmo. Credo che Riccardo abbia subito notato nel mio romanzo, pur nella diversità di linguaggi, una affinità profonda con i temi delle sue ricerche: entrambi lavoriamo sulla deriva, la frammentarietà, la combinazione di elementi eterogenei, le interferenze, gli errori, anzi, per usare una sua espressione, sull’“estetica dell’errore”.
Per il video abbiamo lavorato su pochi elementi, foto pescate qua e là, suoni, musiche, brevi citazioni dal romanzo, e pure pause, neri, silenzi, per suggerire i temi e le atmosfere del libro. Ne è risultato un breve film insieme malinconico e inquietante, che recupera molto del romanzo, larve comprese, tranne forse la dimensione da commedia grottesca che hanno certe pagine.
Non è la prima esperienza con i booktrailer: già il precedente romanzo, “Nora e le ombre”, è stato accompagnato da un piccolo film realizzato da Luca Dipierro, scrittore, editore e filmmaker che all’epoca abitava a Baltimora e che mi aveva già inserito nell’antologia italoamericana di racconti “Santi – Lives of Modern Saints”. Luca ha coinvolto nella realizzazione Brent Green, autore di brevi sequenze animate in stop-motion: io da Aosta ho contribuito con l’invio di disegni a china, sequenze parlate, filmati… Alla fine, il video si è nutrito di tanti linguaggi e registri diversi, in un modo spiazzante, giocando su conflitti e contrasti, come il libro.

sabato 15 novembre 2008

Un'altra intervista mancata - 1

(Si tratta di una serie di domande e risposte destinate a http://www.iltrillodeldiavolo.it/ e non più utilizzate. Immagino di poterle presentare qui, a puntate. En passant, le interviste mancate stanno diventando - per me, almeno - un sottogenere pieno di sottintesi: relativizzano, suggeriscono di non darsi troppe arie, sussurrano in un orecchio una specie di modesto memento mori. Hanno una loro acerba validità morale).

Qual è il tuo approccio alla scrittura?
Da tempo ho la netta sensazione che le parole vivano, tra le pagine di un libro, avventure parallele a quelle dei personaggi. Ogni scelta lessicale o sintattica, ogni esclusione, formano una specie di secondo intreccio, che ora coincide ora entra in collisione con quello principale delle figure del romanzo. È probabile che chi legge non avverta questo piano narrativo nascosto, implicito, ma io che scrivo e riscrivo per anni, e rimugino e cancello e butto via e riprendo e modifico e salvo, seguo ormai le vicende delle parole con una partecipazione forte, a volte con un certo grado di sofferenza, o almeno di esasperazione.
Ho presenti alcuni modelli letterari: tra i meno antichi Landolfi, sempre e comunque, Géza Csàth… Certi eccessi della trama, certi colpi di scena non di prima mano, vengono da reminiscenze della narrativa d’appendice ottocentesca; altre convenzioni sono mutuate dal romanzo o dal racconto gotico, da Hoffmann, dal Gotthelf del “Ragno nero”, o dal solito Poe. Va bene, non sono certo modelli recenti, ma almeno sono modelli “alti”, che rispetto agli emuli attuali del gotico garantiscono una straordinaria freschezza di invenzione e soprattutto una impeccabile tenuta stilistica e linguistica. Sono convinto che solo una lingua precisa, ricca, complessa, possa governare il viluppo caotico di cui è fatta la realtà, o almeno possa dare l’illusione che sia possibile dar senso, attraverso la scrittura, all’insensato.
Non ho in mente riferimenti cinematografici quando scrivo. Trovo che molta narrativa di oggi sia troppo legata all’immaginario cinematografico, per non dire alle convenzioni, ai clichés, e soffra anzi di una sorta di complesso di inferiorità del tutto ingiustificato (è il linguaggio del cinema che ha preso tutto dalla narrativa, non ha alcun senso che oggi si cerchi di fare il contrario).

Quale messaggio vuoi dare?
Mi trovo un po’ in imbarazzo a rispondere a questa domanda. Ho raccontato storie, intrichi di storie, ho indagato, attraverso la voce dell’io narrante, sull’inclinazione al male, sull’attrazione esercitata dal nulla, sugli effetti di passioni, impulsi ed emozioni, sulla forza di una ragione che tenti di dominare l’oscuro, il morboso, l’onirico, e sul rischio che se ne lasci attrarre e vi si perda. Non avevo una tesi da dimostrare, avevo una manciata di suggestioni, un groviglio di situazioni a cui dare unità e coerenza (...).

Wunderkammer, 3


Già verso i tre o quattro anni Teresa (del Bambin Gesù) manifestava una sua tendenza tutto sommato pudica e discreta a rivestire di veli corporei il male - così come faceva, e con maggior frutto, riguardo al bene. Così inizia il cosiddetto "sogno dei due diavoletti":

"Ero sola a passeggiare in giardino, quando scorsi a un tratto, vicino alla pergola, due diavoletti orribili che ballavano sopra un gran recipiente di calcina con un'agilità sorprendente, nonostante i ferri pesanti che avevano ai piedi. Essi gettarono da prima sopra di me i loro sguardi di fuoco, poi, come assaliti dalla paura, li vidi precipitare in un batter d'occhio in fondo a quel vaso, uscirne quindi non so da quale apertura, e correre finalmente a nascondersi nella guardaroba (sic), che era al livello del giardino. Nel vederli tanto poco coraggiosi, volli sapere che cosa andassero a farvi, e, superando il primo terrore, mi avvicinai alla finestra... Quei poveri diavoletti erano là che correvano sulle tavole, non sapendo come sfuggire al mio sguardo; ogni tanto si avvicinavano, spiavano con occhio inquieto dai vetri della finestra, ma poi, vedendomi sempre lì, ricominciavano a correre come disperati".

Con ciò, forse, il Signore avrebbe inteso mostrare alla futura santa che "un'anima in istato di grazia non ha nulla da temere dai demoni che sono dei vili".

Sintonie, 4b: Fabiana


“Invece di startene lì imbambolata a guardarmi, fa’ qualcosa, per carità!”
“Io guardarti?! Ma come osi? Non ti sto affatto guardando!”
“Va bene, va bene, va bene: è un peccato mortale, e non mi stavi guardando. Ora mi aiuti con questo settimo?”
“Acciderba… E va bene, ma la mia è solamente carità cristiana, non montarti la testa! E non ti guardo! Guidami tu”.
“Bene. Hai presente il cl... il clit…”
“Non osare!”

“Ah, scusa – e chi se l’aspettava? -, volevo dire: ha presente la clit…”
(urletto di impazienza) “Non è questione di… Io non ti licenzio l’ignobile scilinguagnolo!”
“Ma…”
“O smetto all’istante”.
“Oh, santa pazienza! Va bene. Hai presente quel cosino… Simile ad un pomellino… Che disgraziatamente hai anche tu – e che disgraziatamente non usi?”
“Risparmiati lo spirito. Questo qui?”
“No, un po’ più su”.
“Qui?”
“No, un po’ più giù”.
“E qui?”
“Ma sai che sei proprio brava? Bel tocco, delicato…”
“Spudorata! Non osare, non giocare con me o… O… Ecco di nuovo il mancamento…” (sbandando)
“No! I miei esercizi dello Czerny! Perdonami! Perdonami. Ecco, abbiamo finito. Hai trovato il settimo. Ora tira”.
“Ma no, non credo… Insomma è troppo duro… Sembra di plastica…”
“Sì, appunto. Ehm… Non ti avevo detto che era di plastica?”
“Muoio!” (afflosciandosi a terra)

“Dove sono?”
“Bentornata”.
“Ma… Che cosa sta diventando, in nome di dio, teatro?”
“Sì, teatro da camera!”

(sipario, applausi)

giovedì 13 novembre 2008

Sintonie, 4: Fabiana Piersanti


Credevo perduto questo dialoghetto via via più sconveniente, scritto a quattro mani con Fabiana l'anno scorso, pubblicato a suo tempo su un blog di myspace e poi svanito con lo svanire di quel blog. Ma Fabiana, che lo ha ricostruito a partire da frammenti conservati, me ne ha fatto dono: e sono felice di riproporne una prima parte. Da qui non lo leverà nessuno.

“Che diamine stai facendo con quella mano lì in mezzo?” (piedino battente; braccia a mo’ di brocca)
“…”
“Suvvia! Rispondi alla domanda che ti è stata rivolta!”
“È il posto più confortevole che io conosca”.
“Sfacciata! Ecco perché sei eretica… Anzi, no… Sei eretica perché ti metti la mano lì in mezzo!” (avvampando)
“La mano è mia. Anche quello che c’è qui in mezzo è mio. Ed è il posto più confortevole che io conosca”.
“Ma che razza di impertinente… Tutto è tuo! Tutto è tuo! Non ho mai ascoltato in vita mia rivendicazione più ignobile e discutibile! Mi sento mancare…” (in deliquio)

“Allora, dicevamo?” (rinvenendo)
“Non me lo ricordo, mi sono distratta…” (sorrisetto)
“Sfrontata!”
“Ma no, dovresti provare anche tu…”
“Non ti permettere! Aiutami piuttosto, dammi una mano…”
“Non posso”.
“E perché mai?”
“Sono impegnate entrambe…”
“Oh, Signore…” (di nuovo in deliquio)

“Sono di nuovo mancata…”
“Così pare”.
“…”
“Senti, io avrei finito ma…”
“Ma…?”
“Non riesco ad estrarre il settimo e vorrei anche tornare agli esercizi dello Czerny”.
“Il settimo? Il settimo cosa?”
“Il settimo dito”.
“Il settimo dito?”
“Va da sé, perfeziona gli arpeggi”.
“E l’ottavo, allora?” (in tono di sfida)
“L’ottavo?! Mi prendi per un mostro?!?”

mercoledì 12 novembre 2008

Passeggiata browniana


La città è piccola, ci è familiare da sempre. Chi vi abita da anni, soprattutto chi vi è nato, ne percorre le vie principali con un senso di sazietà distratta, di saturazione infastidita; e ha imparato presto le poche strade parallele, le deviazioni, i percorsi poco conosciuti, facendone l’itinerario per passeggiate alternative che ormai sono ordinarie come tutto il resto. In pochi minuti si raggiungono i quartieri periferici, anche questi ormai battuti da anni, in ogni direzione; altri minuti e si è oltre la periferia, in zone già collinari, o ai confini degli altri comuni, tra case e cantieri e ritagli di terreno incolto.
Per questo un’esplorazione della città secondo un approccio insolito, in un contesto urbano come Aosta, è una sfida. Riccardo, sabato sera, ci conduce lungo traiettorie impreviste. Un software sul suo cellulare, collegato a un navigatore portatile, ci dice dove andare, se a destra o a sinistra: e noi procediamo lungo vie obbedendo a un algoritmo. La nostra è una deriva relativa, vincolata agli impulsi generati dal software: ma andare dove non andremmo ci dà una sensazione nuova – ci costringe, se non altro, a osservare le cose in modo nuovo.
Ben presto usciamo dalle luci stolidamente rassicuranti del centro e ci spingiamo in quartieri bui. In un cortile chiuso attendiamo un segnale che non può che dirci di tornare indietro – ma lo attendiamo. Passiamo attraverso un varco sotto la cinta delle mura romane, finendo su un’arteria in cui il traffico ci costringe a marciare in fila indiana. Sotto un cavalcavia scopriamo una cassetta di mele marce, che ci appare subito come un segnale di abbandono – uno di quei segni incomprensibili di cui il mondo sembra costellato, e che in effetti non sono segnali di nulla, ma il punto finale di vicende che ignoriamo del tutto. Ci inoltriamo in parcheggi oscuri, deserti, che il buio rende immensi. Incerti, su uno stretto marciapiede lungo la ferrovia, aspettiamo dalla vocetta (femminile, gentilmente severa, o severamente gentile) una parola che ci riporti indietro. Altre zone buie però ci attendono, quartieri nuovi, dalle vie non illuminate, cresciuti tra il fiume e gli orti abusivi, le autorimesse e i magazzini. Cantieri ancora aperti, tracciati in cui già osano spuntare erbacce. Profili pretenziosi di condomini e palazzine, dalle linee oblique, che suggeriscono poppe e prue di navi, o astronavi. Cani che abbaiano appena visibili – dietro un cancello vecchio stile.
La voce non si esprime spesso: resta in silenzio a lungo, e tace proprio agli incroci, quando vorremmo che ci dicesse qualcosa; parla invece lungo vie prive di sbocco, in cui è possibile solo andare avanti, in cerca di un bivio – non sono previsti lo scavalcamento di muri o recinzioni, l’attraversamento di proprietà private, lo sfidare cani o allarmi.
Parliamo a voce alta – siamo gli unici in giro. Il gruppo si sfilaccia, ma dopo un’ora di marcia alla deriva sentiamo tutti il bisogno di puntare verso casa. Non ci ammutiniamo agli ordini della voce (“left”, “right”), ma cominciamo a interpretarli a nostro vantaggio: dal momento che destra e sinistra non sono assolute, ci disponiamo in modo che la direzione indicata sia proprio quella che vogliamo prendere.

martedì 11 novembre 2008

Wunderkammer, 2


Julien Offroy de la Mettrie, ne L'uomo macchina, enumera diverse "esperienze" di osservazione dell'azione involontaria del principio motorio di un corpo.
1) "Tutte le carni degli animali dopo la morte palpitano tanto più a lungo quanto più a lungo l'animale è freddo e traspira meno. Ne fanno fede le tartarughe, le lucertole, i serpenti, ecc.".
2) "I muscoli separati dal corpo a pungerli si contraggono".
3) "Le viscere conservano a lungo il loro movimento peristaltico o vermicolare" (...).
5) "Il cuore della rana, soprattutto se esposto al sole o meglio ancora su un tavolo o su un piatto caldo, si muove per un'ora e più dopo essere stato strappato dal corpo. Se il movimento sembra finito senza rimedio, basta ungere il cuore e questo muscolo cavo batterà ancora".
6) "Nella sua Storia della vita e della morte Bacone da Verulario... parla di un uomo accusato di tradimento che fu aperto vivo per strappargli il cuore e gettarlo nel fuoco. Là questo muscolo compì dapprima salti di un piede e mezzo d'altezza; poi, perdendo a poco a poco le forze, saltò ogni volta di meno per circa sette o otto minuti".

Wunderkammer, 1


Leggiamo nella Storia naturale dell'anima di J. O. de la Mettrie (in Opere filosofiche, Laterza, 1978): "In origine il corpo umano non è altro che un verme, le cui metamorfosi non hanno nulla di più sorprendente di quelle di ogni altro insetto". E altrove, ne L'uomo macchina: "Ci dicano loro", cioè "i nostri osservatori", "se non è vero che l'uomo nascendo è solo un verme, il quale diventa uomo come il bruco diventa farfalla. I più autorevoli studiosi ci hanno insegnato come si deve fare per vedere questo animaletto (...). Poiché ogni goccia di sperma contiene un'infinità di questi vermicelli, quando essi vengono lanciati nell'ovaia soltanto il più abile e il più vigoroso di loro ha la forza di insinuarsi e di impiantarsi nell'uovo fornito dalla donna, che gli dà il suo primo nutrimento". Il resto si sa: "Sebbene in nove mesi di crescita" l'ovulo fecondato "divenga mostruoso, esso differisce dalle uova delle altre femmine solo perché la sua pelle (l'amnios) non si indurisce mai e si dilata prodigiosamente, come possiamo vedere paragonando il feto già in posizione e sul punto di uscire (il che ho avuto il piacere di osservare in una donna morta un istante prima del parto) con altri piccoli embrioni ancora assai vicini alla loro origine".

mercoledì 5 novembre 2008

"Spiral Tales", Marta Raviglia Quartet (Alfa Music, 2007)


Quella di Spiral Tales è musica di un'eleganza rara, fresca e classica assieme. I brani, tutti firmati da Marta Raviglia e da Simone Sbarzella, insieme o da soli, tranne una cover di David Crosby, rivelano per i grandi modelli del passato un rispetto che non è mai sottomissione, ma confronto, voglia di emulazione, a momenti con un briciolo di irriverenza che non guasta.
La voce di Marta Raviglia concede con discrezione ornati e vibrati; saggia sovente (in Surprises, ad esempio) con autorevolezza il registro grave, con improvvise impennate verso gli acuti. Assecondata dai suoi compagni, ama le melodie saltellanti, con intervalli ampi e talvolta capricciosi, che intona con nonchalance, come se fossero la cosa più facile. La voce è uno strumento con gli altri: tiene spesso per sé l’enunciazione dei refrain, lascia spazio ai partner e all’ospite Tino Tracanna, e si ritaglia un assolo verso la fine dei brani, attenta al valore e al carico di sfumature di ogni singola nota.
In un album di jazz vocale come questo, tutti tendono a una cantabilità inquieta ma distesa, sempre discreta, mai condiscendente; canta il pianoforte di Simone Sbarzella, che pennella meditativo le composizioni sue e di Marta; canta il contrabbasso di Fabio Penna, cui fa da contrappunto la batteria precisa e vivace di Alessio Sbarzella. Anche Tino Tracanna, al sax soprano e tenore, si muove quasi con delicatezza nelle atmosfere piene di souplesse del disco.

Spiral Tales presenta diverse facce, diversi umori.
Sail Away, la prima song, e Back Home, l’ultima prima di una ripresa del brano iniziale, sono canzoni di leggerezza quasi pop, dalle melodie accattivanti, rese con un’attitudine jazz che ne indaga le pieghe armoniche; Sail Away contiene anche, quasi subito, un bell’assolo del contrabbasso, che canticchia come un baritono innamorato. La bella melodia di Circle passeggia tra intervalli imprevisti su un ritmo latin un po’ nervoso.
C’è anche un lato più crepuscolare, in Spiral Tales, che si assapora nel canto sospeso di Passato o in Lullaby, una ballad classicamente lenta, di dolcezza pastosa, dall’armonia ricca ma non astrusa, che si evolve rivelando un’ombra di inquietudine più moderna, meno accomodante. Here I Am, notturna e impressionista, ritmicamente libera, suona come un raffinato haiku musicale di poco più di due minuti.
Il recupero, ironico e ammirato assieme, di certi stilemi “classici” del jazz colora altri brani del disco. Prima di Entrare ha una classicità capricciosa e suona come l’elegante parodia di uno swing da big band: qui Marta vocalizza come una tromba anni ’50 in vena di qualche sperimentalismo, e lascia a Simone Sbarzella e a Tracanna il compito di esplorare i territori tonali del pezzo. Quando tocca a Marta, la sua voce si fa strumento in pochi secondi di assolo non esente da echi ultracolti. Si torna a swingare in Big Fish, che si conclude con un intenso inserto parlato tratto da The Man with the Blue Guitar di Wallace Stevens.
L’anima più sperimentale del disco si coglie soprattutto in The Proclaimed Death of Words, un sorprendente pezzo a cappella in cui la voce di Marta si fa coro, percussione, e recupera un timbro tagliente, molto moderno. Triad, di David Crosby, l’unica cover, è resa benissimo, dilatata nelle sue componenti modali; il quartetto non cade nel tranello di gonfiare armonicamente il pezzo, come altri nel jazz hanno fatto con pezzi del rock o del pop, ma si mantiene in un confine in cui l’attitudine jazz si affaccia con rispetto in un altro mondo musicale. Nella lunga coda ipnotica si intuiscono echi orientali.

Spiral Tales rivela un interplay amichevole tra i musicisti, anzi una complicità sorridente e attenta, e nel contributo di tutti un senso della misura e dell’equilibrio che può nascere solo dallo studio appassionato, da una lunga condivisione degli stessi modelli e da una aperta curiosità intellettuale.


(Questa recensione è apparsa nel 2007 sul sito del gruppo, http://www.martaravigliaquartet.it).

Autori: H. H. Ewers

Ho tra le mani “Mandragora”, di Hans Heinz Ewers, romanzo del 1911 pubblicato in Italia nel 1930 da Cappelli nella traduzione di Ada Salvatore. Molti anni fa, spulciando tra le bancarelle di Torino, ho comprato per poche lire questo volume odoroso di muffa, mai più ristampato, che io sappia (su Maremagnum.com se ne può trovare qualche titolo per amateur, in francese e tedesco, non in italiano), e ne ho tentato una lettura che non si è mai conclusa (ma questa è un’altra storia).
È un romanzo verboso ma dotato di un suo fascino, molto agé nel suo prender tempo (ogni scena esordisce con un buongiorno, buonasera dei personaggi, e indulge in preamboli e convenevoli e digressioni, prima d’arrivare al punto; ogni figura è puntigliosamente descritta). Alraune, Mandragora cioè, è la versione eweresca della femme fatale, della divoratrice o meglio distruttrice d’uomini, che ha un po’ della Lulu di Wedekind, anticipa quella di Berg e di Pabst, ma soprattutto pesca nel sicuro trovarobato tardogotico, in quel mondo fatto di predatori e prede e azzanni sul collo e sessualità implicita e svolazzi lirici di seconda mano e erotismo cimiteriale e pose già cinematografiche e sguardi languidi e morti dolci e marsine appena stirate feste esclusive borghesia antiborghese viveurs dandies parassiti studenti con le fregole vecchi che non si rassegnano svenimenti baccanali piogge nel pineto estenuazioni spiritismo scienza occultismo inconsci retorica e vecchia mitologia rivisitata tra voluttà e inquietudine.
Alla base, una vecchia leggenda: dal seme di un impiccato a un crocevia, espulso per effetto appunto dell’impiccagione e caduto tra la terra, nasce una radice di mangragola (con la elle o con la erre, fate voi), versione femminile dell’homunculus dei negromanti. Lo studente Frank Braun, che vuole persuadere lo zio, consigliere ten Brinken, a dar vita a una di esse, attualizza la procedura, sostituendo alla terra una meretrice, e al seme dell’impiccato al crocicchio quello comune di un giustiziato, che il consigliere può procurarsi in un modo che il libro non precisa.
Alraune, appunto, nasce da questo esperimento, raccontato come un saggio tra scienza e magia, come la nascita del Creatura della Mary Shelley – ma a noi una fecondazione simile, a parte la fedina penale dei soggetti coinvolti, sembra ormai prosaica. Nasce, e cresce, e vive. E diventa prima una lolita seducente per istinto, poi quella femme fatale di cui si diceva, che butterà all’aria le vite degli uomini attorno a lei, dominandoli con una sorta di feroce innocenza - la vera femme fatale non conosce, o non conosce fino in fondo, il suo terribile potere.
(Giunto alla fine di questo pezzo, poso il libro odoroso con un certo sconforto, dopo averlo sfogliato in cerca di ricordi. Perché il romanzone è davvero invecchiato, lutulento, prolisso, e le divoratrici di uomini suonano come un pretesto imbarazzante e meschino a giustificazione delle melense bassezze dei maschi).

domenica 2 novembre 2008

"Nora e le ombre": le fonti, 5c

(Proseguo nella trascrizione degli appunti presi più di vent'anni fa dalle vecchie riproduzioni di Francis Bacon a cui ho fatto riferimento il 19 ottobre. Come ho già scritto, qualcosa di queste righe è finito nella scena al museo del capitolo VIII di "Nora").
Anche i “Tre studi per figure a letto” del 1972 hanno avuto qualche peso nelle descrizioni di certe presenze di “Nora e le ombre”. Il primo studio mostra una camera d’albergo (la solita lampadina gialla che cade a piombo sulla tragedia dell’uomo!); il letto al centro, coperto dal solo materasso a righe: e una figura umana sopra, nuda, dalle carni rosse e color caffè, inevitabilmente maschile, si contorce con una certa ansia di sedurre. Si noti quel piede che si afferra all’orlo del materasso, con una indefinibile voluttà un po’ allarmante. La testa dell’uomo è erosa, sul davanti, da qualche probabile invasione di formiche che l’han colto durante il sonno – ma a lui la cosa sembra non dispiacere.
Il secondo studio è più complesso. Sul letto grava un cumulo abbastanza disgustoso di carni in disfacimento. Ma a noi i corpi sembrano due, colti in un momento di tenerezza macabra tra una copula e l’altra. Il corpo più grasso, dotato d’un gran sedere, sembra stia protendendo la testa formicoide a divorare la schiena dell’altro – o dell’altra, va’ a sapere –, che tranquillamente a pancia in giù subisce i morsi.
Il terzo studio presenta un’ennesima figura maschile solitaria. Accucciata sulla branda, la diresti dedita a una seduta di autoerotismo. Ha le gambe ormai verdastre di un cadavere riesumato, e gli cola dal basso ventre tutto il colore vitale che prima gli riempiva ogni fibra del corpo gommoso: una grossa chiazza bruna si sta espandendo sul materasso, ingrossandosi degli umori spillati dal torace ancora costipato di nero. Della testa si vede un’orecchia tracciata alla perfezione, larga e marcata, e le labbra sottili sopra un mento aguzzo. La figura, come quelle dei due “Studi” precedenti, è inserita in cerchi frecciati, che forse serviranno al pittore – ma non ci si dovrebbe credere troppo – per definirne i movimenti muscolari al momento della stesura definitiva del soggetto.

Sintonie, 3: Gabriele Cremonini


Confesso di essere un lettore accanito ma non sistematico, che difficilmente arriva alla fine di un libro (non me ne vanto, anzi, ne parlo come di un mio limite): nel caso di “Sputasangue”, di Gabriele Cremonini (Pendragon, 2007), mi sono lasciato conquistare dall’impianto del romanzo e guidare da un uso sapiente della suspense fino alle ultime parole.

Ho trovato ammirevole la struttura del romanzo, il gioco tra passato e trapassato, i rimandi discreti tra i due piani narrativi (i tre, nel finale a sorpresa). Mi sono goduto la costruzione attenta, scrupolosa, dei personaggi e degli ambienti, compiuta soprattutto attraverso la ricerca linguistica, e in particolare la vividezza e la precisione di un lessico che dà il sapore di un’epoca (di due, anzi) ricrea gli ambienti rurali, il lavoro e la vita della campagna, i rumori e i suoni dei boschi.

Quella di Cremonini è una narrazione verista intrisa di inquietudine novecentesca; in essa ho trovato una certa sintonia (appunto) con il mio modo di intendere la narrazione – nel gioco dei piani temporali, nel taglio delle scene, nell’attenzione paziente per gli aspetti formali, nello sguardo sui personaggi, ma anche nel desiderio di andare oltre la contemporaneità un po’ facile, l’autobiografismo voluto o meno.

Un po' di rassegna stampa: da "Rumore"

"La densità di Morandini quasi spaventa. Non tanto per il nitore con il quale evoca mostri e pulsioni, quanto per la maturità espressiva così lontana da qualsivoglia cessione al gusto corrente. Le larve è un “astratto furore” che si scava la propria tana sotto la pelle del lettore. Un teatro pulsionale che monta come una feroce marea. Nella cornice di un’ambientazione neorealistica, Morandini sembra lavorare ai fianchi di maestri come Landolfi e Calvino. Del primo rievoca lo sgretolarsi delle periferie del reale, del secondo aspira al controllo razionale della materia sotto forma di fiaba. Le larve inquieta. E inquieta soprattutto Morandini, la cui voce si va delineando con una forza esponenziale davvero insolita per il panorama delle lettere di casa nostra".
(dalla recensione di Giona A. Nazzaro, apparsa nella rubrica “Letture” del numero 202 del novembre 2008 di “Rumore”)

martedì 28 ottobre 2008

Un'intervista

Compare oggi su http://www.thrillermagazine.it/rubriche/7084 una bella intervista su "Le larve" a cura di Barbara Baraldi. Ne riporto un paio di estratti.

Il paesaggio ha molta importanza nella vicenda. A tratti sembra interagire con i personaggi…
È vero, è un paesaggio che sembra vivere di vita propria. Gli esterni sono visti con gli occhi della memoria: sono come li vedevo da bambino quando li attraversavo per andare in vacanza, immensi, misteriosi. Gli interni sono quelli dei miei sogni: corridoi, stanze, altre stanze, altre ancora… Mi piace far muovere i miei personaggi in questi ambienti, in esplorazione: non accade nulla, ma potrebbe accadere di tutto.

Il dipinto del capofamiglia riveste un ruolo predominante. Inquieta perché mostra la cattiveria di chi ritrae. Mi ricorda in qualche modo il ritratto di Dorian Gray. Cosa ne pensi?
Il ritratto è legato al tema del doppio, che attraversa tutto il romanzo e che è probabilmente una delle ossessioni più forti e persistenti della letteratura fantastica. Quindi sì, c'è Wilde, ma ci sono anche Hoffmann e Poe dietro quel ritratto — un'idea non certo di prima mano, su cui ho insistito in vari momenti della storia proprio per la sua "classicità", per l'appartenenza al buon vecchio trovarobato gotico. Più concretamente, per quel dipinto del nonno mi sono ispirato a un sorprendente autoritratto di Savinio del 1936, conservato alla GAM di Torino: un autoritratto con il volto di gufo, lo sguardo acuminato, una manona in primo piano…
(...)

Leggendo "Le larve" non ho potuto fare a meno di notare similitudini con "Nora e le ombre", il tuo primo romanzo. La casa infestata da presenze che turbano, un personaggio femminile dalla sensibilità straordinaria tormentato e isolato in una stanza…
In effetti, ho cominciato a scrivere le prime pagine del secondo quando ancora non avevo terminato il primo, e la stesura de "Le larve" ha coinciso con il lungo lavoro di revisione di "Nora" per la pubblicazione. Così, si può dire che ho mantenuto gli stessi ambienti per immaginarvi lo sviluppo di un'altra storia. Ne "Le larve" il palazzo è ancora più astratto, indefinito nell'architettura; inoltre, si sdoppia e si moltiplica nel sottosuolo. Attorno, le stesse campagne che si perdono a vista d'occhio nella parte ottocentesca di "Nora e le ombre", e che su di me, che vivo circondato dalle montagne, esercitano un fascino irresistibile. Aggiungi che diversi sensi di "ombre" e "larve" combaciano. Ed è anche vero che ne "Le larve" i personaggi, pur non essendo revenant, o spettri, si comportano come tali: scivolano lungo i muri, appaiono e scompaiono, si muovono come in uno stato di ipnosi, sembrano stare al confine tra questo e un altro mondo. È come se l’esplorazione di certi temi in "Nora" non mi fosse bastata, e avessi sentito il bisogno di insistere, cambiando giusto la prospettiva, e adottando con Le larve un punto di vista maschile, dopo aver tentato quello femminile.

Il tema della fanciullezza emerge tramite i ricordi dei protagonisti, sogni e racconti. È un simbolo o lo utilizzi per far conoscere meglio la psicologia del personaggio tramite flash back del suo passato?
Per me scrivere storie è soprattutto esplorare il passato dei personaggi, alla ricerca di quel che è già avvenuto: è muovermi liberamente tra presente e passato. Scoprire il passato dei personaggi aiuta, come è sempre stato, a chiarire le loro azioni e i loro pensieri al presente: ma spesso in realtà, invece di dare risposte, questa ricerca costringe a farsi altre domande, non spiega, divaga, aggiunge mistero, suona incongrua. La fanciullezza, l’adolescenza sono un serbatoio senza fine di spunti narrativi: i bambini e i ragazzini vivono già come se si sentissero personaggi di un romanzo interminabile, o come prigionieri di "un lungo sogno minaccioso". Le loro paure, i loro momenti di esaltazione, le scoperte e le esitazioni hanno un sapore fortissimo, che la letteratura può sperare di recuperare almeno in parte.
(...)

lunedì 27 ottobre 2008

Sintonie, 2: Riccardo Mantelli


Riccardo Mantelli indaga da anni le derive misteriose dei dati nell’etere (misteriose per tutti noi, assai meno per lui), insegue con ogni mezzo le dispersioni degli impulsi lungo tracciati obliqui. Da anni lavora con le imperfezioni, con gli scarti e gli errori, con i rumori di ogni colore, e ne fa oggetti sensati, gustabili esteticamente, se ne appropria con voluttà quasi, con golosità fanciullesca, e insieme con una ostinata lucidità professionale. Le sue ricerche, in cui indovini fondamenti di sociologia, architettura, linguistica applicata all'informatica, urbanistica, psicogeografia, endofisica, patafisica, diventano un vero e proprio girovagare, fatto di peregrinazioni, appostamenti, traiettorie browniane, deviazioni, tornanti, svolte a U, dita puntate su mappe algoritmiche, spazi hertziani, che offrono un senso geografico nuovo, nascosto, e consentono di appropriarsi dello spazio secondo coordinate nuove.
Riccardo esplora la città e le campagne alla ricerca di cose: oggetti, detriti, disturbi, basse frequenze, fantasmi elettromagnetici, pulsazioni misteriose (per noi, non per lui), cavi, e tubi, diagrammi, spazzatura, brandelli di conversazione captati per caso, linee pubbliche o segrete, fasci di luce, feticci, frammenti di codici generativi, prospettive di fili dell’alta tensione, turbine, rumori di fondo.
Nel corso di queste peregrinazioni riempie taccuini su taccuini di immagini, schizzi, macchie colorate, collage, ma soprattutto di frasi, che esprimono un forte desiderio comunicativo, la necessità di una condivisione, e per farlo usano un linguaggio che contamina le metafore auliche della poesia e il gergo informatico. Ci leggi un bisogno impaziente di conoscere, di insinuarsi, ma anche un’avversione a fissare, a catalogare, a legiferare sugli oggetti del suo interesse. L’estetica del disordine e della decostruzione si accompagna in lui a un sostrato epistemologico che rende le sue esperienze qualcosa di molto più della ricerca della bellezza nello strano da parte di un amateur dell’irregolare o dell’erratico: ci intuisci la contemplazione ammirata della complessità del mondo, e l’idea che a contare non siano la definizione ultima, la dimostrazione incontrovertibile, ma l’indagine in sé, il percorso accidentato, la scarpinata apparentemente svagata.

Riccardo Mantelli sta organizzando per sabato 8 novembre 2008, dalle 14 alle 21, un Open Studio Day: un'opportunità preziosa per visitare il suo studio ad Aosta e vedere da vicino i progetti ed i lavori presentati ai festival negli ultimi due anni.

sabato 25 ottobre 2008

"Nora e le ombre": le fonti, 5b

(Trascrivo gli appunti presi anni fa - vent'anni fa e più! - dalle vecchie riproduzioni di Francis Bacon a cui ho fatto riferimento giorni fa. Qualcosa di queste righe è finito nella scena al museo del capitolo VIII di "Nora").
Dal “Trittico” del marzo 1974:
Nel dipinto centrale si vedono un uomo ritorto, bagnato, sospeso nell’aria, rosa e grigio insieme, come carne di coniglio esposta nella vetrina di una polleria, e un’esile ombra teleplasmatica che cola a terra dalle sue viscere. Sull’uomo, o su quel che ne resta, scende una lampadina gialla.
Ai lati sono raffigurati un macellaio che pulisce una finestra, e un uomo in camicia che fotografa chi lo sta osservando – ma da come tiene in mano la macchinetta, lo si direbbe un dilettante.
Dal “Trittico” del maggio-giugno 1974:
Nel primo dipinto si vede un uomo su una spiaggia, intento a ripararsi le carni bluastre sotto un ombrello nero da un solo che non compare. L’uomo sembra avere tre natiche, un’unica gamba molto muscolosa, e una schiena informe da cui spunta a un certo punto la nuca di una testa, descritta da dietro con una certa pignoleria – l’orecchio, i capelli radi. Egli è inginocchiato, parrebbe, su una improvvisata sedia a sdraio, fatta di assi e di tubi verniciati di bianco, tutt’altro che comoda. Di lontano, lungo la spiaggia che costeggia un mare immobile, avanzano due figure allampanate a cavallo.
Il secondo quadro mostra un interno, dalle pareti oscillanti su cui sono appese due gigantografie: un signore con barba e baffi e l’aria severamente grifagna, molto fin de siècle, a sinistra, e a destra il suo presumibile nipote, dall’espressione idiota, lo sguardo cavo, il gran naso largo, le labbra gonfie, il cranio pelato. Su una piattaforma ovale al centro della stanza, stanno due figure. la più grossa è una specie di Torso del Bevedere in avanzata putrefazione, privo di braccia e con la testa piegata di ottanta gradi sul petto; le gambe, prive di estremità, sono legate al tronco da un compiaciuto paio di natiche. L’altra figura è sdraiata su un fianco, nuda ed erotica come interiora di manzo; le si indovina la posizione del cranio dalla vistosa montatura d’occhiali che esaltano i due occhi a mandorla.
Il terzo quadro è di nuovo un esterno male illuminato: la spiaggia deserta di prima. Il personaggio con l’ombrello pare aver trovato finalmente una posizione confortevole sulla sdraio costruita di scarti; nel frattempo gli sono spuntati una seconda gamba, ben rotuluta, i piedi, e un moncherino di braccio: dal fondoschiena, inoltre, gli partono lunghe manate di carne azzurrognola. Il volto, nero e verde, per effetto dell’ombrello, è ora di profilo, e rivela un talpone cinquantenne dal gran naso, forse addormentato.

giovedì 23 ottobre 2008

"Le larve": l'opinione di un lettore

Ecco che cosa ha scritto Alessio Elia su IBS a proposito de "Le larve":
"Inconfondibile uso della lingua italiana. Ci sono altri scrittori in Italia che se ne servono in modo così pregevole, raffinato e ricercato ma allo stesso tempo senza alcun sentore di affettazione? Il ritmo cadenzato della parola di un linguaggio parlato colto, una lingua cesellata fin nel dettaglio che mai tradisce però il certo lavorìo che v'è sotto. Di un'immediatezza meditata che coglie il presente nel suo rendersi incarnazione di un ricordo passato o presagio o anticipazione di un evento futuro. Nella stesura della trama è soppresso il nesso domanda-risposta. Fatta eccezione per il caso delle mignatte e della dislocazione delle ossa del Figlio del Padre, in cui il lettore può solamente sospettare della colpevolezza di Saverio, il resto è tutto scoperto. Viene sapientamente evitata anche la costruzione di un caso da giallo: l'omicidio è preannunciato, non esiste interrogativo da solvere, né colpevoli da rintracciare, se non la caccia a colpevoli che colpevoli non sono. In questa abolizione di nessi tra aspettative, supposizioni e risoluzioni, vere o presunte che siano, il romanzo diviene una descrizione di una realtà immodificabile, ingiustificabile, indiagnosticabile. È una realtà oggettiva, ossia una realtà lanciata contro (nel senso etimologico del termine), in cui poco importa se è l'io-narrante nella veste di Saverio, o Saverio nella veste dell'io-narrante ad essere colpevole. In qualche modo sono analoghi l'uno dell'altro, e dunque perché no, la stessa persona. E davvero è di poco conto che questa coesione tra i due uomini sia avvenuta nella mente di una donna malata di mente. In virtù di essa Saverio è colpevole, mentre il vero colpevole è innocente, non potendo essere nuovamente se stesso, dal momento che non è data la possibilità di un triplo (e la figura del doppio è già incarnata da Saverio). A questa necessità oggettiva Saverio si arrende, e la cosa comica è che è proprio lui, che perde la sua identità di soggetto, a diventare veramente soggetto (subiectum, sottomesso). Ottimo".

lunedì 20 ottobre 2008

Sintonie, 1: Stéphanie Hochet


Chi conosce il francese potrà leggere i romanzi arguti e intensi di Stéphanie Hochet, purtroppo non ancora tradotta in Italia nonostante il plauso critico in Francia. Il suo esordio, sorprendente, avviene nel 2001 con “Moutarde douce” (Laffont), che fa rivivere in modo credibile e brillante il romanzo epistolare, applicandone gli stilemi all’ambiente culturale e editoriale di oggi (o di uno ieri molto vicino): è una commedia di grazia settecentesca, in cui si agitano scrittori giovani e già celebri, amici, lettrici pervase da passioni intrattenibili. Sempre di scrittori tratta, ma con allegra asprezza, con crudeltà ironica, il più recente “Les Infernales” (Stock, 2005), che ammicca sin dal titolo a Clouzot.

Stéphanie eccelle nella pittura di caratteri complessi e sfuggenti, nel racconto della tensione che si scatena quando in dinamiche che paiono stabili si insinua una presenza perturbatrice. Ne “L’Apocalypse selon Embrun” (Stock, 2004) e in “Je ne connais pas ma force” (Fayard, 2007) queste presenze portatrici di caos sono una bambina sgraziata come uno gnomo e un adolescente che, scopertosi malato di cancro, decide di diventare il führer del proprio corpo. Attorno a loro, esplodono i precari equilibri sociali e familiari; sono figure che con una sorta di impassibile ferocia infieriscono sulle pietose certezze degli altri, sulle piacevoli convenzioni borghesi, logorandole attraverso un continuo lavorio fatto di frasi violente, sguardi cattivi, silenzi minacciosi, ostinazioni incomprensibili, menzogne gratuite, gesti incongrui. La loro “forza” è osservata dall’esterno, raccontata (con un distacco ironico che non esclude una commozione pudica) attraverso lo sfaldarsi progressivo dei legami attorno a loro, ma anche rivelata dall’interno, attraverso la complessa strategia dei loro pensieri. E qui scopriamo che anche quei personaggi crudeli e perturbanti - che le loro vittime finiscono per interpretare quasi come incarnazioni del male, come creature del caos - nascondono una loro contorta fragilità. Sono bambini, e adolescenti.

domenica 19 ottobre 2008

"Nora e le ombre": le fonti, 5




Pochi sanno unire precisione e indeterminatezza come Francis Bacon. Nell’intrico convulso di arti e capi d’abbigliamento spicca la nettezza di un orecchio preciso come su un manuale d’anatomia. In quelle nebulose di carne grigia e rosa che sono i volti, è incastonato un occhio attento, con una pupilla che ti fissa e pare viva. In interni essenziali e scombinati insieme, dalle prospettive sghembe, ecco il dettaglio impeccabile, il complemento d’arredo rifinito minuziosamente, la lampadina giusta, il tavolino di pregevole fattura, la poltroncina, il quadretto appeso in bella cornice (un Bacon, of course).
Le prime riproduzioni di dipinti di Bacon le ho trovate, ragazzino, su vecchi ritagli di “Epoca”, di cui però non so più il numero e la data precisa (ma l’anno era il 1974, l’occasione una mostra di Bacon al Metropolitan Museum di New York). L’articolo di commento, che mi pare di ricordare arguto, portava la firma di Raffaele Carrieri. Ho conservato quelle pagine per anni, prendendo appunti e trascrivendone spunti, prima di gettarle perché logorate dall’uso.
A quei dipinti popolati di forme ectoplasmiche, indecise se mantenersi composte pur nella sofferenza o lasciarsi andare a scenate ringhiose, ho fatto più volte riferimento, anche in modo esplicito, nel mio “Nora”. A volte per rendere le figure dei visitatori, ma soprattutto per ambientare la scena al museo del capitolo ottavo, e il vagare di Nora e De Mastris tra i grandi trittici appunto di Bacon.
A Milano, mesi fa, ho vagato anch’io tra le urla silenziose e le mani contorte e i colletti abbottonati e le gambe accavallate di quei trittici e di altre opere del pittore di Dublino, nella mostra allestita a Palazzo Reale. Vedevo una spaventosa passione per la vita in quelle figure, e rimanevo a bocca aperta dinanzi a quella “disperazione esilarante” che lo stesso Bacon rintracciava nel suo modo di leggere il mondo e di esprimersi. Quando ritrovavo uno dei quadri che da ragazzino avevo scoperto su “Epoca”, attratto allora da quel che di orrido che promanava da quelle forme, scoprivo di sentirmene quasi intenerito.

sabato 18 ottobre 2008

"Le larve": le fonti, 10b


Mi scrive Fabiana, a proposito di Verga e dintorni:
"C'è un passo alla fine dell'introduzione ai Malavoglia che trovo interessantissimo: Chi osserva questo spettacolo non ha il diritto di giudicarlo; è già molto se riesce a trarsi un istante fuori del campo della lotta per studiarla senza passione, e rendere la scena nettamente, coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com'è stata, o come avrebbe dovuto essere.
Fra le maglie di questa dichiarazione di poetica si frammischia molto della genesi della tua ispirazione - ma questo lo sai, te lo dico da sempre. Questo tuo porre il lettore dall'altro lato del cannocchiale e questo tuo costringerlo in vari modi a sospendere il giudizio; questo tuo porre il fiato sul collo di chi non è immune alle passioni, ma che, se dotato di un intelletto un poco più fine, tenta disperatamente di ribellarsi a questo, al fine di uno - appunto - studio spassionato; questo tuo lasciare alla complessità delle cose e del sentire ogni posteriore ipotesi di causa - e ogni posteriore chiedersi se ne vale, poi, realmente la pena."

Io, indeciso se arrossire o gongolare, riporto.

"Le larve": le fonti, 10


Un lettore de “Le larve” ha accennato di recente a lontane ascendenze verghiane. Io, che con un po’ di apprensione cominciavo a sospettare di suonare soprattutto manzoniano, dal momento che su “I promessi sposi” torno da più di vent’anni per motivi professionali e qualcosa di quello stile deve essermi rimasto appiccicato alle dita, tiro un sospiro di sollievo. Dell’imprinting di Verga non ero cosciente, a parte le pagine affilate, disperate de “La lupa”, che credo di avere già citato altrove: ma sento che potrebbe esserci del vero, e che l’influsso del corpus narrativo dello scrittore verista potrebbe essere più esteso.
Vediamo, allora: una lingua che si nutre di parlato e dialettale, attinge a proverbi e convenzioni popolari, riporta i rimuginii e i borbottii o le improvvise esplosioni d’ira dei parlanti, e lo fa per fingersi strumento di analisi di una realtà da osservare con occhio scientifico, ma non rinuncia alla ricchezza dello scritto illustre, proprio perché a realtà complessa non ci si può riferire se non con una lingua complessa – una tale lingua è vittima di un equivoco metodologico nel fingersi strumento di analisi eccetera, ma assurge a risultati altissimi, ed è questo che conta. Ma forse non è tanto questione di scrittura.
C’è in Verga un’essenzialità di sguardo che lavora di taglio sulla realtà, di sintesi: riduce le descrizioni, limita i ritratti, accenna appena agli elementi paesaggistici, e questi accenni lirici se li lascia quasi scappare. Questo modo ellittico di raccontare, questo non dire – questo sì lo sento come uno strumento di rara potenza espressiva. Allo stesso modo, il raccontare azioni e gesti senza voler indagare nelle motivazioni, senza rovistare nei pensieri, l’osservare dal di fuori, da vicino ma dall’esterno, lo stare ad alitare sul collo dei personaggi, per non perderne un atto, non lasciarsene sfuggire una parola, nemmeno le più casuali, lo sento come un metodo di indagine sulla realtà molto più efficace della ricerca a tutti i costi di una spiegazione psicologica per ogni batter di ciglia.
Ma c’è dell’altro. Vite schiacciate da una sorte segnata; sforzi di cambiare logoranti e in deriva verso il fallimento; un attaccamento ostinato, brutale, cieco alle cose, alla terra, alla considerazione sociale, alla rispettabilità; un senso oppressivo e intriso di tensione dei rapporti umani, tra generazioni, tra ceti, tra acculturati e illetterati, ricchi e poveri, contadini e gente di città, patriarchi e figli ribelli; la percezione di un destino collettivo e individuale che però non ha nulla di sacro, il che non lo rende meno soffocante.
E il muoversi con lentezza nel seguire i personaggi, come se questi andassero alla cieca, o come se nel perseguire un obiettivo fossero sempre distratti, rallentati da qualcosa o qualcuno; e d’improvviso, il verbalizzare le accelerazioni, le sbandate travolgenti, i crolli o gli scontri.
Quel lettore dell’inizio ha ragione, eccome, anche se temo che il suo accenno a Verga non volesse suonare elogiativo.